di Ivan Scalfarotto (per il Post)

(foto: Emilius da Atlantide)
La proposta del PD, approvata dall’Assemblea nazionale la scorsa settimana, di dare uno “shock generazionale” all’università anticipando la data di pensionamento obbligatorio dai 72 ai 65 anni ha sollevato un vespaio di polemiche, a dimostrazione che il ricambio generazionale è molto più facile a dirsi che a farsi. Devo dire subito che, non foss’altro che per esserne vittima, in linea di massima detesto le generalizzazioni e gli stereotipi, e trovo che tutte le discriminazioni siano odiose, incluse quelle basate sull’età. Se potessi scegliere il paese dove vivere, me ne andrei in un posto dove ciascuno viene valutato secondo le sue capacità e dove ogni posto di lavoro viene assegnato a chi lo merita di più, che sia uomo o donna, bianco o nero, giovane o vecchio. L’assenza di discriminazioni, infatti, è possibile soltanto in un mondo rigidamente meritocratico, dove a ciascuno vengono attribuite responsabilità soltanto sulla base del proprio valore individuale e dove nessuno viene aprioristicamente considerato idoneo o non idoneo ad ottenere un lavoro, esercitare un diritto o svolgere una funzione sulla base delle caratteristiche che il senso comune gli attribuisce in quanto appartenente a una categoria. Un mondo senza stereotipi, dove non è vero che le donne sono tutte sensibili e gli uomini tutti competitivi, gli svizzeri tutti precisi e gli spagnoli tutti appassionati, gli anziani tutti equilibrati e maturi e i giovani… beh, i giovani loro-sì-che-ci-sanno-fare-col-computer.
Ma l’Italia non è questo posto: è un posto dove i giovani, più di tutti, sono aprioristicamente discriminati ed esclusi. Basti pensare a quanti lavoratori oggi sotto i trentacinque anni hanno la realistica attesa di una pensione o possono acquistare una macchina a rate senza farsi firmare una fidejussione dei genitori. O basti pensare che a 45 anni gente come Maria Chiara Carrozza, la presidente del Forum del PD sull’Università (una “nuova leva”, secondo la definizione di Mario Pirani), figli grandi e una brillante carriera alle spalle, deve lottare per quello che io chiamo scherzosamente il “diritto alla mezz’età”, che poi è semplicemente il diritto al rispetto che si deve a chi in ogni parte del mondo sarebbe considerato nel pieno della maturità, magari in grado di formare e guidare un governo come accade a Londra, a Washington o a Madrid.
L’Italia, e non solo la sua università, ha disperatamente bisogno di uno shock generazionale. Che non vuol dire “rottamare” gli anziani, al contrario. L’esperienza è una risorsa rara e preziosa che può essere utilizzata in mille modi o maniere. Ma un paese che si rispetti ha il dovere di investire sul proprio futuro e di consentire un fisiologico ricambio nell’esercizio delle responsabilità. Ciascuno è figlio del proprio tempo: se sei cresciuto e ti sei formato quando le mogli erano assoggettate ai mariti per legge, puoi decidere di elaborare il concetto della parità dei generi o puoi decidere di farne a meno e tenerti i tuoi punti di riferimento. Il rischio che si corre avendo un premier di 74 anni è che capiti di essere governati da uno che quello sforzo possa aver ben deciso di non farlo, e si vede qual è il ruolo delle donne in questo paese: quest’anno siamo al 72° posto nel Gender Gap Index del World Economic Forum, saldamente dopo il Botswana (39°) e l’Uzbekistan (58°). Complimenti.
