di Raffaella Petrilli*
Per capire la direzione in cui puntano le proposte del PD in materia di università e ricerca è utile prima di tutto chiarire in quale contesto si inquadra la discussione, cioè quali sono i paletti che determinano il campo nel quale, in questi anni, si sta definendo la sorte dell’università italiana. Quei paletti, o punti di riferimento, sono sostanzialmente tre: a) la situazione universitaria internazionale, e in particolare europea, in cui l’Italia è inserita; b) il ruolo assegnato all’università italiana dalla Carta costituzionale; c) le tendenze espresse dagli interventi sull’università dell’attuale governo.
Con il Processo di Bologna, iniziato nel 1999 e che ha il 2010 come prima scadenza, l’Unione europea ha fissato l’obiettivo di realizzare “una società e un’economia della conoscenza”. In concreto, l’UE ha individuato tre tipi di interventi per aggiornare e assimilare in qualche misura i diversi sistemi universitari: la curricular reform, mirata alla confrontabilità dei tre titoli universitari bachelor-master-doctorate (quindi definizione dei curricola, sistema di crediti, sistemi di valutazione omogenei, su questa base promozione della mobilità di studenti e docenti ecc.); la governance reform, che punta a rendere effettiva l’autonomia delle università nella scelta di strategie che promuovano la qualità; la funding reform, cioè l’idea che diversificare i finanziamenti degli atenei a seconda delle performance ottenute possa promuovere la “equity, access and efficiency” del sistema universitario. Oltre a creare lo spazio europeo per l’università e la ricerca, i tre obiettivi hanno anche lo scopo di promuovere l’attrattività del sistema universitario europeo per studenti non comunitari. Le indagini più recenti promosse dalla UE indicano che l’Italia è collocata dopo i maggiori Paesi europei per numero di studenti universitari (Germania, Gran Bretagna, Francia, Polonia), e scende ancora per numero di studenti laureati (dopo: Germania, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Spagna, in Europe in figures. Eurostat yearbook 2009, p. 192).
Il secondo paletto è la Costituzione italiana, che stabilisce per università ed accademie “il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato” (Art. 33), e fissa il principio dell’istruzione universitaria assicurata a tutti i meritevoli, anche se privi dei mezzi economici (Art. 34: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti dello studio”), il che non stabilisce una definizione del ruolo dell’università, ma quanto meno indica l’istruzione universitaria come un diritto per tutta la popolazione che voglia e possa accedervi, assegnando allo Stato il compito di assicurare il diritto allo studio.
Infine, per quanto riguarda i recenti interventi governativi sulla riforma universitaria, è noto che sono basati su due linee operative: il taglio dei finanziamenti, che si traduce in taglio dell’offerta formativa e del finanziamento alla ricerca, sia di base che applicata; e la riduzione dell’autonomia mediante un sostanzioso intervento legislativo, che punta soprattutto a regolare la governance degli atenei. Il taglio dei finanziamenti si basa su un presupposto implicito nei testi normativi, ma esposto chiaramente altrove, e cioè che “il tema della formazione universitaria riguarda più l’orientamento e la qualità degli studi che non la quantità di laureati”, con la giustificazione che in Italia “il tasso di laureati (…) è aumentato rapidamente ed enormemente negli ultimi anni” (Audizione sul DDL Università – AS 1905 – del Vice-Presidente di Confindustria per l’Education G. Rocca, p. 2, il corsivo è mio). Quanto alla riduzione dell’autonomia del sistema universitario, il presupposto è che solo l’intervento legislativo centralista sulla governance sia in grado di superare l’immobilismo causato dai “conflitti d’interesse” presenti nel corpo accademico italiano.
