di Andrea d’Avella*
Non c’è alcun dubbio che le prospettive di crescita e di sviluppo economico del nostro paese dipendono dal rilancio della ricerca scientifica. Meno chiaro è come intervenire efficacemente in un sistema universitario e di enti di ricerca pubblici e privati affetti da una lunga serie di criticità molte delle quali croniche. Scarsi finanziamenti assegnati in larga parte a pioggia, pochi ricercatori con alta età media, bassi stipendi e bassa mobilità tra istituzioni, meccanismi di reclutamento che raramente premiano il merito e spesso seguono logiche baronali sono tra le criticità più evidenti. In molti casi la soluzione potrebbe essere sorprendentemente semplice: dare risorse, autonomia e responsabilità ai ricercatori migliori finanziando direttamente progetti di ricerca selezionati in base alla peer review.
In molti paesi con un sistema per la ricerca avanzato ed efficiente, quali ad esempio gli Stati Uniti o il Regno Unito, la maggior parte dei finanziamenti pubblici viene assegnata competitivamente a progetti presentati da singoli ricercatori o da gruppi di ricercatori. In Italia i già scarsi finanziamenti pubblici sono in gran parte distribuiti dai ministeri competenti alle istituzioni, come nel caso del Fondo per il Finanziamento Ordinario (FFO) delle Università del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) o il fondo per Ricerca Corrente del Ministero della Salute. I meccanismi di finanziamento ai progetti esistenti, quali i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN) o i Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base (FIRB) del MIUR, rappresentano solo una piccola frazione del totale dei finanziamenti. Ad esempio, l’ultimo PRIN (2008) ha assegnato (nel 2010) 95 milioni di euro a fronte di un FFO (2009) di circa 7400 milioni.
Due differenze cruciali tra finanziamenti istituzionali e finanziamenti a progetti di ricerca riguardano i destinatari ed il meccanismo di ripartizione dei fondi. Per quanto riguarda i destinatari, i finanziamenti istituzionali sono assegnati alle istituzioni nel loro complesso, e quindi sono gestiti dai vertici delle stesse, in larga parte assorbiti dalle spese per tutto il personale, e suddivisi tra tutti i ricercatori in quote che non incidono efficacemente sull’attività di ricerca. I finanziamenti ai progetti sono invece assegnati direttamente ai ricercatori e permettono l’effettiva autonomia di sviluppo e gestione di un progetto di ricerca. Per quanto riguarda la ripartizione dei fondi, anche se basata sulla valutazione della qualità della ricerca di ciascuna istituzione, come si è iniziato a fare con una piccola parte (7%) del fondo per il FFO tramite indicatori attualmente elaborati dal Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca (CIVR) e dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (CNVSU) ed in futuro dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), i finanziamenti istituzionali possono al più premiare le istituzioni che risultano migliori nel loro complesso, mediando su un gran numero di ricercatori e discipline, ed in base ad indici sintetici, quali il numero di pubblicazioni e di citazioni delle stesse. La selezione dei progetti di ricerca da finanziare può invece essere fortemente competitiva e basata su una valutazione più approfondita e meno meccanica delle potenzialità dei singoli ricercatori, dei loro progetti e delle istituzioni nelle quali i progetti devono essere svolti. Chiaramente una valutazione di potenzialità rispetto ad una valutazione di produttività non penalizza i ricercatori all’inizio della loro carriera. Inoltre, proprio perché non basata solamente su indicatori, tale selezione deve essere svolta da esperti di ciascuna disciplina (valutazione da parte dei pari o peer review) in grado di valutare il progetto ed il suo proponente nel suo complesso.