Per lo stesso motivo non è pensabile che il sapere in questo paese sia trasmesso quasi esclusivamente da persone che si sono formate prima dell’invenzione della telescrivente. Andare in pensione a 65 anni è un destino normale per ogni lavoratore (establishment a parte, si intende) e comunque, se vivessimo in un sistema davvero basato sul merito individuale, non sarebbe difficile identificare quei talenti straordinari che a 65 anni meritassero di restare in servizio per continuare a servire didattica e ricerca: Rita Levi Montalcini esempio tra tutti. In un sistema sano e che tiene in qualche modo in conto il proprio futuro si dovrebbe poter fare affidamento su un contratto a tempo indeterminato a 30 anni e, eventualmente, godere di un contratto di consulenza a 70: l’Italia è il luogo dove accade incredibilmente il contrario. Bisogna invertire questa tendenza, non c’è altra scelta.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Perché non c’è altra scelta? Perché bisogna tagliare i fondi universita’ e scuola. Ecco, questo e’ il presupposto non detto e inaccettabile del post. Mi dispiace molto, ma e’ su questo che bisogna discutere, senza nasconderselo. Abbiamo accettato la logica di Berlusconi e Confindustria? E’ questo che vogliamo? Anche nel recente passato, il pc, poi ds, in generale la sinistra, tranne rare eccezioni, peraltro isolate, hanno tentato di portare l’attenzione della politica su scuola, universita, formazione. Con ben scarsi risultati. Ora ci riprova l’Europa, a darci un avviso. Ma purtroppo mi sembra di capire che l’aria che tira non e’ cambiata. Peggiora l’alfabetizzaziobe degli italiani. Ma tant’è: Berlusconi, in fondo, non e’ mica un epifenomeno! Non starebbe li, saldo com’è se lo fosse! Mi spiace che tutto questo cu sfugga, e che tutto quello che riusciamo a fare e’ inseguire frasi a effetto…
Ho 55 anni, e sono professore ordinario (che è l’ultima fascia della carriera). In tutta coscienza, pur condividendo l’idea di shock generazionale, trovo la proposta dei 65 anni una sciocchezza, nella sua generalità. Va bene promuovere i giovani e anche le generazioni di mezzo, ma i lavori non sono tutti uguali, e un prof di 65 anni ha ancora molto da dare ai più giovani. Ci sono diverse soluzioni che mi sembrerebbero più ragionevoli, a partire dall’idea che l’università deve essere guidata dai più meritevoli e non dai più vecchi, o dai più giovani: per esempio decidere che dopo una certa età non si possono più rivestire incarichi direttivi, ma solo formativi per i livelli più alti di formazione (per esempio i dottorati). Oppure che le migliori risorse – passata una certa età – possano svolgere ruoli di verifica e di consulenza sui progetti di ricerca, le Alte Scuole eccetera. Insomma: c sono una serie di strade intermedie, ma tutte passano da una concezione per cui l’università è il cuore stesso di una società attuale, e – come è ben scritto nel commento precedente – se le si tolgono risorse, se questo è l’unico presupposto di ogni riforma, allora francamente si trasforma l’intero personale in una variante dei polli di Renzo nei promessi Sposi, in cui ci si becca fra vecchi e giovani, in attesa dell’unico triste destino.
La proposta del PD contiene esattamente ciò che lei chiede: pensionamento a 65 anni e poi contratti annuali di ricerca e docenza per chi è ancora in grado di dare qualcosa. Questo naturalmente esclude proprio gli incarichi direttivi.
@ fausto colombo: in svizzera, olanda, francia, inghilterra, germania, svezia a 65 scatta la pensione per tutti. Questa non è una mannaia per cui da un giorno all’altro si va a casa a non fare nulla, si terminano i progetti di ricerca, i dottorandi, i fondi etc … si puo’ poi essere “emeriti” e dopo due anni (almeno in francia) “benevoles de la recherche”. Io lavoro con uno di questi benevoles su un progetto e mi sembra felicissimo (lui) di poter tornare a fare ricerca come quando era giovane, senza commissioni, senza dover cercare fondi etc … quello lo lascia ai quarantenni “maturi”, appunto.
Ha ragione Ivan, la Carrozza sarebbe considerata nel pieno della maturità lavorativa in qualsiasi parte del mondo, tranne in Italia.
@raffaella: hai perfettamente ragione. Sottoscrivo (come spesso d’altra parte) le tue parole una ad una.
Cari partecipanti al Forum, lo sapete che negli ultimi 5 anni l’età pensionabile dei professori ordinari è già stata abbassata dai 77 ai 70? Conoscete altre categorie della dirigenza o assimilate (magistrati, dirigenti dello stato e dell’impresa privata)cui sia stato imposto questo drastico taglio, con annullamento di diritti acquisiti, e con illegittima retroattivazione delle norme? La proposta dell’ulteriore taglio di 5 anni di servizio avanzata dal PD obbedisce unicamente a ragioni emergenziali, e rappresenta una maniera politicamente corretta (sempre richiamandosi all’Europa) di realizzare uno “svuotamento” degli organici. Naturalmente tutto in nome dei giovani ricercatori, cui si fa balenare la ipotesi di transito senza concorso verso la cattedra, e dei cosiddetti ricercatori precari, a cui si lascia intendere che liberandosi dell’egoismo dei “vecchi” si apriranno spazi di reclutamento veloci e senza troppi filtri.
