Una mappatura semiotica della politica italiana

di Stefano Augello

Qualcuno che non ricordo da qualche parte che non riesco a ritrovare suggeriva che il vero conflitto in Italia non sia fra destra e sinistra, ma fra innovazione e tradizione. L’ipotesi in sé mi convince poco, sia perché rischia di produrre equivoci, sia perché nel caso specifico ho difficoltà ad individuare nell’Italia di oggi la fazione dell’innovazione, ma mi sembra comunque uno spunto interessante per un’analisi un po’ diversa dalle solite.

Ho pensato quindi di prendere a prestito il quadrato semiotico, che offre una chiave di lettura solida ed al tempo stesso duttile, e di costruire una mappa di posizionamento dei soggetti politici italiani a partire dal concetto di “modernità” (che ha caratteristiche di valore, mentre l’innovazione è un processo).

Per chi non avesse familiarità con Greimas, rimando a Wikipedia, ma queste poche righe di spiegazione dovrebbero essere sufficienti a capire i criteri di classificazione.
Partendo da “moderno”, si individua il termine contraddittorio in “tradizionale” (= non moderno)
“Tradizionale” implica il concetto di “archetipico” (le cose come dovrebbero essere “secondo Natura”), che ha un rapporto di contrarietà a “moderno”
Per finire, “archetipico” è in rapporto di contraddizione con “industriale” (le cose come fatte dall’uomo), che implica “moderno”.

Su questa mappa sono andato a posizionare i soggetti politici italiani, sulla base delle loro attuali piattaforme, dei valori, dell’immagine veicolata e del percepito.

Ne escono considerazioni interessanti, fatte salve due premesse: la prima è che il processo di posizionamento è inevitabilmente arbitrario, seppur fondato su elementi ragionati che riporto in sintesi; la seconda è che ho preso in considerazione solo il rapporto con la modernità, senza pretendere di riassumere l’intera identità degli attori oggetto d’analisi. Per questo motivo ci sono PdL, Lega, UdC e PD, oltre alla Chiesa (che è indiscutibilmente un soggetto politico) mentre manca ad esempio Di Pietro, il cui rapporto con modernità e tradizione è indefinibile, e già questo è significativo. (Manca anche la sinistra extraparlamentare perché marginale ed eterogenea: a titolo di nota, si andrebbe da Rifondazione e Pecoraro Scanio in basso a destra a Vendola nella direzione opposta)

Il soggetto più interessante è la Lega, che ha consolidato con gli anni un profilo di partito tradizionale, del genius loci e dei bei tempi andati. In questo modo è stata in grado di raccogliere consenso su tutti i temi in cui la modernità solleva aspetti critici, dall’immigrazione all’export agli OGM.

Negli ultimi anni poi la difesa delle origini è diventata una rivendicazione pre-politica (“Padroni a casa nostra”), un principio da difendere a prescindere dalle considerazioni di merito. In questo modo sta schiacciando l’acceleratore verso una posizione di contrarietà aprioristica alla modernità, in difesa delle “cose fatte secondo Natura” (dall’agricoltura alla sessualità).

Non a caso si trova spesso a fianco del Vaticano, che rappresenta il soggetto anti-moderno e archetipico per eccellenza: non solo e non tanto in quanto istituzione millenaria, ma perché custode di una verità trascendente e pre-storica. Questo spiega, fra le altre cose, il conflitto in cui si trova la Chiesa tutte le volte in cui l’irrompere della modernità chiama in causa l’adesione ai valori del Vangelo, come nel caso dell’immigrazione: scatta un corto circuito per cui l’istituzione che rappresenta la continuità ritiene di non potersi permettere di invitare i fedeli a cambiare punti di vista e abitudini. D’altronde, chi è portatore di una verità che è sempre stata e sempre sarà, come può farsi influenzare da ciò che è oggi?