È rispetto a questo contesto che il PD ha attivato la discussione, documentata sul sito nazionale del partito. Per esaminarne i contenuti e ricostruirne le linee di tendenza sono partita dalla “Bozza di Proposta di legge del PD sull’Università” del 22 Maggio 2009, prendendo poi in considerazione documenti e comunicati che vanno dal 28 gennaio 2010 (sintesi dell’incontro del Forum ‘Università, saperi, ricerca”) al 18 maggio 2010, oltre a vari altri interventi di esponenti del PD pubblicati in varie sedi. Dato che i contenuti delle proposte del PD sono oltre che accessibili facilmente anche ben noti, mi sembra utile qui limitarmi a mettere a fuoco solo alcuni punti, che ritengo però particolarmente importanti per comprendere la direzione della riflessione del PD, alcune ambiguità e anche alcune mancanze.
Bisogna dire subito che il PD, al contrario del Governo e di Confindustria, ha chiarissimi i termini del problema dell’istruzione universitaria italiana così come sono indicati dai numeri: i giovani italiani in possesso di un titolo di istruzione terziaria sono davvero troppo pochi rispetto ai giovani europei, in netto contrasto con le esigenze di una società e economia della conoscenza. Perciò, al centro di una proposta alternativa non può che porre l’aumento, non il taglio, delle risorse destinate a università e ricerca (vd. Bozza, Titolo I). Sono ben chiari anche gli aspetti strutturali della società italiana che influenzano negativamente il sistema universitario, per esempio il fatto che l’imprenditoria italiana abbia smesso di investire sulla ricerca e chieda all’università di assumersene totalmente il carico: “Proprio quando gli imprenditori hanno smesso di fare ricerca hanno anche preteso di spiegare al mondo universitario come deve organizzarsi” (W. Tocci, Quale riforma per l’Università, 2009, p. 7). Con lo stesso metodo, molti aspetti del problema “università” sono ricondotti alle cause che li provocano: così il fenomeno della eccessiva durata degli studi accademici di buona parte dei giovani italiani trova una spiegazione nelle carenze dell’apparato economico-produttivo contemporaneo, che non è affatto pronto a accoglierli. Dunque, il PD dispone delle chiavi per impostare l’analisi dell’università italiana in una prospettiva più corretta – europea e globale – di quella che guida la riforma del governo.
Ciò detto, però, si deve riconoscere che l’insieme dei documenti esaminati mostra una sostanziale subalternità della proposta PD alle mosse del governo e, in definitiva, una curiosa mancanza di autonomia. Intendo dire, con questo, che le proposte in discussione appaiono formulate soprattutto in risposta ai vari punti di cui si compone la riforma Gelmini, e in questo modo non riescono a far emergere un disegno effettivamente alternativo, originale e autonomo. L’impressione è che ciò che non cade sotto l’attenzione del governo non cada nemmeno sotto l’attenzione del PD; e che, essendo formulate ‘in alternativa a’, quelle proposte del PD restino anche, tutto sommato, frammentate e di breve respiro. Le giuste analisi di partenza non riescono a produrre, nei fatti, soluzioni convincenti. Faccio subito alcuni esempi.
Con “istruzione terziaria” i documenti europei indicano due filoni di istruzione post secondaria, ossia gli “university and non-university studies”. Vari Paesi distinguono, infatti, gli studi a forte base teorica destinati a fornire la competenza per attività altamente qualificate o per la ricerca di base, dagli studi anch’essi approfonditi ma più marcatamente professionalizzanti. Alla luce di questa distinzione va compresa la parola d’ordine europea della “knowledge society”, ossia di una società che richiede competenze molteplici e approfondite, oltre che l’innalzamento generale dei livelli della conoscenza per governare le innovazioni produttive. Si tratta di aumentare le competenze medie e di rendere più elevate quelle elevate. Questa distinzione non esiste in Italia. Non è un caso se la riforma del ‘tre + due’, introdotta appunto dietro la spinta europea, nei fatti abbia avuto difficile interpretazione e ancora più difficile applicazione. Si tratta della questione che appare in trasparenza nella differenza tra teaching university e research university, che però il PD considera come un dato di fatto già presente in Italia, e non approfondisce ulteriormente (Forum, Sintesi, p. 3). Se la citazione della “knowledge society” ricorre di frequente, la sua interpretazione rimane vaga: leggiamo dell’ “esigenza che il sistema universitario italiano torni alla sua funzione più qualificante, quella di sede della formazione e della ricerca, dell’elaborazione e della trasmissione del sapere, del progresso scientifico” (Forum, Sintesi, p. 1); o considerazioni circa la mission dell’università, intesa ancora in modo non articolato e formulata con quelle che appaiono più come parole d’ordine che come tracce di una riflessione approfondita: “Fondare il nostro sviluppo sulla conoscenza e sull’innovazione, fare dell’università un fattore centrale per la mobilità sociale (…) dobbiamo puntare ad avere un numero maggiore di laureati e di dottori di ricerca, più ricercatori, una maggiore apertura all’esterno del sistema” (doc. del 24-4-10). In questo contesto, il 3+2 appare come una modifica di superficie dell’organizzazione degli studi e è interpretato più come una risposta alla necessità di abbreviare il ‘parcheggio’ all’università dei giovani, assicurando il conseguimento di un titolo finale, che come una tappa importante nella riformulazione profonda degli obiettivi dell’istruzione terziaria (universitaria e non universitaria) italiana.
