di Ivan Scalfarotto (per Il Post)
In Italia di diritti del lavoro ne esistono due: quello che è scritto sulla carta, quello dello Statuto dei Lavoratori, e quello che invece tocca ai milioni di persone che sono entrate nel mondo del lavoro con un contratto atipico e che non hanno in molti casi nessuna garanzia e nessun diritto.
Parlo di quelli che hanno contratti a progetto per anni, che ti viene da chiedere se il progetto sia per caso il canale di Panama o forse la diga di Assuan. Quelli con la partita IVA che fanno i correttori di bozze nei giornali. Quelli con contratti a termine intermittenti come il singhiozzo, per poter aggirare i limiti di legge. I giovani avvocati che fanno praticantati pluriennali lavorando, gratis come schiavi, per i titolari degli studi. Insomma, i milioni di italiani che lo Statuto dei Lavoratori, nella migliore delle occasioni, l’hanno studiato sui libri e che hanno le stesse possibilità di avvistarlo che avrebbe un turista di veder spuntare un lucertolone dalle acque melmose del Loch Ness.
Fino a oggi il PD su questo tema cruciale non è riuscito a trovare una posizione univoca, ma si era dato per accertato che su un punto ci fosse un accordo sostanziale: i quattro progetti di legge depositati in Parlamento (primi firmatari Nerozzi, Ichino, Bobba e Madia) hanno tutti, con diverse modalità, l’obiettivo di ridurre ad unità il diritto applicabile a coloro che abbiano un lavoro subordinato regolare a tempo indeterminato. Un obiettivo importantissimo, da raggiungersi attraverso un contratto di lavoro unico, come per esempio indicato nella proposta di legge Nerozzi (che ha recepito la proposta Boeri-Garibaldi): tre anni di contratto durante il quale si può essere licenziati per motivi organizzativi con il pagamento di un’indennità che cresce con l’anzianità, e poi la conversione a tempo indeterminato.
Attenzione a un punto importantissimo: con il contratto unico i nuovi assunti sarebbero coperti immediatamente dalla protezione di cui all’articolo 18 per tutti i casi di licenziamento disciplinare, “contra legem” e discriminatorio e avrebbero naturalmente tutti i diritti propri di un lavoratore dipendente: ferie, malattie, maternità, formazione professionale, tutte quelle cose insomma che si pensa siano conquiste garantite dai tempi della rivoluzione industriale e di cui invece un enorme numero di lavoratori italiani (essenzialmente giovani) oggi non usufruiscono.
Nei primi tre anni di impiego, dunque, i diritti dei nuovi assunti sarebbero di molto allargati, non compressi: non si avrebbe diritto alla possibilità di essere reintegrati nel posto – diritto di cui nessun precario oggi gode – ma si recupererebbe pienamente la dignità del proprio lavoro. Naturalmente nessuno dei quattro progetti di legge tocca poi in nessun modo i diritti acquisiti da chi oggi ha un contratto a tempo indeterminato: le proposte avrebbero ovviamente effetto solo per i nuovi ingressi nel mondo del lavoro.
Se qualcuno a bruciapelo mi chiedesse per quale motivo perdiamo e per quale motivo le persone che incontro mi chiedono del Partito come se mi chiedessero di un comune parente malato di cui vogliono notizie, direi che il problema sta tutto nel fatto che l’Italia di cui sento parlare nelle riunioni a Roma (nei circoli in giro per l’Italia è tutta un’altra storia) io non la vedo più da tanto tempo.
Questo pensavo in un’importante incontro cui ho partecipato la settimana scorsa e che doveva proprio servire a trovare un punto d’accordo sui temi del lavoro. La discussione ha preso subito una piega completamente diversa da quella che ci si sarebbe aspettati dopo la lettura dei nostri progetti di legge e del dibattito sui giornali. Il precariato, ha in sostanza detto il responsabile economia del partito Stefano Fassina, non nasce da una richiesta di flessibilità delle aziende ma da una mera convenienza economica, sennò non si spiegherebbe perché molte aziende piccole (dove l’articolo 18 non si applica) pure offrono contratti flessibili: aumentato dunque il costo dei contratti atipici vedrete che le imprese offriranno a tutti contratti a tempo indeterminato.
Insomma, siamo usciti di là rendendoci conto che una parte numericamente e politicamente importante del partito pensa realisticamente di poter promettere ai giovani italiani un contratto regolamentato dallo Statuto dei lavoratori di quaranta anni fa, dimenticando quali fossero i tassi di disoccupazione prima dell’introduzione delle prime forme di flessibilità e pensando che la nostra economia, con la globalizzazione e l’euro, possa permettersi oggi di offrire a tutti contratti con le medesime garanzie che oggi hanno coloro che hanno vent’anni di carriera alle spalle nelle imprese medio-grandi e nel settore pubblico.