Per continuità ideologica arriviamo all’UdC, che sta lì dove si deve trovare per Dna cattolico e democristiano e dove nessuno ha bisogno che stia. I fantomatici moderati italiani hanno a disposizione partiti ben più consistenti ed altrettanto entusiasti di difenderne le radici tradizionali, ed in compenso questo ancoramento all’identità cattolica, intesa come difesa delle forme cristiane e non dei valori evangelici, impedisce a Casini di giocare il ruolo di terza forza propulsiva in grado di rilanciare laicamente i temi su cui i partiti principali non sanno o non vogliono impegnarsi, o assumono posizioni pregiudiziali. (A differenza di Clegg in Inghilterra)

Il PdL crea qualche problema in più, perché la coerenza non è propriamente un tratto distintivo di Berlusconi. Nel complesso credo che il partito offra una sintesi, spesso incoerente, fra l’istinto del fondatore e le tendenze cattolico-tradizionaliste dovute in parte al retaggio di alcuni suoi componenti ed in parte a calcoli elettorali. Se queste ultime spingono il partito verso le posizioni più retrograde sui temi etici, è anche vero che per Berlusconi il tempo si è fermato agli anni ’80, e non a caso la sua visione politica è fatta di liberismo reaganiano e ossessione dei comunisti. Se consideriamo che quella è stata l’ultima fase di modernizzazione del Paese e che Forza Italia aveva inizialmente imbarcato alcune forze genuinamente interessate ad attrezzarsi per il futuro, otteniamo un posizionamento quasi centrale, seppur soggetto ormai da anni ad una crescente forza di gravità tradizionalista.

In questo processo è evidente che le ambizioni modernizzatrici di Fini siano abbastanza velleitarie: al di là degli avvenimenti di questi giorni, i suoi ripetuti tentativi di dare al PdL un profilo di destra europea sono in contraddizione con il percorso compiuto dal partito e dalla coalizione.

Non a caso insieme ai temi di merito Fini pone il problema del rapporto con la Lega, che sta da tutt’altra parte. Il problema è che lì dov’è la Lega sta bene, raccoglie consenso, e più evolverà da “sindacato del Nord” a “sindacato degli italiani” più si incardinerà su valori di opposizione alla modernità.

Sempre che non cambino gli italiani, e qui arriviamo al partito che dovrebbe darsi quest’ambizione.

Il PD è legato a valori industriali non perché operaio, ma perché è ancora un partito del Novecento per uomini e chiavi di lettura della società. (Ma non più per capacità di mobilitazione). Gli è nata la modernità intorno senza che se ne rendesse conto, e per questo ha un ritardo storico nel capire il precariato, l’immigrazione, il rapporto fra diritti individuali e tradizioni collettive, e tutti i temi posti dal XXI secolo.

Non avendoli capiti, non è stato in grado di fornire agli italiani una chiave d’interpretazione diversa da quel ripiegamento nel proprio ombelico e in un passato più facile proposto dal centrodestra.

C’è di buono che l’opportunità per il PD è chiara: c’è uno spazio politico a disposizione di una forza moderna, di cui l’Italia ha un disperato bisogno. Se nessuno mette in luce le opportunità della contemporaneità, gli italiani continueranno a rifugiarsi nella rassicurazione seducente delle tradizioni di cortile. E lì non c’è storia, vincono gli altri. E lasciamolo pure, quello spazio.

Non è lì che si fa il futuro. Non è lì che si costruisce un Paese più forte.

E’ in quello spazio dove oggi non c’è nessuno che si va oltre il precariato.
Che si trova il modo di competere nell’economia della conoscenza.

Che si conciliano le libertà e le responsabilità individuali.

Ma lì non ci si va con l’UdC, che per ragione sociale sta da tutt’altra parte.
Lì ci può andare solo il PD, perché quel passaggio è già implicito nel suo percorso logico.

E ci può andare con quella parte d’Italia che non gli chiude gli occhi di fronte al XXI secolo, ma ha l’ambizione e la lucidità di abbracciarlo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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16 Commenti

  1. FdB

    Beh, può anche darsi che il rapporto moderno/tradizionale corrisponda a una dialettica interna a ogni partito.
    Non credo alla scientificità del modello che hai costruito poichè le ipotesi espresse non sono chiare, dunque non sono valide.
    Correttamente affermi che il posizionamento espresso è del tutto arbitrario.
    Mi sento poi di aggiungere che il sistema moderno dei partiti difficilmente può essere compreso con un approccio di tipo valoriale, dacchè la coerenza logica fra programmi politici e idee espresse non è più condizione indispensabile al successo elettorale, per non parlare poi del legame (che dovrebbe essere conseguente!) ormai inesistente fra programmi politici e decisioni politiche.
    Assumendo cmq ciò che dici per vero, si sosterrebbe che il PD potrebbe guadagnare elettorato se comunicasse in modo più moderno. Forse un osservatore più realista potrebbe notare che se il successo elettorale oggi si ottiene con politiche “tradizionali”, optare per la “modernità” sarebbe una disfatta.

