Maria Chiara Carrozza risponde oggi sul Post alle critiche di Mario Pirani al documento sull’università del Pd approvato in assemblea nazionale.
Comunque, nessun corporativismo giovanilistico del tipo evocato da Pirani è rintracciabile nel documento del PD (e neppure nella mia intervista), bensì solo la preoccupazione per un’università invecchiata, stagnante, da anni senza apprezzabile turnover. Cosa ci sia di volgarmente diffamatorio per i professori anziani in questa drammatica constatazione, davvero non lo comprendo. Se il corporativismo giovanilistico è sbagliato nella sua disperazione, quello gerontocratico è odioso nel suo egoismo. Ed è a conoscenza Pirani del fatto che molti Atenei stanno già incentivando il prepensionamento dei docenti anziani per puri obiettivi di cassa? Non è questo molto più umiliante di un organico piano di rinnovamento generazionale, magari organizzato anche con un occhio all’esperienza inglese?
Potete leggere l’intera risposta qui. Vi ricordiamo che oggi Maria Chiara Carrozza parteciperà insieme a Ignazio Marino e Ivan Scalfarotto al dibattito su Università e Ricerca organizzato dai Mille.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Ho capito che il progetto di “shock generazionale” avanzato dal PD è made in UK. Il PD non ha evidentemente alcuna capacità di elaborare una propria analisi riferita alla specifità della situazione italiana e continua a ragionare su obiettivi statistici e su indicatori quantitativi, copiando schemi e modelli altrui(si ricordino le ricette sulla riforma costituzionale e del sistema elettorale: alla francese alla tedesca all’americana e così via ).
Ho anche capito che la prof Carrozza non ha consapevolezza alcuna dell’effetto deleterio di linguaggi e di slogan denigratori verso l’intera categoria dei professori universitari, usati con giovanile baldanza in interviste e in dichiarazioni ufficiali. Se la stessa Carrozza avrà la pazienza di visitare i blog su cui questa discussione si sviluppa, avrà modo lei stessa di cogliere i frutti di plebeismo e di qualunquismo che si producono sdoganando certi argomenti propri della cultura fascista.
Infine, per quanto riguarda il “modo di lavorare” del Forum diretto da lei e dall’avvocato Meloni, non si può fare carico ai lettori di non riuscire ad entrare nei labirintici meccanismi decisionali di un partito che non conosce più da tempo il senso di responsabilità della sintesi politica e che continua ad oscillare fra diatribe interne e voti assembleari. Auguri!
Brava professoressa Carrozza.
L’università ha bisogno di meccanismi che consentano di dare un futuro ai giovani e di valutare la produttività degli anziani, lasciando in pensione gli improduttivi da tempo e tenendo anno per anno chi davvero lavora. Non ha senso lasciare nella miseria migliaia di giovani per destinare la quota più consistente del proprio investimento in persone sulle quali non si può fare alcun tipo di valutazione.
Grazie. I giovani sono con lei!
Come volevasi dimostrare, l’approccio al sistema ricerca diventa in qun problema di disoccupazione giovanile. Storia già vista, nei primi anni Ottanta si ruolizzarono senza concorso masse di ricercatori precari e si chiuse il reclutamento per i 15 anni successivi. Insomma milgiaia di giovani condannarono alla miseria la generazione successiva.
Come volevasi dimostrare, l’approccio al sistema ricerca diventa un problema di welfare state per simpatici vecchietti e vecchiette che preferiscono incassare stipendo d’oro piuttosto che pensioni altrettanto meno auree e riempirsi la mattinata facendo un salto in dipartimento per quattro chiacchiere e un caffé prima di tornare a casa per pranzo. Storia già vista, da decenni si regalano stipendi ad anziani improduttivi chiudendo il reclutamento per le generazioni successive. Insomma migliaia di anziani condannano alla miseria le generazioni successive.
Caro Giovanni, io in un Dipartimento come il tuo non ci andrei neppure con uno stipendio d’oro. Sei stato molto sfortunato.
