di Marco Simoni (per il Post)
Non ho seguito la direzione del PDL se non nelle cronache dei giornali e nell’imperdibile video su YouTube con Fini che si alza in piedi col dito puntato. Non ho difficoltà, comunque, a convenire con l’analisi di Luca Sofri: sotto le urla, niente. Non un progetto comprensibile, non un’analisi politica, solo propaganda e discorsi di facciata. Tuttavia, questa analisi pone un quesito ancora più impellente: come è possibile che un partito così vuoto di contenuti riesca a godere di un consenso così corposo e continuato? E quindi, di riflesso: cosa dovrebbe fare il PD ora che il maggior partito di governo appare così diviso al suo interno?
Per cominciare, si potrebbe osservare che il PD è diviso ancora maggiormente del PDL. Per dirne una: non è ancora riuscito a trovare la strada per un’equilibrata convivenza tra gli esponenti più vivaci e di successo (nel senso del consenso elettorale) delle nuove generazioni, e una vecchia guardia che continua a non tollerare ogni iniziativa politica che sfugge al suo controllo. Inoltre, fa abbastanza impressione sentire Bersani che a tre anni dalla fondazione del PD, e a oltre un anno dalla sua candidatura a segretario, conclude la direzione del partito suggerendo che “serve un progetto per l’Italia” mentre qualsiasi persona di buon senso si aspetterebbe di sentirselo spiegare, questo progetto.
Il dato evidente è dunque che, al netto della capacità retorica e della maestria nel titillare le corde della nostalgia, sensibili in una significativa porzione dell’elettorato di centrosinistra e dei suoi militanti, l’attuale classe dirigente del PD non ha alcuna capacità né di svolgere una analisi approfondita sull’Italia contemporanea, né di individuare soluzioni che parlino ai mondi ai quali si riferiscano, e siano immediatamente comprensibili ai cittadini – a tutti i cittadini, anche quelli che non voteranno mai PD. Se un progetto per l’Italia non è stato elaborato in oltre un anno di congresso, infatti, penso sia ragionevole smettere di aspettarlo, perlomeno da parte di queste persone.
A questo siamo, quindi. Il PDL non se la passa bene, il PD non ha alcun progetto per l’Italia, e dunque per vincere le elezioni e sottrarre il potere alla destra trova più utile impegnarsi in altro: comunicazione politica audace, alleanze onnicomprensive, giochi di palazzo, eccetera. La vetrina vuota della direzione del PDL però non ci inganni: la politica non è scomparsa, ma ha semplicemente cambiato riti e luoghi.
Uno sguardo veloce ai risultati del governo Berlusconi mostra infatti un progetto chiaro e perseguito con coerenza. Un progetto di conservazione sociale, in cui si protegge ogni rendita acquisita. Un progetto difeso e sostenuto dalle principali corporazioni italiane, compresa larga parte dei sindacati, e che ha come effetto non voluto – ma evidente – l’esplosione delle disuguaglianze, secondo qualsiasi metro le si voglia misurare.
Un progetto conservatore che, in maniera non sorprendente, adotta una narrazione populista, individua nemici di classe (i radical-chic) e gradini inferiori da schiacciare (gli immigrati), con un’araba fenice – panacea irreale dei problemi del paese – che per sostenersi ha bisogno di non essere mai raggiunta: il federalismo.
Questo progetto non si basa solo sul leaderismo carismatico di Berlusconi: per quanto questa sia la sua narrazione pubblica – al netto delle uscite di Fini, ormai – solo una lettura superficiale e ingenua può sostenere che la leadership di Berlusconi sia incontrastata e totale. Al contrario, i conflitti politici e distributivi, la cui mediazione è rappresentata da Bersluconi e dal consenso popolare che tale mediazione riesce a raccogliere, avvengono in altri luoghi. Non nelle direzioni del partito, in maniera molto parziale sui giornali di area, certamente non attraverso una dialettica pubblica. Per questa ragione, al di là della sostanza del contendere, la rottura di Fini è più grave di quel che sembra, e potrebbe portare con sé conseguenze serie per la tenuta del governo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Ottima analisi. Pero’ una domanda: se la politica ha cambiato luoghi e riti e se i partiti sono oramai ridotti a vuote vetrine di politica fine a se stessa, perche’ Simoni e iMille insistono a far politica nel PD? Non converrebbe farla nei nuovi luoghi suggeriti dal Simoni stesso?