    Vorrei concludere dicendo che apprezzo il tuo approccio pur non ritenendolo fondato. Contribuisco inoltre alla tua analisi precisando che con difficoltà ritengo il PD un progetto politico migliorabile.

  2. Stefano

    Ciao FdB,

    il rapporto moderno/tradizionale, o meglio il rapporto intorno alla modernita’ fa parte della societa’, e dunque viene replicato all’interno di ogni partito, ma poi il partito opera una sintesi. (A meno che non lo presieda Veltroni…)

    Pero’ devo fare alcune precisazioni sul modello:

    - La prima e’ che prende in considerazioni i valori comunicati dal partito (non lo stile della comunicazione) e percepiti dagli elettori. L’effettiva coerenza e’ irrilevante, tanto che Berlusconi puo’ andare avanti a tradire la moglie e i leghisti possono anche andare a mangiare da Mc Donald’s, ma PdL e Lega si sono costruiti quell’identita’ li’, e quel rapporto con la modernita’
    - Quando dico che il posizionamento e’ arbitrario, non intendo dire che e’ pretestuoso: c’e’ dietro un’analisi solida e ragionata che non ho riportato per intero per motivi di spazio. Discutiamone nel merito: tu quale posizionamento vedi per questi partiti?
    - Quello che invece c’e’ di soggettivo e’ la raccomandazione al PD: non di comunicare in modo piu’ moderno, ma di farsi moderno, assumendo e difendendo valori moderni. Non perche’ penso che la maggioranza degli elettori oggi possa premiare quest’offerta. Ma perche’ penso che o si convince la maggior parte degli elettori che l’Italia ha bisogno di affrontare la modernita’ oppure il Paese fa la fine del Titanic. E a quel punto non ha nemmeno piu’ senso sgomitare per un posto a capotavola.

  3. Raffaella Petrilli

    Dal punto di vista di un’antioca lessicografa come me, il problema del quadrato greimassiano sta nell’arbitrio delle scelte inizali, le scelte dei termini selezionati per comporre le relazioni di contrarietà, contraddittorietà, implicazione. a partire dal termine iniziale (qui “modernità”). Mi spiego subito a partire dal termini iniziale, “moderno”.
    Il termine ha accezioni diverse, come da dizionario, e quindi ha anche contraddittòri diversi (a seconda di quelle accezioni). Così possiamo prendere come contradditorio “tradizionale”, ma potremmo prendere anche “vecchio”, con effetti differenti sulla scelta degli altri termini che servono a completare il quadrato.

    E ancora: “tradizionale” può anche implicare “archetipico”, ma “secondo natura” è solo uno dei significati di “archetipo”. Perché scegliere proprio quello?

    A me sembra che queste scelte sono tutto sommato arbitrarie e dipendano dall’idea che si possiede già degli elementi che si intende poi posizionare sul quadrato (qui, le forze politiche italiane). Come dire: poiché so che la Lega ha mostrato una certa propensione a sfruttare temi che appartengono a un certo armamentario dell’archetipicità mitologica e pseudo-religiosa (il dio Po’, il sangue celtico ecc.) allora seleziono quel termine in quella specifica accezione.
    Poiché so che la Chiesa guidata dell’attuale papa procede verso scelte altrettanto archetipiche (anche se basate su altri modelli) trovo una conferma alla scelta.

    E’ chiaro che se prendessimo in considerazione la chiesa di Hans Kung, di Martini, o di altre figure, presenti e passate (il concilio vaticano II), allora “archetipo”, in quella collocazione, sarebbe insufficiente.