Caro Giovanni, ma in che Dipartimento vivi? e non te ne scappi, scusa? e vuoi addirittura mettere casa in un posto del genere? e riesci a motivarti con maestri come quelli che descrivi? o sei un autodidatta puro? il tuo caso mi interessa molto
Non è un problema di un singolo dipartimento, ma, dai racconti dei colleghi che ho conosciuto personalmente o che ho contattato in rete, della maggioranza dei dipartimenti italiani. Secondo le nostre stime, almeno un terzo degli over-60 sono totalmente improduttivi e/o vivono sulle spalle della produzione dei loro assegnisti, collaboratori.. senza fornire un minimo contributo. Introdurre un sistema che consenta ai dipartimenti di offrire contratti annuali solo a chi non ha ancora tirato i remi in barca mi sembra una soluzione di una ragionevolezza assoluta. Troppo ragionevole, temo, perché possa mai essere accettata dalla nostra cultura nella quale la meritocrazia è solo uno slogan per esercitare potere sui giovani, ma si fa il possibile per non applicarla agli anziani.
Non esiste altra spiegazione per le polemiche sui giornali. Un anziano attivo potrebbe cumulare pensione e contratti attuali e guadagnare quanto guadagna adesso, continuando ad offrire al dipartimento la sua esperienza e le sue competenze. Perché opporsi, allora? Riesco a vedere solo due spiegazioni: qualcuno sa di non essere in grado di sostenere una valutazione meritocratica perché improduttivo da tempo, qualcun’altro, affezionato più all’esercizio del potere che all’attività scientifica e didattica, teme la perdita di posizione accademica che il nuovo status di pensionato comporterebbe, dal momento che non si potrebbe più accedere a direzioni dipartimentali, presidenze, rettorati, commissioni di concorso.. Tutte motivazioni decisamente poco nobili, però.
Sì, il problema è anche quello della responsabilità della valutazione e selezione dei giovani. Non vedo alternative al giudizio scientifico espresso in sede concorsuale. Da chi vorreste essere valutati? da un computer? dal Cineca? Se l’obiettivo diffuso tra i ricercatori è quello della carriera per anzianità o a punti (un tanto ad articolo pubblicato), basta dirlo. Solo che questa non sarebbe Università, sarebbe un’altra cosa.
Perdonami, ma non ti seguo. Forse non ci siamo capiti: quando mai ho scritto che noi non vorremmo essere valutati? Ciò che affermavo è che, mentre noi siamo valutati continuamente e quasi quotidianamente, altrimenti ci mandano via, gli ordinari over-60 non sono mai valutati, nonostante siano la risorsa umana sulla quale gli atenei effettuano l’investimento più oneroso (circa 120000 euro l’anno) e nonostante fra essi si annidi una impressionante quota di personale del tutto improduttivo. Affermavo quindi che la valutazione dovrebbe essere estesa anche a questa fascia di personale e la proposta sui pensionamenti a 65 anni consentirebbe esattamente questo, dal momento che i dipartimenti avrebbero la possibilità di non stipulare contratti post-pensione a chi non fa nulla.
Da chi volete essere valutati? da professori ordinari scientificamente attivi o da burocrati ministeriali? secondo te la comunità scientifica ha diritto e dovere di selezionare il merito, attraverso concorsi pubblici garantiti e veramente trasparenti, o c’è un altro sistema? Sulla necessità di valutare anche i professori ordinari non c’è nessuna opposizione. Ma i Consigli di Dipartimento non hanno titolo per valutare la qualità scientifica dei docenti, questo è lapalissiano, per il fatto che la scienza non si misura per voti di maggioranza.
Perdonami di nuovo, ma ho l’impressione che in questa polemica ci si arrampichi un po’ sugli specchi. Quando, come e dove qualcuno avrebbe detto di voler essere giudicato da burocrati ministeriali? E poi che c’entra con la riduzione dell’etaà pensionabile con possibilità di contratti annuali per i neo-pensionati?
La proposta di Maria Chiara Carrozza e’ interessante, come gia’ scritto penso non ci vorrebbe molto a integrarla con un criterio di produttivita’ minimo utilizzando l’anagrafe CUN (i cui standard di produttvita’ sono tra l’altro molto bassi). Nonche’ a esplicitare ancora meglio che si tratterebbe di una misura na tantum. Sono emerse nel convegno percentuali spaventose di professori ordinari senza neanche una pubblicazione scientifica sottoposta a peer review, principalmente concentrate nelle fasce piu’ “mature”. La descrizione dei simpatici vecchietti che si fanno un salto un dipartimento e bevono un paio di caffe’ con le mani in tasca discettando di politica non sembra purtroppo molto lontana dalla realta’. La veemenza del’articolo di Pirani e’ abbastanza sorprendente, mi chiedo cosa la muova.