La peer review è uno strumento universalmente accettato nella comunità scientifica internazionale per la valutazione dei risultati dell’attività di ricerca adatti alla pubblicazione su riviste scientifiche ed in questo ambito coinvolge inevitabilmente anche i ricercatori italiani. L’importanza di tale strumento per la valutazione dei progetti di ricerca nei paesi che più utilizzano tale meccanismo di finanziamento è testimoniata dall’investimento di risorse nell’organizzare tale attività. Ad esempio, nel solo campo della ricerca biomedica, negli Stati Uniti il principale ente finanziatore pubblico, il National Institute of Health (NIH), dispone (dal 1946) di un’organizzazione (il Center for Scientific Review) che comprende circa 200 comitati di valutazione (study sections) ciascuno con circa 20 ricercatori esperti di specifiche materie che per un periodo limitato valutano e selezionano i progetti. In Italia purtroppo non esiste né un’organizzazione comparabile né una cultura del servizio, imparziale e disinteressato, alla comunità scientifica che è necessaria a farla funzionare correttamente. Preoccupante ed indicativo è il caso emerso recentemente di un ricercatore negli Stati Uniti incaricato dal MIUR di valutare anonimamente un progetto italiano che ha abbandonato l’incarico disgustato dalle pressioni ricevute dai proponenti.
Incrementare l’incidenza dei finanziamenti competitivi a progetti sul totale dei finanziamenti alla ricerca aprirebbe il sistema ai migliori ricercatori, ovvero quelli con maggiore potenzialità e, se non ad inizio carriera, con provata capacità di progettare e sviluppare attività di ricerca di qualità ed innovativa, e sarebbe quindi un ottimo investimento di risorse pubbliche. Necessariamente, se si vuole invertire il declino del sistema della ricerca, che attualmente ha un rapporto tra spesa e PIL tra i più bassi dei paesi dell’OCSE, accelerato dei drammatici tagli effettuati e programmati dal governo Berlusconi, un incremento dei finanziamenti a progetti deve avvenire in un quadro di un complessivo incremento delle risorse investite. Finanziare direttamente i progetti valorizza l’autonomia e la responsabilità dei ricercatori, anche giovani, dato che il finanziamento ad un singolo ricercatore può essere consistente, permettendogli ad esempio di acquisire strumentazione e reclutare collaboratori nella fase finale della propria formazione (dottorandi o post-doc), ma anche limitato nel tempo. Se inoltre si vincolassero parte dei finanziamenti per il funzionamento ordinario delle istituzioni alla competitività dei propri ricercatori nell’ottenere finanziamenti per i propri progetti, si aumenterebbe significativamente il “valore di mercato” dei migliori ricercatori. Con probabili effetti positivi sul reclutamento, l’avanzamento di carriera e la mobilità tra istituzioni dei ricercatori. Attualmente il costo di un posizione universitaria assegnata da pochi “baroni” (con un concorso del quale si conosce a priori il vincitore) non al migliore sul mercato ma ad un membro del proprio gruppo (se non addirittura ad un parente) è relativamente esiguo e la minore produttività incide sulla ripartizione premiale dei fondi istituzionali sono minimamente sulla media complessiva. Se i migliori ricercatori portassero molti più fondi, per se stessi e per la propria istituzione, sarebbero contesi e magari anche attratti dall’estero. Come accade ad esempio negli Stati Uniti, dove anche più della metà del finanziamento ad un progetto va all’istituzione di appartenenza (“overhead”), dove non sono necessari concorsi per scegliere i migliori perché è nell’interesse delle istituzioni stesse farlo e dove la mobilità, ma anche la selezione, dei ricercatori è alta.