    Questa procedura ha un rischio: di non far scoprire niente di nuovo rispetto a quanto si sa già o si ritiene di sapere, e confermare una preventiva definizion e delle cose (della Lega in quesi termini).

    Ma siamo sicuri che la lega, la chiesa, Berlusconi, l’attuale PD e l’udc di Casini siano leggibili proprio in quei termini? Il quadrato non risponde a questa domanda, perché dà per scontata la risposta affermativa: colla conseguenza di non far capire i fenomeni reali studiati più di quanto non li si conoscesse all’inizio del loro studio.

  4. raoul

    Ho trovato questo post bellissimo, Stefano. Mi puoi mandare un e-mail? Mi interessa molto. Se hai anche altri dettagli non riportati me li mandi sempre per e-mail?

  5. @Raffaella,

    sono d’accordo sulle considerazioni di principio sul quadrato semiotico.
    Nel caso specifico però non l’ho costruito ex-post, anzi. Sono partito da un lavoro che avevo fatto un paio di anni fa per una campagna pubblicitaria in Francia, per un progetto di tutt’altro tipo (largo consumo) ma che per una serie di ragioni verteva sul tema della modernità in una società non troppo dissimile dalla nostra. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo ad applicarlo alla politica italiana, e ne è venuto fuori un quadro fin troppo ragionevole.
    E’ una nota a parte, ma secondo me sta a significare che in questi anni la dialettica intorno alla modernità è rilevante per tutta la società europea, e se ne vedono i sintomi in diversi campi, dai partiti alle marche.
    Di conseguenza, se avessi voluto analizzare Martini non avrei cambiato il modello: l’avrei messo da un’altra parte. Non a caso, è considerato una figura di rottura all’interno della Chiesa.
    Detto questo, è vero che ho scelto di partire dal termine “Modernità” perchè secondo me è un concetto chiave per capire l’Italia di oggi, ancora prima della sua politica.

  6. Stefano

    @raoul,

    ti consiglio di iscriverti alla mailing list dei Mille, e lì trovi la mia email :)

  7. Raffaella Petrilli

    @Stefano, capisco, ma la sostanza della mia obiezione non cambia. Il fatto che la scelta dei termini (selezione delle accezioni e dei termini semanticamente collegati) sia stata fatta in relazione a un’altra indagine, non la rende meno arbitraria, sposta indietro l’errore (o almeno quello che io considero un errore).

    Sono anche d’accordo sull’importanza della dialettica della modernità. Ma appunto: allora dovremmo osservare con cura i fenomeni, e estrarre da là i termini per impostare con correttezza le definizioni di modernità e tutta la rete semantica che genera. I fenomeni politici italiani, nelle loro continue recenti evoluzioni offrono un campo straordinariamente interessante, mi pare, proprio perché tende a sfuggure a categorie note (proprio ieri si discuteva di queste questioni metodologico-semiotiche a Siena, con G. Manetti)

  8. @Raffaella,

    condivido in parte, e la vedo così.
    La mia sensibilità soggettiva mi porta a pensare che la dialettica intorno alla modernità sia un tema rilevante per la società (in alcuni Paesi e in questi anni), e che quindi sia significativo definire il proprio posizionamento rispetto a questo tema in diversi campi, da alcune categorie di consumo alla politica.
    Compiuta la scelta arbitraria del primo termine, quella dei termini di contrarietà e contraddizione è una variabile dipendente, e quindi non a sua volta arbitraria.
    In sostanza, è legittimo criticarmi per aver scelto d’ufficio di dare importanza alla modernità. (Nel caso del mio lavoro di qualche anno, faceva parte delle mie responsabilità nel definire una strategia di marca)
    Ma fatta questa scelta, non si può dire che io abbia inserito il termine “archetipico” perchè sapevo che lì ci sarebbe andata la Chiesa.
    Ho inserito quel termine perchè è in rapporto di contrarietà a “moderno”, e nello specifico a quell’accezione di moderno da cui siamo partiti per guardare alla società francese qualche anno fa, e che secondo me si adatta anche all’Italia: poi, visto che la Chiesa di questi anni ha fatto determinate scelte valoriali, l’ho messa lì. Fosse stato Papa Martini sarebbe finita da un’altra parte, e il quadro “archetipico” avrebbe visto solo la Lega in entrata.