Caro Raoul, caro Giovanni
vi pregherei, per la necessaria franchezza, di far capire a chi vive in mondi diversi dal vostro in quali Università e Dipartimenti vivete, e di far capire anche che rapporto c’è secondo voi fra anagrafe e inadempienze lavorative.
Sul criterio della valutazione non c’è nessun contrasto di posizioni, si valuti e si lasci valutare alla intera comunità scientifica, sapendo anche che la produttività misurata a chili è un indicatore molto approssimativo.
Più passano i giorni e più penso tutto il male possibile di questa proposta, anche perchè sto vedendo che si basa su una percezione molto incompiuta della situazione reale dell’università italiana, mentre, sicuramente al di là delle intenzioni, finisce con il nutrirsi della campagna di stampa (non certo iniziata dalla sinistra) professori uguali baroni. Io, peraltro, non riesco a capire una cosa. I professori con meno di 65 anni sono, in genere, più produttivi di quelli ultra 65? Se ci sono dati concreti su questo, discutiamone. Se, come temo, non si dispone di dati di questo tipo, allora davvero non capisco quale sia la ragione che muove quanti con tanta veemenza si stanno schierando per questa proposta. Vogliamo sostenere che chi non fa ricerca per un certo numero di anni deve essere sanzionato, e in caso estremo licenziato? Io sono d’accordissimo. Ma allora dobbiamo essere coerenti e dire che anche un cinquantenne o un quarantenne che si trovi in queste condizioni deve essere sottoposto allo stesso trattamento.
E ancora bisognerebbe spiegare perchè questo trattamento dovrebbe riguardare solo i professori ordinari (che sono gli unici che vanno in pensione a 70 anni) e non gli associati e i ricercatori (che invece vanno in pensione a 65 anni). Anche qui faccio fatica a capire.
Da ultimo, sarebbe utile che si approfondisse quanto già avviene nelle università italiane da anni: andando in pensione i professori ordinari, si assumono ricercatori (quindi, il pd non ha inventato nulla, perchè misure di questo tipo già sono nelle leggi vigenti), ma poi questi vengono destinati per la grandissima parte a fare didattica, con buona pace della ricerca.
Qui state tutti giocando con artifici retorici da quattro soldi. Si vuole anticipare l’età pensionabile. Punto e basta. Non fare epurazioni. Tanto è vero che alle stesse persone (dettaglio che fate tutti finta di ignorare, dimostrando non poca malafede in questo) si concede la possibilità di restare attivi con contratti annuali di ricerca e docenza.
E’ la sola strada praticabile in questa fase e l’unica proposta intelligente avanzata in campo universitario negli ultimi 20 anni.
Perché un professore ordinario con un curriculum scientifico di livello dovrebbe accettare di prendere un contratto annuale con retribuzione simbolica o addirittura senza compenso, per tappare il buco di organico determinato dal suo stesso pensionamento? Rimarranno i peggiori.
Il suo pensionamento non produrrà un buco di organica, dal momento che con il suo stipendio d’oro si potranno assumere due nuove unità di personale.
Il contratto annuale si sommerebbe alla pensione e lo porterebbe a guadagnare quanto ora. Se poi decidesse di non prenderlo, vorrebbe dire che tutta questa passione per la ricerca non c’era e allora perderlo non sarebbe un dramma per l’istituzione.
Caro Giovanni
lo stipendio di un professore ordinario è uno stipendio medio, molto più basso di quanto lei non creda, si informi perché penso la stiano prendendo in giro. Le leggi attuali escludono il turn over fino a data non definita, se non nella misura di un 20 per cento del budget liberato dai pensionamenti, perciò con lo stipendio d’oro di un professore ordinario pensionato si potrà a mala pena dare un contratto di 1000 euro al mese a un precario.
Se tale vincolo finanziario fosse per miracolo eliminato, con la proposta rivoluzionaria del PD, rottamando gli ordinari o i vecchi (faccia lei),si potrebbero trasformare una buona parte degli attuali ricercatori in professori, senza concorso, perché non ci sarebbero più commissari disponibili; e si potrebbero imbarcare senza filtri un po’ di precari, fino a saturare gli spazi per i prossimi vent’anni.
Un professore ordinario dall’8a classe stipendiale in poi (che per gli over-65 è anche una sottostima) costa allo Stato fra i 90000 e i 120000 euro l’anno.