Dove è scritto che l’ingresso dei giovani sarebbe senza concorso? La proposta dice che i soldi recuperati andrebbero utilizzati per bandire nuovi concorsi.
no, Giovanni, per come ho letto io la proposta, c’è un punto nel quale si parla con chiarezza l’ipotesi di “concorsi riservati”. Si legge a pag. 6: “Per i ricercatori attuali, a tempo indeterminato e determinato, un’adeguata quota di concorsi da bandire nei primi 6 anni di applicazione della riforma, e possibilità della chiamata diretta”. E quindi ha ragione Mario Sechi.
Comunque, a mio avviso, la conferma di quanta questa proposta rischi di essere, ad un tempo, astratta e subalterna, confermando in pieno le valutazioni di Raffaella, si trae da quanto si legge oggi sul sole 24 ore, pag. 7. Stiamo precipitando in una situazione ancora più grave dal punto di vista finanziario di quella, pur seria, sulla quale viene richiamata costantemente da qualche anno l’attenzione dagli organi di rappresentanza delle Università. E ancora: numerosi enti di ricerca sono destinati alla chiusura. A me pare che, in questo contesto, questa proposta nasca morta e che, come purtroppo spesso avviene alla sinistra, l’interesse e l’accanimento che molti di noi (io per primo, per carità) stiano dedicando sia inversamente proporzionale alla importanza e alla rilevanza della stessa.
La proposta dei 65 anni è indipendente dalla chiamata diretta. Se leggete l’emendamento depositato in Senato e bocciato dal PdL in nessun punto si parla di ingressi senza concorso.
Se poi in altri contesti il PD parla di chiamate dirette questa è un’altra faccenda, che nulla ha a che vedere con la proposta dei 65 anni.
Purtroppo, per tenersi buoni i ricercatori, PdL e PD hanno voluto estendere il meccanismo delle chiamate dirette, che nella prima versione del ddl gelmini riguardava i soli TD, anche agli attuali ricercatori a TI, questo è un problema di demagogia e di preoccupazione per il prossimo anno accademico che rischia di non partire.
Io in genere passo per uno un po’brutale, e cerchero’di non smentirmi.
Immaginiamo la FIAT con una montagna di debiti e in grave calo di venite. E immaginiamo John Elkann che scopre di avere il 20% dei suoi dipendenti, tra l’altro nella quasi totalita’ i dipendenti piu’ stipendialmente costosi, over65. Ecco, adesso immaginiamo che John si sieda al tavolo con sindacati, ministri e compagnia e dica: “”Datemi un mega incentivo per la rottamazione delle auto per rilanciare le vendite, altrimenti mando in pensione il 20% dei miei dipendenti, tutti over65 e con 40 anni di contributi”. Ecco, allora Raffaella, Fausto Mauro, Giulio, dareste a John Elkann il megaincentivo pur di tenervi i dipendenti anziani?
Se l’obiezione e’che i metalmeccanici non sono prof universitari, e che rimpiazzare prof non e’la stessa cosa, dico che ci sono migliaia e migliaia di buonissimi candidati la’ fuori, che magari hanno una vaga idea, per esempio, di come si converte un doc in un pdf.
Se l’obiezione e’che non si puo’ avallare il pensionamento perche’ giustifica i tagli Gelmini e Tremonti, dico che con o senza i tagli ci sono comunque.
Se l’obiezione e’ che la ricerca e’nel complesso sottofinanziata, dico che lo sono anche la sanita’, la giustizia, i trasporti pubblici, la tutela del territorio, la scuola, i pompieri, le forze di polizia, le carceri…
Se l’obiezione e’che non si puo’fare di tutta l’erba un fascio, dico che gran parte di questi over 65 e’entrata proprio come un fascio di tutta erba con l’ope legis del 1980.
Se l’obiezione e’che negli USA il pensionamento obbligatorio non c’e', dico che negli USA solo il 4-5% dei prof ha 65 anni o piu’, in italia il 20%, e non mi sembra che la qualita’ dei prof anziani italiani debba essere tanto meglio di quella dei prof americani (vogliamo contare i nobel e le medaglie fields?)
l’obiezione è un’altra. a me interessa che l’università fornisca qualità, eccellenza, merito. se io mando in pensione tutti gli ultra 65enni a prescindere da cosa fanno e cosa hanno fatto negli ultimi anni, io privilegio un altro criterio, non quello del merito. Non sei brutale abbastanza, Francesco, da considerare che ci sono tanti quarantenni, cinquantenni, ecc. che, vinta una cattedra, non fanno nulla da anni. Nè prendi in considerazione il caso di quanti con l’ope legis sono entrati nei ruoli degli associati e dei ricercatori e hanno continuato ad esserci senza produrre alcunchè. Perchè questi, invece, devono poter restare in servizio? Perchè per questi il pensionamento non può essere proposto?