Marco, mentre siamo d’accordissimo sull’analisi riguardo al PD (e fammi dire che trovo francamente inaudita la frase del segretario nazionale a un anno dall’elezione sulla necessità del programma… come dire, CONVOCA I TUOI E SCRIVETELO, BERSA’!) non mi trovo d’accordo sull’analisi sul PDL.
Dire che nel PDL dietro allo scontro Fini-Berlusconi ci sia il nulla, è sottovalutare l’avversario e non rendere giustizia al reale: è il cozzare di DUE MODI INCONCILIABILI DI INTENDERE LA POLITICA, altro che. Fini vuole una Destra capace di riformare la Repubblica secondo i canoni del PPE. Vuole introdurre degli elementi di modernità, gestendoli da una destra europea e repubblicana, che abbia il cardine prima ancora che in “Legge e ordine”, in “tutti sono uguali davanti alla Legge”.
Berlusconi sono diversi anni che persegue il suo unico progetto: evitare il carcere ponendosi al di sopra della Legge, conservare il potere e il patrimonio acquisito illegittimamente attraverso le concessioni statali delle sue tv, che furono pagate una sciocchezza rispetto al valore di mercato. Berlusconi, per fare ciò, è disposto anche a concedere la secessione o il federalismo alla Lega Nord, perché sa che la Lega ha tanti voti laddove ne ha anche lui. E’ bene capire che se la Lega avessea vuto lo stesso supporto popolare che ha, ma fosse stata un partito musulmano e avesse proposto di far girare le donne col burqa, Berlusconi ci si sarebbe alleato ugualmente. Per Berlusconi l’alleanza con la Lega è strumentale e necessario al raggiungimento del suo obiettivo personale. L’alleanza con Fini, invece, non più, perché gli ha ormai comprato la classe dirigente e ha affabulato una parte consistente del suo elettorato.
Se Fini però si presentasse con una sua formazione, potrebbe portargli via un altro 4% circa dei voti, e per un partito che parte dal 26% delle ultime Regionali non è poco.
Peccato che la Sinistra non partecipi alla politica italiana, perché se il PD fosse un partito con un programma e un leader, capace di fondare delle alleanze o verso sinistra o verso il centro, si potrebbe perfino arrivare al governo, in una situazione magmatica come questa. Ma a D’Alema & co. pare che importi solo gestire il proprio piccolo potere al vertice del Nazareno.
Perdonami Antonio, ma questa cosa non riesco a capirla. Secondo te chi dovrebbe andare in Parlamento a rappresentare i cittadini al posto dei partiti?
Condivido: un’analisi attenta e precisa. Vorrei aggiungere una riflessione: se la maggioranza ha come progetto la difesa del corporativismo ed il PD non ha ancora un progetto per l’Italia potrebbe essere che “nelle segrete stanze del potere” le due cose vadano a braccetto? Dal mio osservatorio di cittadino comune, normalmente informato (ammesso che il cartello dell’informazione non taccia compatto sui fatti: non posso stare in rete h24) ho osservato negli anni che i problemi dell’Italia non sono mai stati affrontati con volontà risolutoria, ne da destra ne da sinistra. Se si eccettuano le due o tre tappe forzate per l’ingresso nell’Euro, nulla, o quasi, è stato fatto contro l’evasione fiscale, la disoccupazione, le mafie, la corruzione, il debito pubblico etc (l’elenco è molto lungo).
Io credo che con la “scusa di fare politica”, a Sinistra, e con lo “slogan di fare” a Destra, nessuno ha “fatto un c….” per trovare soluzioni, ma “ha fatto tanto, tantissimo” per mantenere tutto così com’è. Il vantaggio? Poter continuare, addossando le colpe altrove, una gestione del potere che potesse favorire i soliti noti. Non di incapacità si tratta ma di precisa e volontà.
Un saluto
Francesco Polverini
Anche io condivido ampiamente l’analisi di Simoni relativamente al Pd. Aggiungo che la stessa componente mariniana, a cui ho aderito, ha, a mio avviso, deluso almeno in parte le aspettative che in molti aveva creato.
Rimane però un problema, di non poco conto.
Rispondere alla ben nota domanda: che fare? O meglio che facciamo?
Non credo che gli altri partiti del centrosinistra siano messi meglio del Pd e quali sono, con precisione, gli altri “luoghi” della politica a cui fa riferimento lo stesso Simoni?