di Filippo Zuliani – iMille Energia
Recentemente ho avuto modo di leggere quello che viene chiamato “piano Jacobson” – A path to sustainable energy by 2030 – pubblicato su Scientific American qualche mese fa. Nell’articolo, Jacobson stima il costo di una conversione del sistema energetico, passando da quello attuale, basato sui combustibili fossili, ad un 100% rinnovabili caro ad ambientalisti ed ecologisti di tutto il mondo. Il merito della stima di Jacobson è indubbio, perché permette, finalmente, di quantificare il costo della cura al riscaldamento globale e contemporaneamente anche all’esaurimento del petrolio, grazie alle rinnovabili, fonti energetiche sostenibili e libere da gas serra. Orbene, quel costo è di 100 trilioni di dollari – cioè 100.000 miliardi di dollari – in 20 anni.
Ora, questo è un blog a favore delle rinnovabili, non catastrofista e non complottista. Tuttavia non si può non restare basiti di fronte alla portata di certe cifre. Per darvi un’idea dell’ordine di grandezza, il PIL mondiale del 2008 ammontava a 57.000 miliardi di dollari. Cento trilioni in 20 anni vuol dire allocare circa il 10% del PIL mondiale per 20 anni per la riconversione energetica. Nella migliore delle ipotesi di Jacobson, tale processo non produrrà utili prima del 2020. Fino ad allora, i governi mondiale dovrebbero sussidiare la cifra necessaria. All’atto pratico, la cosa è grossolanamente traducibile come dare all’economia mondiale un meno 10%, per almeno 10 anni. Se si pensa agli effetti della crisi attuale, cui corrisponde una perdita del PIL medio del 5%, è subito ovvio che la riconversione energetica porrebbe l’economia mondiale sotto un’enorme pressione – eufemismo – e che bisogna dunque andarci coi piedi di piombo.
L’alternativa qual è? Qual è la stima dei danni causati dal riscaldamento globale se non facciamo nulla e lo lasciamo andare incontrollato? Sì, è una domanda lecita, perchè una cura peggio del male non serve a niente. La risposta si trova nella review di Sir Nicholas Stern, capo del Government Economic Service e consigliere del governo su economia e cambiamanti climatici.
Using the results from formal economic models, the Review estimates that if we don’t act, the overall costs and risks of climate change will be equivalent to losing at least 5% of global GDP each year, now and forever. If a wider range of risks and impacts is taken into account, the estimates of damage could rise to 20% of GDP or more.
Ecco. Questo è un buon punto di partenza per una discussione sugli effetti del riscaldamento globale, sulla possibile cura e sulla bontà della stessa. E’ invece sconcertante notare come la discussione sia spesso completamente avulsa dal piano quantitativo. Moltissime associazioni e sostenitori dell’ambientalismo e della green economy spesso non hanno altri argomenti che non profetizzare desertificazioni sparse (del sud Italia, ad esempio) o apocalissi varie. Ironia della sorte, proprio questa mancanza di concretezza li rende di fatto inaffidabili agli occhi del cittadino normale, lasciando praterie sconfinate al populismo delle destre mondiali, oramai saltate quasi per intero sul carro del negazionismo climatico.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







10% del pil o 5000 miliardi all’anno non sono poi così tanto quando si confrontano con le spese militari e soprattutto i danni che produce.
Copio e incollo da wikipedia:
Stiglitz, former chief economist of the World Bank and winner of the Nobel Prize in Economics, has stated the total costs of the Iraq War on the US economy will be three trillion dollars in a moderate scenario, and possibly more in the most recent published study, published in March 2008.[11] Stiglitz has stated: “The figure we arrive at is more than $3 trillion. Our calculations are based on conservative assumptions…Needless to say, this number represents the cost only to the United States. It does not reflect the enormous cost to the rest of the world, or to Iraq.”[11]
[11] http://www.timesonline.co.uk/tol/comment/columnists/guest_contributors/article3419840.ece
In effetti, è anche vero che l’ipotetico 10% di PIL da spendere ogni anno per la riconversione alle rinnovabili non è solo sottrazione di risorse ma anche investimento e creazione di lavoro. In termini astratti, se fossimo in un’economia pianificata – perfettamente pianificata – basterebbe appunto abolire le spese militari e sostituirle con quelle energetico-rinnovabili.
Purtroppo (o per fortuna) nessuno è in grado, nemmeno Obama e neanche i cinesi, di imporre una simile politica industriale centralizzata.
Bisogna quindi, come giustamente sottolinea Filippo, mettere le nostre speranze con i piedi per terra di un sano “realismo coraggioso”. Primo, analizzando i costi del BAU – con il disastro della Luisiana, non è nemmeno tanto difficile. Secondo, valutando seriamente i costi effettivamente sostenibili di una transizione energetica magari non al 100%, ma che dovrà comunque essere molto significativa.
@rdm
“basta abolire le spese militari” e’ un wishful thinking o un fatto concreto? Non lo chiedo provocatoriamente: quante possibilita’ pensi ci siano che gli USA dismettano la spese militare e la usino invece per la riconversione energertica?
Direi un cambiamento di paradigma (si è wishful thinking). Le spese militari non solo servono a creare danni al “nemico”, ma anche a creare occupazione interna e spingere lo sviluppo tecnologico. Questi ultime due cose si possono fare in molti altri modi come cercare di andare su marte o appunto investire in energie o risparmi alternativi. L’unica differenza è che invece di avere bisogno di carne da cannone si avrebbe bisogno di persone di buona cultura tecnico scientifica (cosa che tra l’altro manca agli USA per via dei costi dell’istruzione).
In ogni caso le spese militari secondo me avevo senso quando creare danni al nemico non arrecava danni a se stessi, ma stiamo convergendo verso un governo mondiale. È come se l’Italia per sostenere la sua economia bombardasse il sud. La guerra è un gioco a somma negativa e ogni $ speso in armamenti di una parte impoverisce la somma delle due economie di 2$, 10$ forse 100$. In questo senso gli eserciti si dovrebbero convertire semplicemente in forze di polizia che per sua natura non va distruggere ciò c’è di buono intorno a ciò che non va.
Filippo, secondo te dire che Hansen (il papà del global warming) nel 1988 aveva previsto che oggi la temperatura sarebbe stata 0.8 °C più alta di quello che è in realtà è “negazionismo climatico” o è semplice scienza ? O forse le previsioni di Hansen erano un po’ alla Beppe Grillo ?
Luca
grazie per il link Filippo, della sana lettura per il weekend.
comunque io non la metterei giu’ cosi’ dura e solo a carico “governativo”. leggo con interesse come i giganti della petrolchimica per esempio stanno investendo (chiaro: non da soli e un po’ in ritardo) in “alternative fuels and feedstock”. Devono pure loro assicurarsi un futuro dopotutto… ciao