Quindi, questo mi fa supporre che il criterio che tu hai in mente è un altro, ugualmente legittimo ci mancherebbe, ma diverso. A me pare che tu prenda in considerazione il fatto generazionale in sè e assuma che inserire masse di persone più giovani nei ruoli dell’università sia un bene in sè, tanto è vero che metti sullo stesso piano settori lavorativi molto diversi.
La mia visione è diversa dalla tua. Non mi piace basarmi su una ipotesi (quelli che sono più giovani hanno più energie), ma preferisco contemperare questo criterio (largo ai giovani) con il merito. Tu ti preoccupi solo di quanti stanno fuori, e anche qui per carità fai benissimo, io mi preoccupo anche di quanti stanno dentro e che, pur dando tanto all’università, in termini di ricerca e di didattica, non possono avere un avanzamento perchè i fondi non ci sono.
Tu, infine, non sei brutale abbastanza da chiederti perchè meccanismi di questo tipo già esistono (anche se ce lo siamo dimenticati siamo stati al governo), che qualche risultato lo hanno prodotto, ma che hanno anche creato tante disfunzioni (ricercatori che fanno prevalentamente didattica; ricercatori a tempo determinato che, ugualmente, sono impegnati in due o tre corsi; professori che vanno in pensione e che potrebbero ancora insegnare a contratto, come nella proposta del pd, ma a cui i contratti non vengono dati di nuovo perchè non ci sono soldi).
Detto questo, ora, sta partendo un nuovo processo di valutazione della ricerca. Se vogliamo adottare un criterio selettivo e rigoroso aspettiamone gli esiti e proponiamo che tutti coloro i quali, a prescindere dall’età, siano rimasti improduttivi negli ultimi cinque anni, siano messi a riposo.
Ricercatori e associati già andrebbero in pensione a 65 anni, secondo ciò che è scritto nel ddl Gelmini. Solo ai prof. ordinari è concesso l’odioso privilegio di restare fino a 70.
Caro Giovanni
penso che lei viva in un’Università molto mediocre, e che abbia scelto – non so perché – un settore popolato di docenti di bassa qualità, mi dispiace moltissimo, vecchi o giovani che siano.
Non è dappertutto così, mi creda.
Si. L’università italiana. Ma non mi rassegno a vederla affondare.
Caro Giovanni, lei non può frequentare o aver frequentato ‘ll’Università italiana’. Può aver frequentato questo o quel certo ateneo, aver studiato con professori che hanno nome e cognome. Altrimenti bara. E ci sono docenti e docenti, non tutti uguali. Quando parliamo di ricercatori che vanno all’estero e si fanno valere riconosciamo che hanno avuto un’ottima formazione nelle nostre Universita. O no? E allora cerchiamo di salvare quello che c’è di buono, di correggere i tanti abusi, di mettere in atto davvero il criterio della valutazione e del
merito. Ma evitiamo di seguire il Pifferaio magico che ricoprendo di fango l’Università ( e la scuola pubblica, non dimentichiamolo!) fa il suo gioco. Protestiamo forte contro una politica che obbliga le Universita pubbliche a chiudere e lascia intatti i finanzienti alle private.
Sono un professore ordinario di 61 anni, con pesantissimi carichi didattici (piu’ di 25 CFU), con attività di ricerca riconosciuta e documentata (progetti PRIN,UE attivi, centinaia di pubblicazioni), con incarichi istituzionali e organizzativi pesanti, con un laboratorio a disposizione anche degli studenti, con decine di studenti in Tesi di Laurea.
Non mi sono mai ritenuto uno “statale”. Ho sempre creduto nel ruolo trainante dell’ Università per la ricerca, lo sviluppo, la cultura.. tutte cose “ovvie” per tantissimi colleghi impegnati che hanno sofferto e aspettato per poter entrare fra i “baroni” e non per non fare piu’ nulla ma per fare di piu’ e meglio.
Introduzione banale ma dovuta.