Peggio ancora, non rendendosi conto che nel paese esistono 2 milioni di contratti a termine, 1 milione di contratti a progetto, centinaia di migliaia di false partite IVA che non crederanno alla possibilità che questa promessa si avveri perché, come ha ben detto Pietro Ichino nel suo intervento in Direzione nazionale sabato scorso, alla fine “alla rigida stabilità di una metà dei rapporti di lavoro dipendente il sistema risponde necessariamente collocando tutta la flessibilità sull’altra metà”.
Mi sono occupato professionalmente di lavoro per anni, mettendoci dentro le mani, e l’ho fatto seguendo queste tematiche in Italia e in molti altri paesi dal Sud Africa al Kazakhstan. Ho visto la più grande varietà di cose, ma mi sono convinto che c’è una regola che vale ad ogni latitudine: non c’è miglior garanzia per un lavoratore che lavorare in un’azienda prospera e non c’è miglior opportunità per un’azienda che avere una forza lavoro motivata e leale. In un’economia sana le relazioni industriali non sono per forza conflittuali e non c’è bisogno di dire per legge all’imprenditore quali sono le cose giuste da fare per sviluppare il capitale umano della sua impresa. Poi, certo, esistono datori di lavoro che sono degli sfruttatori e lavoratori non particolarmente motivati, ed esistono momenti nei quali gli interessi dell’azienda divergono da quelli dei lavoratori: per questo esiste il diritto del lavoro. Peccato che in Italia continuino a esisterne due, che per qualcuno significa nessuno.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Intervenire è indispensabile, questo è ovvio, ma da lavorare atipico (da dieci anni che lavoro, il mio contratto più lungo è stato di 13 mesi) ti devo dire una cosa: non è l’impossibilità di raggiungere il tempo indeterminato, il vero problema, ma ciò che non è raggiungibile se non attraverso il tempo indeterminato: un mutuo per acquistare la casa, e la pensione.
Io sono convinto che la flessibilità sia necessaria per il nostro sistema produttivo, e addirittura un’opportunità per i giovani. Noi ci siamo adattati, e stiamo diventando sempre più abili nel saltare da un lavoro all’altro, e convivere con le scadenze, ma è un fatto che i governi che ci hanno imposto questa condizione, non si sono occupati di questi due aspetti centrali della vita, raggiungibili solo con contratti a tempo indeterminato.
Dovete adattare il sistema pensionistico, e obbligare le banche a offrire ai lavoratori atipici pari condizioni. Difficile? Lo è anche vivere con contratti di 6 mesi, eppure ce la si fa.
Ivan, questa volta non ti seguo. Almeno non del tutto. Non c’ero – ovviamente – a quella riunione. Però la proposta Fassina l’ho letta e onestamente mi sembra che non pretenda affatto di proporre un impossibile e del tutto teorica soluzione “tutti con l’art. 18 standard”. In particolare da quanto capisco propone di semplificare i contratti a tempo determinato, di associarci i diritti fondamentali (maternità, indennità, ecc.) e, appunto, di fare in modo che i costi indiretti (contributi ecc.) siano simili tra “precari” e “stabili”.
Ora, si può preferire la soluzione “contratto unico” con 3 anni senza art 18 a quella “tempo determinato” max 3 anni. Ma all’atto pratico mi sembra quasi la stessa cosa.
Però non si può sensatamente sostenere che non sia vero quanto sostiene Fassina quando dice:
1) che l’uso dei contratti “flessibili” non viene fatto solo perché sono tali, ma sopratutto perché costano meno (e peraltro questo è davvero assurdo: la flessibilità è un rischio per il lavoratore, quindi dovrebbe essere pagata di più…come in genere avviene in mercati del lavoro maturi)
2) che quindi ridurre il costo dei contributi per i garanti e aumentare quello per i non garantiti è un buon modo per eliminare il motivo “non confessato” dell’uso di questi contratti
3) e che, comunque, la soluzione del problema del lavoro dei giovani e precari non sta in nessuna possibile nuova legge o regolamentazione del diritto del lavoro, ma solo nella politica economica e industriale.
Tre domande:
ma in cosa ha torto Fassina? Non esiste un uso strumentale degli istituti di flessibilità, come si deduce dal tuo stesso post?
Non è che c’è un problema di produttività, tecnologie, specializzazione produttiva, per cui gran parte delle imprese non sopravviverebbe anche con i costi del contratto modello Boeri/Ichino? Non è (del tutto) una domanda retorica
E visti i precedenti, gli dai un dito e si prendono non solo il braccio ma tutto il torace (parlo del governo), non pensi che PD e sindacato siano iperrattivi sull’art. 18 perché se salta quello, in tempi di crisi, probabilmente assisteremmo a un’ondata di licenziamenti di quei “garantiti” che garantiscono reddito anche ai precari via trasferimenti intergenerazionali (vulgo: soldi di papà), con risultati su occupazione, domanda interna e coesione sociale da “2012″ di Emmerich?
Bene che si parli finalmente di questo. Non è il mio settore e non ho letto i documenti che vengono citati, per cui non mi esprimo. Però è su questi temi che si perdono oppure si guadagnano milioni di voti. Una volta che si prende una posizione chiara e semplice e la si rende pubblica, ovvio.