    Comunque condivido l’idea per cui la politica italiana dovrebbe aprirsi ai contributi di competenze diverse dagli editorialisti del Corsera e Dagospia :)

  9. FdB

    La realtà è complessa, così difficile da conoscere in ogni sua dimensione.
    Come non bastasse, la politica ha il vizio dell’ipocrisia e tende a falsificare la realtà rendendola ancora più impenetrabile. Lo studio della scienza politica si basa su modelli razionali e non ha scopo predittivo. Ciò che Stefano ha fatto per esperimento è stato un acuto tentativo di analisi, soprattutto se non ha mai consultato manuali di scienza politica. In sociologia politica il comportamentismo da decenni sta affinando modelli simili a quello qui descritto.
    Concordo appieno con il post ben ponderato di Raffaella (chapeau), che con chiarezza ha posto una questione di metodo. In sostanza, il modello non è valido ma illusorio poichè sembra riflettere un messaggio che però… è sbagliato! (cit. QUELO!! :-])
    Giustamente il rischio qui prefigurato è quello di mistificare la realtà politica.
    E’con avvilimento che osservo la riduzione dell’uomo a oggetto inanime. Prendi la scatola di Dahl e noterai uno schema simile a quello qui disegnato: si riferisce però a regimi istituzionali. Si riferisce allo Stato, che non ha un’anima ma elementi sicuri e prevedibili.
    L’uomo è umorale, le mosse politiche sono imprevedibili poichè non sempre si hanno le informazioni necessarie per comprenderle appieno.
    Il gioco politico travalica gli schemi di partito.

    In conclusione, poichè sono scettico sull’applicazione di valori moderni, auspico perlomeno valori normali: il rapporto diretto con gli iscritti, come da art. 49 della Costituzione.
    Un comportamentista direbbe che un PD più trasparente genererebbe una risposta conseguente da parte dell’elettorato, che a sua volta potrebbe produrre il tanto auspicato cambiamento…

  10. raoul

    @Stefano, il mio e-mail e’ raoul.minetti@gmail.com . Scrivimi un ciao cosi so il tuo e-mail (non si trova su internet…)

    Mi inserisco nel dibattito: capisco tutto il gioco tight delle implicazioni e contrapposizioni, ma mi sarebbe piaciuto vedere utilizzata accanto alla categoria moderno-tradizionale (su cui concordo in pieno a differenza di FB) la categoria locale-internazionale. Che mi sembra il secondo asse portante oggi. D’altronde tradizionale implica locale, che e’ a sua volta il contrario di internazionale. L’asse archetipico-industriale e’ sostanzialmente una sfumatura ai piu’ abbastanza impercettibile di quello moderno-tradizionale, quindi non aggiunge molta informazione allo schema.

  11. Raffaella Petrilli

    @Stefano, la rete dei rapporti semantici tra i termini in una lingua è riportata in un dizionario (e i criteri di composizione di un dizionario sono oramai, anche per la lessicografia italiana, ben chiari). Quindi, al di là delle valenze soggettive che una parola assume per un individuo, dobbiamo prima di tutto tener conto delle valenze collettive (che come sai si misurano attraverso complesse operazioni statistiche). Dato un termine, il dizionario mi indica i suoi legami con altri termini dello stesso sistema, validi in un momento storico e per una data società di parlanti. E’ vero poi che il mio uso personale può anche indicarmi altri legami (dipendenti dalle mie esperienze personali). Ma devo per il possibile tener conto della differenza tra i due livelli, se voglio applicare le competenze semiotiche all’analisi di ciò che avviene in un gruppo sociale. Altrimenti l’analisi procede sui criteri poco scientifici dell’ “a me sembra meglio questo”, ‘a lui piace di più quell’altro’ ecc. Criteri estetici, ma appunto….!