Ho un collaboratore di 45 anni, ricercatore da dieci. Avevo un giovane assegnista (PhD) di 35 anni che ora sto spingendo perchè si trovi un lavoro fuori dall’Università. Non abbiamo piu’ speranze. Perchè l’opinione pubblica italiana (chiamiamola cosi’) ha deciso che il nostro paese non ha bisogno di università o di cultura ma solo di imprese e intrattenimento. Perchè il governo(i) ha deciso che gli sprechi sono nell’istruzione e nella cultura. Nell’università in particolare. Stiamo facendo un errore storico. Fra qualche anno prenderemo il posto dell’India, dove ora gli investimenti, anche in stipendi, sono fortissimi nell’istruzione e nell’Universita’. Costruiremo su progetti indiani, a basso costo.
Ma di fronte alla foga del rinnovamento, della caccia ai baroni, non ci sono argomenti. Sarà la storia a fare giustizia.
Non c’e’ bisogo di punire tutta l’università se si vogliono e si devono cacciare i fannulloni (baroni, associati e ricercatori improduttivi o con un altro mestiere o professione). Basta leggere i curriculum. Basta pagare niente chi non fa nulla e bene chi lavora. Basta volere davvero che l’Università funzioni e non cercare di distruggerla (per poi pretendere il titolo di studio e festeggiare la laurea alla grande….). Ma credo che l’opinione pubblica, controllata e manovrata, sia ormai da caccia alle streghe.
Quindi meglio lasciare l’Italia. Non studiare neppure in Italia.
E quindi in pensione a 65 anni? Come tutti ? Come i politici ? Come i premier ?
Anche prima (=licenziamento) se non si è all’altezza. Ma perchè impedire a chi ha costruito tanto di poter continuare ? Non siamo in grado di valutare se a 70 anni si produce ancora, piu’ di un rampante quarantenne raccomandato ?
Tristezza. Povero paese.
@giulio
“Nè prendi in considerazione il caso di quanti con l’ope legis sono entrati nei ruoli degli associati e dei ricercatori e hanno continuato ad esserci senza produrre alcunchè. Perchè questi, invece, devono poter restare in servizio? Perchè per questi il pensionamento non può essere proposto?”
Il pensionamento proposto e’ PER TUTTI a 65 anni. Se hanno 65 e 40 anni di contributi, li mandiamo in pensione. Se no, no, come e’ logico, almeno in questo (quel )paese.
Se poi, invece, la domanda e’: “perche’ non mandiamo via chi non fa un cazzo, a prescindere dall’eta?”, me la faccio anche io, ma per tutto il mondo lavorativo italiano, non solo per l’Universita’. E comunque qui stiamo comunque parlando di una situazione che e’ economicamente compromessa come lo sarebbe qualsiasi universita’ europea che spendesse tutto il suo budget per gli stipendi…
Per la questione del merito, forse non ci capiamo: e’ proprio quello che deve essere valutato quando al prof anziano pensionato a 65 anni si daranno i contratti di collaborazione per ricerca o didattica. Ed ecco che siamo tutti contenti: i prof e ricercatori over65 meritevoli che restano ca fare quello che gli piace, le Universita’ che si trovano in cassa dei bei soldini per fare la ricerca che oggi non si riesce piu’ a fare perche’ il budget se ne va tutto in stipendi, glistrutturati perche’ si liberano posizioni per gli avanzaenti di carriera e i giovani, i precari, gli emigrati e gli stranieri perche’ si apre un po’ di reclutamento.
I criteri “centralizzati” di valutazione del merito che dovrebbero rendere tutto il sistema piu’ responsabile sono certo la vera soluzione, ma non produrranno effetti apprezzabili prima di, e sono ottimista, minimo 5 anni. Non so, secondo me arredare le macerie non dovrebbe essere l’obiettivo. La proposta del pensionamento, se non si e’ capito, serve a salvare l’Universita’ italiana prima che affondi. Sempre che ce ne freghi qualcosa fra tutti, e non facciamo la solita gara a chi la fa piu’ lontano, perche’ questa lotta comincia ad assumere dei toni paradossali…
Giovanni non ha frequentato l’università italiana ma da quello che viene fuori dai ranking mondiali, le Universita italiane sono tra le peggiori del’ Europa occidentale. E’ innegabile che la situazione sia disfunzionale a livello generale.