Un ricercatore confermato (quindi già al 4o anno) costa 32000 euro l’anno. Quindi, anche considerando le progressioni successive, con il costo di un ordinario anziano si fanno tranquillamente due ricercatori. E’ chiaro che questo richiede, esattamente come previsto dalla proposta PD, che ai risparmi consentiti da questa norma non si applichino le limitazioni sul turn over.
Poiché i professori ordinari over-65 sono poco più di un terzo del totale, sarebbe possibile formare le commissioni di concorso con tutti gli altri, per cui l’idea che il reclutamento dei nuovi ricercatori avverrebbe senza concorso è del tutto priva di fondamento.
Caro Giovanni
lei è male informato, se entrasse in vigore la proposta PD sparirebbero, ad oggi, 6000 professori di cui 4000 ordinari e 2000 associati, e entro i prossimi cinque anni altri 8200, di cui 5000 ordinari e 3200 associati. In totale entro i prossimi 5 anni (tempi molto ottimistici per gestire una massa di concorsi quale lei spera) sarebbero “cacciati” 9000 ordinari su 18000 (50%) e 5200 associati. Moltissimi settori scientifico-disciplinari sparirebbero, e per gli altri si lascerebbe a un numero esiguo di professori una massa di potere abnorme.
Quanto agli stipendi, lei dovrebbe sapere che c’è un grandissimo numero di ordinari diventati tali dopo il 2000 (visto che prima concorsi quasi non se ne sono fatti per 20 anni), e che dunque sono lontanissimi dalla classe stipendiale che lei immagina. Uno stipendio netto di questa tipologia di ordinari, vicini ai 65 anni, guadagna al netto molto meno di 4000 euro al mese, tanto per deluderla.
A proposito del recupero del budget al 100%, che il PD le promette, che devo dirle? Auguri, ancora auguri, a lei e al suo Partito.
Un professore ordinario divenuto tale nel 2001 probabilmente oggi non sarebbe over-65, ma, se anche lo fosse, oggi si troverebbe nella 5a classe stipendiale e costerebbe allo Stato 78000 euro annui, quindi comunque più di due ricercatori.
Se si allontanassero 9000 professori ordinari, gli altri 9-10 mila potrebbero comunque fare da commissari concorsuali, quindi i paventati ingressi senza concorso continuo a non vederli.
Caro Giovanni
mi scusi se glielo dico, lei conosce solo l’aritmetica elementare, oppure considera il sistema della ricerca come un comparto di produzioni standardizzate e con basso know how, la cui forza lavoro si sposta da un reparto all’altro come manovalanza. I saperi specializzati non sono settori merceologici, le funzioni non sono intercambiabili, i numeri sono solo numeri e non sempre fanno sistema (1 ordinario vecchio fa 2 ricercatori? ne è certo? come un vitello fa 5 galline o un maiale fa 10 conigli? o un’anguria fa 15 pere?). Però preferisco arrendermi, lei difende le sue legittime aspettative e ci fa girare attorno la logica come meglio le sembra.
Gentile Prof. Sechi,
Lei oppone il suo diritto soggettivo a rimanere in ruolo fino ad un’età che è di molto superiore alla media europea al diritto dei giovani studiosi ad entrare nel sistema ad un’età non troppo avanzata. Visto che le risorse mancano, non sarebbe più equo suddividere i sacrifici tra tutti i gruppi generazionali invece che imporre solo ai nati negli anni 70 di pagare per tutti? Questo è ciò che suggerisce Maria Chiara Carrozza, direttore del S. Anna e studiosa di altissimo profilo. Le sembra giusto che giovani e brillanti studiosi debbano restare in perenne attesa, campando con miseri contratti, mentre lei non è disposto a godersi la sua lauta pensione (assai maggiore di quella che avrà qualsiasi giovane), magari pure integrata con un contratto aggiuntivo?
Ci spieghi, la prego, cosa la rende tanto speciale da dovere per forza occupare quella cattedra. Essendo un italianista, se ho ben inteso, potrebbe peraltro continuare a fare ricerca anche stando in pensione. Se è la ricerca che le interessa davvero, andando in pensione si libererebbe anche di incombenze gravose che le sottraggono sicuramente molto tempo che potrebbe profittevolmente dedicare ai suoi amatissimi studi. Inoltre nulla le impedirebbe di coltivare proficui rapporti di scambio intellettuale con colleghi giovani e meno giovani. Una sola cosa non avrebbe più andando in pensione, il potere di influenzare qualche commissione di concorso. Ma certamente una figura di alta statura intellettuale come lei non si preoccupa di queste cose.
