di Corrado Del Bò [per POLITEIA]
La sentenza pronunciata il 3 novembre 2009 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo in merito alla presenza del crocifisso dalle aule scolastiche italiane ha scatenato scomposte polemiche, che da un lato hanno mostrato la miseria del dibattito pubblico italiano allorché entrano in gioco questioni di laicità, dall’altro hanno ancora una volta rivelato come nel nostro Paese si è liberali a corrente alternata e in genere a proprio vantaggio.
Se non stupiscono gli strali vaticani contro la sentenza (dopotutto la Chiesa cattolica fa il proprio mestiere) e se siamo ormai purtroppo assuefatti a politici che starnazzano su identità violate e su orde di infedeli alle porte dell’Europa cristiana, è deprimente osservare, anche soltanto a distanza di qualche settimana, la cacofonia indistinta di quei giorni: una cacofonia che ha saturato il dibattito pubblico, quando invece ci sarebbe stato bisogno di meno ideologia e maggiore chiarezza concettuale. È proprio un’operazione di chiarificazione concettuale ciò che proveremo a fare qui di seguito.
Prima di tutto, che cosa ha stabilito la Corte? Che alla ricorrente, la signora Lautsi, lo Stato italiano deve corrispondere 5.000 euro a titolo di risarcimento, poiché l’esposizione del crocifisso nella scuola pubblica di Abano Terme frequentata dai figli ha violato la sua libertà religiosa, protetta dall’art. 9 della Convenzione di salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, e limitato la sua libertà, tutelata dall’art. 2 del Protocollo 1 alla Convenzione medesima, di educare i figli alle convinzioni religiose e filosofiche da lei giudicate corrette.
La Corte ha potuto decidere in tal senso, evidentemente, perché aveva titolo a farlo: contrariamente a quel che è stato troppo disinvoltamente affermato, non c’è stato nessun tipo di ingerenza internazionale né alcuna intromissione ingiustificata da parte della Corte nel pronunciare questa sentenza, poiché la sua competenza (come anche il relativo diritto dei cittadini italiani di adirvi) discende da Trattati regolarmente approvati dallo Stato italiano. In forza sempre di questi Trattati, la sentenza della Corte, una volta che sarà divenuta definitiva, è senza ombra di dubbio vincolante per lo Stato italiano. Ciò non significa che lo Stato italiano sarà obbligato a togliere i crocifissi dalle aule delle scuole pubbliche: la sentenza dispone esclusivamente il pagamento di 5.000 euro a titolo risarcitorio alla signora Lautsi. Tuttavia, essa implica che lo Stato italiano subirà verosimilmente nuove condanne se altri cittadini faranno ricorso alla Corte di Strasburgo sulla medesima questione.
Rimanendo ancora sul piano giuridico, ma guardando stavolta al merito della pronuncia, è pure difficile non convenire con Stefano Rodotà quando ha definito la sentenza “prevedibile” e “ben argomentata”: si tratta infatti di una sentenza che non può risultare sorprendente soltanto che si guardi alla giurisprudenza della Corte su temi analoghi e alla quale un occhio non prevenuto non può non dare atto che sviluppa un ragionamento logico e consequenziale. Tanto è vero che altri commentatori si sono spinti oltre e hanno parlato di una sentenza “ineccepibile”, che “ha messo nero su bianco un elenco di ovvietà”. Questo ovviamente non esclude la possibilità di autorevoli dissensi giuridicamente motivati; quel che però non va fatto è spingersi a suggerire che la Corte abbia deciso in modo arbitrario o palesemente infondato, come certa vulgata giornalistica (e non solo) ha voluto far credere.
Al di là comunque delle modalità sbrigative con cui è stata trattata la questione giuridica nel dibattito pubblico, anche sul punto di principio il dibattito pubblico italiano ha lasciato a dir poco perplessi. È stato infatti prontamente scomodato il trito e ritrito luogo comune del crocifisso come simbolo della nostra tradizione, per cui, da questo punto di vista, rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche significherebbe impedire la manifestazione di un’identità culturale collettiva. Si tratta di un ragionamento davvero bislacco. Innanzitutto, non è chiaro perché una manifestazione di questo tipo nella scuola debba avvenire per via simbolica e non curriculare (studiando la Costituzione, per esempio). In secondo luogo, nemmeno è evidente perché tale manifestazione non debba eventualmente avvenire attraverso altri simboli certamente più identificativi dell’appartenenza nazionale (il tricolore, per esempio).
Soprattutto, però, il problema del crocifisso non appare riconducibile alla querelle se sia o meno un simbolo culturale: possiamo anche concedere che lo sia, benché forse gioverebbe ricordare tutta la storia che c’è dietro alla sua introduzione a scuola, cioè due Regi decreti di epoca fascista emanati un mese e mezzo prima dell’omicidio di Giacomo Matteotti1. Il punto decisivo è in ogni modo un altro, e cioè che il crocifisso è anche un simbolo religioso, e dunque la sua affissione contrasta frontalmente con l’idea della laicità dello Stato, vale a dire della sua non-confessionalità. Lo Stato, se laico, non dovrebbe infatti favorire in alcun modo una confessione religiosa sulle altre; non a caso la Corte costituzionale ha più volte scritto che la laicità richiede che lo Stato rimanga equidistante e imparziale verso le confessioni religiose, affermando con ciò un principio che si ritrova anche in molta teoria liberale contemporanea, che le istituzioni devono rimanere neutrali rispetto alle confessioni religiose.
Questo non significa che lo Stato debba restringere la libertà religiosa dei suoi cittadini o debba adoperarsi attivamente per incentivare la secolarizzazione della società: azioni siffatte sarebbero in contraddizione con altre disposizioni costituzionali, oltre che col liberalismo bene inteso. Lo Stato, se vuole continuare a essere laico, deve piuttosto garantire confini invalicabili tra le credenze religiose e le istituzioni pubbliche, appartenendo le seconde per definizione a tutti i cittadini (chi crede, chi non crede, chi crede in una fede diversa da quella della maggioranza) e non solo a a una parte più o meno consistente sul piano numerico e molto rumorosa sul piano mediatico. È per questo, e non per sentimenti antireligiosi o anticlericali o “laicisti”, che i luoghi pubblici (scuole, ma anche ospedali e tribunali) devono essere “bonificati” dai simboli religiosi: in quei contesti sono davvero “fuori luogo”. Fa tristezza constatare che nel nostro Paese un punto così semplice, di liberalismo minimo, non riesca proprio a trovare ascolto.
[Il testo completo, comprensivo di note, lo potete trovare qui].iMille.org – Direttore Raoul Minetti