Giornali, senatori… la difesa della casta è partita. Obiettivo: affossare la proposta sul pensionamento a 65 anni. La sola proposta seria e sensata per l’università che abbiamo ascoltato negli ultimi 20 anni.
Siete comunque in buona compagnia: Mario Pirani, Ilvo Diamanti, molti commentatori di Repubblica hanno criticato con simili argomentazioni questa proposta del PD. E’ chiaro che una resistenza trasversale si e’ attivata proprio nel momento in cui la congiuntura rende necessario reperire fondi nello spazio delle stesse amministrazioni (al di la’ di tutto, abbiamo un debito pubblico smisurato e ormai fuori controllo). E molto probabilmente, per miope incoscienza, interesse personale o semplice arroganza, la resistenza in questione e’disposta ad abbandonare il campo solo quando saranno rimaste rovine…
Francesco, come già ha fatto recentemente in una occasione analoga, se non sbaglio nei commenti ad un altro post su questo stesso argomento, tende a chiudere il cerchio di discussioni aspre, ma nelle quali ciascuno esprime il proprio punto di vista liberamente, e per quanto mi riguarda molto interessanti, con una sfilza di insulti (stavolta ai “voi” riferisce le seguenti “virtù”: miope incoscienza, interesse personale o semplice arroganza), salva naturalmente l’imputazione di essere responsabili delle rovine future (come se già non ce ne fossero abbastanza). Per quanto mi riguarda, ripeto quanto ho già detto qualche giorno fa: questo lo ritengo inaccettabile. Sono disponibile sempre a misurarmi sulla base di argomenti, dati oggettivi, visioni diverse della realtà, ecc., ma questo livello di discussione non mi interessa.
La Repubblica è la rovina della sinistra e di riflesso dell’intera Nazione.
Sono 30 anni che la sinistra segue le indicazioni politiche suggerite da Repubblica e il risultato è un PD al 28% (se va bene) che può allearsi con forze che, messe tutte assieme, raggranelleranno si e no un altro 12%. Totale: un bel 40% che ci ha già regalato 12 anni di Berlusconismo e chissà quanti altri dovremo passarne.
Se si desse meno retta agli articoli di Repubblica e si ascoltassero un po’ di più gli elettori, forse per il 2018 o per il 2023 avremo qualche chanche di uscire dal tunnel in cui Repubblica ci ha infilati.
Valga come esempio la campagna elettorale del 2001, quando davanti all’atteso trionfo del centrodestra, La Repubblica non riusciva a capacitarsi di come un quinquennio di governi che avevavo fatto tutto ciò che quel giornale chiedeva potesse non tradursi in un plebiscito in favore di Amato e Rutelli. Questa è la capacità di lettura della società italiana e delle dinamiche elettorale del giornale che stiamo seguendo pedissequamente da tre decenni.
Ma com’è che è sempre colpa di qualcun altro, se le cose della sinistra vanno male? Repubblica? Ma perché una intera classe dirigente ex rampante si è fatta spaventare da Repubblica? Non aveva argomenti? Deboluccia come scusa, eh?
@mister brown: ma l’Italia nelle classifiche internazionali come è messa quanto a: corruzione, industria, alfabetizzazione, servizi sociali, classe politica, trasporti, dirittio civili… Come potresti sperare in una qualche isola di assoluta primazia, in questa situazione? E nonostante tutto, abbiamo cervelli che, quando vanno fuori, fanno la loro figura….!
Eh Giulio ma io purtroppo non so vedere altre virtu’ nel fronte sempre piu’esteso di chi si oppone al pensionamento. Perche’ a tutte le obiezioni e’stato risposto: si lascia la possibilita’ a chi vuole e merita di continuare a fare didattica e ricerca con contratti di collaborazione, si prevede che vadano in pensione a 65 anni quelli con 40 anni di contributi (non tutti, come fa malandrinamente intendere Diamanti), si vincola il budget liberato ad essere reinvestito nell’Universita’… Quello che rimane e’ solo l’egoismo di chi non vuole capire che da questa catastrofe l’Universita’ o ci esce da sola e con responsabilita’, una volta tanto, o senno’ e’ finita… O, anche, la mancanza di concretezza che spesso si rimprovera proprio al nostro caro partito.