Caro Inverni,
la risposta alle sue domande è semplice: nulla mi rende speciale, tant’è che come un qualunque lavoratore mi rifaccio al diritto della norma vigente, quella che risulta anche recepita dai decreti rettorali ad personam con cui è comunicata a ciascuno la data di pensionamento. Non mi risulta che in nessun settore lavorativo si accetti solitamente di veder cambiare le carte in tavola a partita avanzata. Oggi si spara contro i cosiddetti “baroni” (se vuole, le spiegherò che baroni non ce ne sono più da almeno 20 anni), perché si approfitta di una preesistente campagna di denigrazione partita da ambienti di destra contro tutto il sistema degli studi della cultura della scienza e delle arti (Berlusconi, Brunetta, Bondi, a parte l’ex AN e tutta la linea della Lega Nord), e sulla quale ora si butta anche il PD in cerca di tardivi recuperi di consenso.
Non mi opporrei pregiudizialmente ad una seria discussione sull’ipotesi di abbassamento dell’età pensionabile, se essa fosse proposta al di fuori delle logiche d’emergenza. In tal caso si potrebbe – in presenza di consensi motivati e sufficientemente larghi – decidere di procedere, invece che con una vera rottamazione, con una approssimazione progressiva al nuovo limite, tenendo conto anche degli effetti già inevitabili di smantellamento di numerosi settori scientifici correlati alle curve anagrafiche visibili negli archivi del CINECA.
A parte ciò, trovo incredibile che lei voglia porre la questione in termini di giustizia sociale nel rapporto tra le generazioni. Le strozzature nel reclutamento e nella carriera non dipendono affatto dall’età pensionabile dei professori che, come ho già ricordato, è stata già abbassata di 7 anni dal 2007 ad oggi(diversamente che per la magistratura e per la dirigenza statale), bensì dal ventennale blocco dei concorsi tra il 1980 e il 2000, derivato dalla Legge 382, che tagliò fuori un’intera generazione, poi dal modo scriteriato di molte Università di gestire il turn over, moltiplicando anche oltre ogni misura i corsi didattici e le conseguenti spese di gestione del personale nella logica della competizione di mercato.
Per quanto mi riguarda, non ho interesse a mettere le mie competenze a disposizione della mia Università con contrattini annuali, spero di non avere nemmeno necessità di arrotondare con qualche spicciolo la pensione non lauta che mi spetta e che d’altra parte il Governo sta tagliando in questi giorni. Come forse lei non sa, già molti tra i migliori cervelli del’Università italiana si sono messi in pensione per delusione e anche per protesta di fronte al degrado della vita accademica italiana, molti altri lo stanno facendo in queste settimane, e non è un bel segno.
Mi lasci aggiungere che la sua prosa infine non contribuisce in alcun modo a sollevare il livello: spero che gli studi rimangano amatissimi anche per lei, fino all’età in cui avrà cervello per applicarvisi; e le assicuro che la mia statura non è cosa che la riguardi.
Quanto alle commissioni di concorso, lei è convinto che a 45 anni si sappia meglio valutare e che si sia più onesti e corretti: è un suo parere. Per sua fortuna la prof. Carrozza, che è alfiere di questa rivoluzionaria e geniale proposta, proprio a caso si trova in quell’aurea età.
L’Italia. Gerontocrazia dominata dall’egoismo generazionale. Mentre il declino avanza e distrugge le aspettative delle nuove generazioni, le precedenti, responsabili del disastro, pretendono di continuare a vivere nel Paese di Bengodi nel quale hanno trascorso, a spese dei loro figli, la loro giovinezza e la loro maturità.
Caro Dingo,
che pena la sua litania! i professori universitari fanno parte a stento della middle class, dalla quale scendono di anno in anno verso condizioni sempre meno favorevoli. La redistribuzione delle ricchezze avvenuta in Italia nell’epoca post-euro ha collocato quasi tutto il lavoro dipendente in posizioni di crescente disagio. Chi vive nel paese di Bengodi sono insomma nuovi ceti che fanno capo al lavoro “autonomo”, e poi al sistema della politica e della burocrazia dirigenziale che gode di contratti personalizzati, consulenze, retribuzioni extra-contrattuali. Questi nuovi ceti sono composti di anziani e di giovani, anche giovanissimi rampanti. Lo sanno anche i bambini.