Un primo piccolo ma importante passo a favore dei finanziamenti competitivi ai progetti è stato fatto con la creazione di bandi riservati ai progetti di giovani ricercatori. Un prmo provvedimento, fortemente voluto dal Sen. Ignazio Marino ed inserito nella finanziaria 2007, ha permesso di assegnare finanziamenti di circa mezzo milione di euro ciascuno a 26 progetti su 1500 presentati nel 2007 ed a 57 su 1000 presentati nel 2008, valutati da un comitato di ricercatori italiani e stranieri anch’essi under 40. Un secondo provvedimento della finanziaria 2008 ha esteso al 10% dei finanziamenti per la ricerca scientifica e tecnologica del MIUR la quota per progetti di giovani ricercatori ed ha portato al bando “FIRB – futuro in ricerca” al quale hanno partecipato circa 4000 progetti e dei qual sono stati selezionati 105. Chiaramente le percentuali di progetti finanziati sono troppo basse per incidere sul sistema ed è necessario investire più fondi. La vera sfida tuttavia è nell’implementare un sistema di valutazione e selezione basato sulla peer review che sia tempestivo, trasparente ed imparziale. Soprattutto i tempi certi sono essenziali per pianificare le attività di ricerca facendo conto su tali finanziamenti. I vincitori dei bandi del Ministero della Salute e del MIUR per i giovani ricercatori del 2008 sono stati annunciati a marzo 2010 e aprile 2010 rispettivamente, suscitando non poche polemiche. Inoltre, la selezione dei vincitori del bando del Ministero della Salute, anche se stata basata sui giudizi di ricercatori statunitensi indicati dal NIH, è stata fatta da un unico comitato di 8 ricercatori e quindi inevitabilmente esperti solo in specifiche aree disciplinari. Una sostanziale differenza rispetto al collaudato meccanismo di selezione del NIH che, come ricordato sopra, si basa su 200 comitati con competenze molto specifiche ed in grado di effettuare una valutazione comparativa dei progetti in ciascuna area di ricerca.
* Articolo pubblicato in vista della giornata co-organizzata da iMille e dedicata a “Ricerca ed Università” che avrà luogo il 25 maggio, a Roma.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Il finanziamento a progetto valutato con peer review dovrebbe essere la norma, mentre e’purtroppo ancora l’eccezione, e la vicenda degli ultimi FIRB (della quale spero parleremo il 25) dimostra come ancora questo approccio in Italia sia ancora alla preistoria…
Non capisco come mai si comparino i fondi Prin (fondi per la ricerca) con l’FFO (fondi ordinari – che non vanno in spese per la ricerca). Al di là di quello che dice una certa vulgata che va per la maggiori oggi i fondi specificatamente destinati alla ricerca sono in gran parte finanziati a progetto.
Nel mio settore (matematica) e nella mia Università (Perugia):
1. Sono stati azzerati gli stanziamenti d’Ateneo per la ricerca. Anche quando esistevano erano sì distribuiti a pioggia ma di fatto servivano per pagare spese come: posta, stampe e fotocopie, telefono, rinnovo pc. Spese che in un sistema normale dovrebbero essere considerate “di funzionamento”.
2. I Prin e analoghi bandi ministeriali (a progetto e con peer review) o europei (a progetto e con peer review) sono la principale fonte di finanziamento per la ricerca.
3. Altri soggetti (Indam, fondazioni private, ecc…) possono essere fonte di finanziamento, attribuito di abitudine dietro presentazione di un progetto (la cui valutazione non sempre comprende una peer review).
Non mi sembra, quindi, che si tratti di aumentare l’incidenza dei finanziamenti a progetto sul totale finanziamenti per la ricerca, se questo ultimo indica il finanziamento per spese effettivamente di ricerca (oppure devo fare un progetto anche per lo stipendio mensile?).
Sarebbe invece, credo, importante, oltre ai Firb (ottima iniziativa) e alla certezza sui tempi (inderogabile) aggiungere forme di finanziamento a progetto individuali e non a gruppo, per spingere su di una maggiore responsabilizzazione e indipendenza dei singoli (rispetto ai comportamenti di gruppo che nascondono facilmente inattivi, yes-man e amanti dietro il paravento di responsabili scientifici inattaccabili)
Il punto è che i finanziamenti competitivi ai progetti potrebbero essere un ottimo incentivo per la qualità del sistema, anche più efficace della ripartizione del FFO in base alla valutazione, che si è già iniziato a fare. In questa prospettiva, anche parte dei finanziamenti ordinari (all’istituzione) potrebbero essere vincolati ai progetti (dei singoli ricercatori), come accade con l’overhead dei finanziamenti europei o negli Stati Uniti. Ovviamente lo stipendio è a carico dell’istituzione. Ma un’istituzione che ha molti ricercatori che portano fondi extra tramite progetti potrebbe farsi carico di più stipendi. Concordo pienamente sull’esigenza di finanziare progetti individuali.