“In Italia – sono misurazioni del 1999 – ha il diploma appena il 42 % della popolazione adulta compresa fra i 25 e i 64 anni. La media europea è del 59 per cento. Francia e Gran Bretagna sono al 62, la Germania è all’81. La Grecia intorno al 50. Peggio dell’Italia solo Spagna e Portogallo. Solo il 9 % degli italiani adulti, fra i 25 e i 64 anni, possiede una laurea. La media europea è del 21 per cento, quella inglese del 25, quella tedesca del 23, quella francese del 21. (…) In un’indagine condotta dal CEDE è risultato che oggi il 5 per cento della popolazione adulta non riesce nemmeno a leggere il primo e più semplice di cinque questionari (l’indagine era a carattere internazionale e le modalità erano fissate dall’OCSE), ed è quindi da considerarsi radicalmente analfabeta. Al primo dei cinque questionari si ferma il 33 per cento degli italiani adulti e non va oltre. tenga conto che questo primo questionario è composto da frasi assolutamente elementari e di calcolo altrettanto elementari (…) in cifre assolute: più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capòacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come oramai è la nostra e in una società che voglia non solo dirsi, ma anche essere democratica” (T, De Mauro, La cultura degli italiani, Laterza 2004, pp. 22-23)
Giusto per dire che la proposta del PD nasce, anche, da quello ch si discute qui, ad ottobre 2009 su questo blog si discuteva di questo
http://www.imille.org/2009/10/una-exit-strategy-per-luniversita/
“Il punto doloroso è che la classe politica italiana non è disponibile a sostenere un progetto complesso di riforma [della scuola e dell'università].Sono resistenze intanto di ordine finanziario. Non possiamo spendere nella scuola quello che spendiamo, si sente dire. Non abbiamo soldi. La traduzione più empirica di questo atteggiamento mentale è sempre la stessa: gli insegnanti sono troppi, cacciamoli via. La seconda obiezione è la seguente: ma cosìè questo egualitarismo, questa insistenza affinché tutti studino? A che serve? (…) Un grande leader come Giorgio Amendola, uomo intelligente e colto, sostenne che se i figli degli operai avessero preso tutti il diploma della media superiore e fossero andati all’università, nessuno poi avrebbe fatto l’operaio. Un tema caro anche ai conservatori” (T. De Mauro, La cultura degli italiani, Laterza 2004, pp 16 e 21).
Della serie: le stesse cose ritornano….
@Francesco Cerisoli: di quel progetto ho scritto, pochi giorni fa, su questo blog.
Infatti anche la classe dirigente della sinistra ha la colpa di essersi fatta eterodirigere dalla redazione di un giornale che ha il polso del pensiero dei salotti snob o di qualche illustre universitario, ma certo non quello del corpo elettorale nel suo insieme.
La cosa triste e’ che quella del pensionamento a 65 anni e’ una provocazione. Fara’ discutere, ci sara’ un po’ di caciara ma alla fine non arrivera’ in porto. E’ triste perche’ solo in un paese bloccato come l’Italia si considerano provocazioni provvedimenti che altrove potrebbero diventare benissimo leggi senza necessita’ di teatrini. Non so se rendo, ma stiamo parlando di pensione obbligatoria a 65 anni per i professori universitari. Roba che esiste in mezzo mondo gia’ da anni. Mica stiamo parlando di aumentare le tasse universitarie a diecimila euro l’anno.
Sebbene sia d’accordo con molto di quello che è scritto nel post, e creda che uno shock generazionale sarebbe auspicabile, mi sorge il sospetto che questo discutere sull’argomento porterà soprattutto ad uno scontro generazionale assolutamente inutile. Pensiamo davvero che il prepensionamento sia il primo passo da fare per un’università migliore? Soprattutto considerando le drastiche misure in atto sul turn over? In questa discussione emerge l’immagine di anziani che non hanno protestato per tagli inaccettabili all’istituzione presso cui lavoravano ed ora si ribellano a chi vuole estrometterli dal sistema e l’immagine di giovani che pensano di risolvere una situazione tragica mandando “i vecchi” a casa. Mi sembra quasi una discussione fatta apposta per abbassare l’immagine dell’accademia italiana, dove sarebbe stato molto meglio che vecchi e giovani avessero alzato assieme la voce, di fronte a chi vuole demolire l’università italiana.
@piero: il problema dell’italia è proprio quello di considerare un “giovane” PhD uno che ha 35 anni e un “collaboratore” uno di 45 “ricercatore da 10″, ovvero da quando aveva la “veneranda età di 35 anni (che per l’italia è “giovane”).
In Francia fino al 2005 esisteva un LIMITE MASSIMO DI ETA’ per diventare ricercatore che era di 30 ANNI, dopo i quali non si è più “giovani”.