  12. Mooolto interessante. Sul quadrato di Greimas, penso che potremmo continuare a discutere fino al 2050. E anch’io trovo che la contrapposizione archetipico-industriale sia più sfumatura che sostanza.
    Forse in termini di semiotica interpretativa, sarebbe anche il caso di indagare, parafrasando Umberto Eco, (l’e)lettore modello delle narrazioni messe in campo dai partiti… Comunque, ripeto, davvero interessante.

  13. @Raffaella,

    sono assolutamente d’accordo, è per questo che preso arbitrariamente il primo termine “moderno”, mi sono trovato in mano gli altri tre, per quello che significano nella nostra società.

    @Raoul,

    non ho inserito il tema locale v internazionale, perchè è un termine diverso, e avrebbe meritato un’analisi a parte. Comunque per come la vedo ci sono esempi di localismo moderno e internazionalismo tradizionale.

  14. raoul

    Si’, la connessione e’ meno tight, ovviamente. E’ pero molto difficile sentire parlare di “tradizioni internazionali”, mentre ogni giorno sentiamo parlare di “tradizioni locali”. La tradizione e’ in qualche misura spesso legata al territorio, al passaggio tra generazioni, quindi intrinsecamente tende ad avere una valenza “locale”. Se si manca l’asse internazionale-locale, penso manchiamo una parte cruciale del problema. La bravura della lega e’ stata di riuscire a farsi artefici del ritorno alle tradizioni – locali, a presentarsi come partito della comunita’ locale che rinverdisce le tradizioni del territorio, della comunita’. Quindi non mi sembra sia un’analisi a parte, i due assi tradizionale-moderno, locale-internazionale sono ben legati. Poi forse non si riesce a chiudere il rettangolo di Greimas, ed e’ solo una matrice 2X2, ma questo non mi sembra un dramma :-) , si tratta di strumenti intepretativi e riassuntivi

  15. Tema interessante anche questo, e secondo me si può affrontare in due modi.
    Il primo è prendere i vari approcci ai temi internazionali (ad es. la geopolitica) e vedere come si dispongono in questo schema. Serve un pò di tempo per rifletterci, ma mi verrebbe da dire che:
    - la politica internazionale della Albright e di Bush Jr segue un modello archetipico: gli Stati Uniti sono la nazione indispensabile, incarnano ideali universali e assoluti, e sono perciò legittimati a comportarsi di conseguenza.
    - il Congresso di Vienna è un esempio di geopolitica tradizionale, in cui si restaura il modello precedente alla modernità, ed è proprio il peso della sua storia a legittimarlo
    - le Nazioni Unite sono un esempio di geopolitica industriale: rispetto alla legge di Natura che ha visto millenni di guerre, si costruisce un artefatto grandioso ed ambizioso che le opponga la legge degli Uomini
    - Molte ONG e gruppi come Otpor in Serbia seguono un modello più fluido e decentrato, che è qualcosa di più di una scelta organizzativa: è una visione del mondo.

    L’altro modo è guardare solo alle forze di casa nostra e usare uno strumento di segmentazione classica con due assi, tradizionale v moderno e locale v internazionale
    Un esempio di tradizionale-locale può essere ad esempio la Lega
    Un esempio di tradizionale-internazionale può essere la Compagnia di Gesù
    Esempi di moderno-locale possono essere il progetto dei 100 sindaci degli anni ’90 o il PD del Nord di Chiamparino (che non a caso nasce contro la Lega), ma anche il neonato Andiamo Oltre.
    Un esempio di moderno internazionale, almeno il primo che mi viene, è il Partito Radicale. (Al di là di questo, la politica italiana non si segnala per avere grandi ambizioni internazionali…)
    Il limite di questa seconda analisi è che tira in ballo una seconda dimensione che svia l’analisi: ad es., non mi spiega perchè la Lega è così spesso in sintonia con la Chiesa e anzi lo nasconde, non fa emergere la contraddizione fra il percorso di Fini e quello del PdL, ecc…
    Quello che mi dice è che nella contrapposizione locale v internazionale, il primo termine è rilevante solo per alcuni (la Lega perchè è la sua forza, il PD perchè è la sua debolezza), ed il secondo sostanzialmente per nessuno.

    Detto questo, in realtà bisognerebbe pensarci su, e mi riservo il diritto di contraddirmi ripetutamente in futuro…

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