Per chiudere questa rapida e senz’altro insufficiente analisi della proposta PD per l’università, aggiungo che tra gli obbiettivi che Confindustria ha dichiarato necessari per ammodernare l’università c’è anche la sostituzione del valore legale del titolo di studio con l’ “accreditamento” delle università e dei loro corsi di laurea, basato sulla valutazione. E’ lecito pensare, vista la sintonia con Confindustria dimostrata finora dalla riforma Gelmini, che la questione del valore legale si troverà presto sul tavolo della discussione. L’esigenza di una “severa valutazione” è chiaramente affermata e ribadita in numerosi documenti PD. Ma quale posizione assume il partito sul valore legale dei titoli?
L’impressione che anche in quest’ultimo caso il PD si lascerà precedere dalle proposte governative avvalora l’idea che, nonostante la corretta impostazione del problema dell’università e della ricerca, il PD non abbia messo a fuoco fino in fondo le carenze del sistema universitario italiano, e manchi di una proposta organica coerente nelle sue parti e finalizzata a obiettivi chiari. Il rischio è che lasci saldamente in mano al governo la definizione delle priorità negli interventi (guidati come ho detto dalla grave sottovalutazione dell’urgenza della “knowledge society”) e si limiti, da parte sua, a rispondere con controproposte ‘d’effetto’ (“via i baroni, largo ai giovani”, “serve uno shock generazionale”, Intervista a M.C. Carrozza del 18-5-2010), che possono aspirare a risolvere il problema dell’università italiana tanto quanto può farlo l’accorta campagna di comunicazione contro i “baroni” messa sapientemente in circolo dal governo in occasione di ogni sforbiciata al fondo di finanziamento delle università. E’ difficile trovare la logica per la quale la proposta di abbassare a 65 anni l’età pensionabile dei docenti universitari (che non a caso, forse, “in linea di principio trova concorde la Gelmini”, 18-5-2010) si armonizzi con la questione di basare le scelte universitarie sul merito e la valutazione o di assicurare vera autonomia alle università. Senza una logica ben argomentata, il rischio resta la facile demagogia.
Forse riconoscere che “le politiche dei governi di centrosinistra non sono esenti da colpe” non è ancora sufficiente per impostare finalmente una buona politica per l’università e la ricerca.
* Articolo pubblicato in vista della giornata co-organizzata da iMille e dedicata a “Ricerca ed Università” che avrà luogo il 25 maggio, a Roma.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Per esempio, perché se un’università spende 150000 (centocinquantamila!) euro l’anno per stipendiare un 68enne, avere la possibilità di valutarlo attraverso la scelta di concedergli un contratto oppure no diviene un modo per applicare valutazione e meritocrazia anche sulle risorse umane sulle quali si concentra la maggior quota di investimento, che dirigono ricerca e strutture e nelle quali spesso si annidano le maggiori sacche di parassitismo ed inefficienza.