Sempre in Francia non darebbero mai a nessuno una borsa di dottorato a chi ha più di 30 anni, perché troppo vecchio.
E il “collaboratore” a 45 anni dovrebbe aver imparato a camminare con le sue gambe da almeno 5 anni.
Che il massimo dell’efficienza scientifica, nel senso anche di rischi che si prendono e innovazione, sia tra i 35 e i 40 non lo dicono delle persone bizzarre, ma vagonate di statistiche. E per alcune materie, tipo la matematica, il limite di età è anche molto più basso.
Certo i 45 anni del “collaboratore” sono casualmente la stessa età della Carrozza, che viene apostrofata con sufficienza come “giovane”, quando è nel pieno della maturità lavorativa.
L’Università è specchio della società …
Caro Giovanni, ci siamo fraintesi, io sono certo che tu abbia avuto la sfortuna di studiare in una Università sotto la media e in un settore scientifico depresso, e che soprattutto tu abbia scelto maestri inadeguati. Certamente sarai un autodidatta molto dotato.
Non penso che questa discussione aizzi lo scontro generazionale. Lo scontro generazionale già esiste, ed è un bene che venga fuori anziché covare pericolosamente sotto la cenere. Come scritto altrove da Enrico, abbiamo avuto la sfortuna di essere preceduti una generazione del tutto irresponsabile ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità scaricando sui propri figli i debiti accumulati per sostenere il proprio benessere. Ci stanno lasciando non ricchezze, come tutte le generazioni che si sono succedute da secoli hanno fatto con i loro eredi, ma “precarietà, disoccupazione, consumi stagnanti, recessione, denatalità… Una nazione costruita a prezzo di mille sacrifici è destinata al disfacimento, un popolo millenario che si sta autoestinguendo a causa del crollo delle nascite causato dall’egoismo e dall’avidità di una singola generazione.”
Cosa vogliamo fare? Stare zitti perché altrimenti scoppia lo scontro generazionale? Ma non lo vediamo che questo scontro già esiste? Anche in questa discussione, dove noi lottiamo per la sopravvivenza nostra e della nazione, loro per difendere i propri agi.
Beh Giovanni, ora non esageriamo che noi siamo il Bene e loro il Male, senno’ sembra un film di Sylvester Stallone. Ci sono alcuni prof che questa proposta la condividono e che hanno persino (attenzione attenzione) contribuito ad elaborarla. Persone normali eh, non alieni. E ci sono pure dei “giovani” che non valgono nulla tutti in fila dietro ai loro lord Sith sempre in attesa di essere piazzati in nome dell’obbedienza e della deferenza.
Sullo scontro di generazioni, e’ chiaro che non si vuole parlarne chiaramente, proprio perche’ danneggia gli interessi di chi detiene adesso il potere. Senza giovani poco accomodanti, pero’, non si va lontano…
Francesco, un’analisi storica non è mica un film con i buoni tutti da una parte e i cattivi tutti dall’altra. Analizzare il contributo delle varie generazioni al progresso o al regresso del nostro paese non equivale mica a condannare uno per uno i componenti di una generazione ed incensare tutti i componenti di un’altra, esattamente come analizzare un brutto episodio storico non equivale a condannare ogni individuo di un popolo e trasformare in eroi tutte le vittime. Nessuno pensa, ad esempio, che tutti gli spagnoli nel ’500 fossero spietati sostenitori di un genocidio e tutti gli amerindi innocenti angioletti. Ci mancherebbe. Similmente, ci sono molte ottime persone nella generazione che ci ha preceduto e molte pessime persone nella nostra.
L’analisi storica ci dice che i nostri nonni si sono trovati a 20 anni con un paese coperto di macerie e percorso da eserciti, hanno corso rischi enormi, sacrificando spesso la propria vita, per allontanare gli occupanti, hanno trasformato l’Italia in un paese democratico e poi si sono rimboccati le maniche per renderla la quinta potenza economica del mondo. I loro figli non hanno saputo far tesoro di questa eredità, hanno consumato ciò che avevano ricevuto e se la sono spassata accumulando debiti con l’intenzione di farli pagare ai propri figli. E ora arriviamo noi, con la sfortuna di essere stati preceduti dall’ultima generazione e non dalla penultima. Ma questo mica significa che si debbano condannare nostri padri e costruire altarini ai nostri nonni. I giudizi individuali sono per l’appunto individuali, non collettivi.