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Diritti

Gerontofobia

18.03.10 | 7 Comments

Andrea Ballabeni ed Emanuele Palescandolo (membri del circolo PD di Boston, USA)

Un articolo dello scienziato inglese Peter Lawrence dell’Università di Cambridge (UK), pubblicato nel 2008 sulla rivista scientifica Nature, tocca un argomento controverso e poco dibattuto tra i meno anziani. L’articolo si intitola “Retiring retirement”.

Lo studioso britannico elogia gli Stati Uniti per aver scelto di terminare la “pratica arcaica” del mandatory retirement, il pensionamento e ritiro obbligatorio dal lavoro. Dice: “Negli Stati Uniti le persone anziane fanno ogni tipo di lavoro, chi per necessità e chi per scelta”. “A differenza dell’Europa, tutti hanno il diritto, per legge, di essere considerati”. “Misure contro la discriminazione per età esistono anche in Australia e Canada, ma in Europa e Giappone la pratica diffusa del ritiro obbligatorio condona ed istituzionalizza la discriminazione”. “Il pregiudizio è naturale nella mente umana. Valutiamo le persone come gruppi e stereotipizziamo gli individui”. Esistono però grandi differenze individuali e sarebbe “ingiusto rigettare le domande delle donne per un posto da facchino” solo perchè mediamente meno forti. È grazie ad un propizio contesto culturale e politico e alle battaglie del senatore Claude Pepper che negli Stati Uniti sono state possibili grandi conquiste per i diritti dei cittadini senior. Il senatore democratico, dopo aver fatto livellare le paghe tra donne e uomini e aver combattuto a favore dei diritti dei black, fece abolire il pensionamento obbligatorio per tutti i lavoratori federali, aumentando anche da 65 a 70 anni l’età in cui i non federali potevano essere forzati al ritiro. Successivamente, nel 1986, rese illegale ogni forma di discriminazione basata sull’età abolendo definitivamente il mandatory retirement.

L’inglese Francis Crick (foto), vincitore del premio Nobel per la Medicina nel 1962, emigrò sessantenne negli Stati Uniti, iniziando una seconda carriera e lavorando proficuamente fino al giorno della sua morte nel 2004, all’età di 88 anni. Crick non è un caso isolato in ambito accademico: negli Stati Uniti scienziati e studiosi ultrasettantenni ed ultraottantenni che continuano a lavorare sono tantissimi e possono farlo semplicemente perchè sono ritenuti i migliori sul mercato per la posizione che occupano. Il ritiro obbligatorio è pratica discriminatoria perché non meritocratica. Non solo in ambito accademico sono tanti gli anziani che hanno il talento per essere all’altezza: a tutti loro non dovrebbe essere preclusa la possibilità di competere. Oltretutto, il ritiro obbligatorio è poco conforme ai principi della solidarietà. Quando accade che gli anziani non siano più in grado di stare al passo delle proprie mansioni ma ancora desiderosi di lavorare, dovrebbe essere offerta loro una maggior possibilità di impiego in lavori piu lievi. Pari opportunità per tutti e protezione sociale sono innanzi tutto valori. Inoltre, la società intera avrebbe da guadagnare nell’aprire a tutti la gara per il lavoro e nell’avere anziani attivi e motivati, considerato anche che l’età media si sta alzando e che le prospettive di vita e salute sono in aumento. La lotta alla discriminazione per età deve essere combattuta con politiche e normative ad hoc, come appunto l’abolizione del mandatory retirement ma anche del divieto di cumulo reddito-pensione (in parte già effettuato in Italia e comunque da appaiare ad un avanzamento dell’età pensionabile), una maggior apertura del mercato del lavoro e l’offerta di educazione professionale continua.

Il problema però non puo essere risolto solo con normative sul lavoro. Occorre una profonda rivisitazione culturale. La nostra società tende a mitizzare la figura del giovane e a nascondere gli anziani. Siamo invasi da pubblicità e programmi televisivi con tanti giovani di bell’aspetto e pochi anziani. Associamo spesso l’anzianità alla corruzione dell’anima. Quando vogliamo criticare cittadini senior ricorriamo frequentemente a sostantivi come “cariatide”, “matusalemme”, “dinosauro”, termini che denigrano la loro età e non le loro eventuali colpe e il termine “sessantenne” viene a volte usato con accezione negativa. La politica ha certamente contribuito negli anni a questo trend culturale. L’attuale destra italiana, populistica e berlusconiana, ha avuto grandi responsabilità e da questa non possiamo di certo aspettarci illuminate inversioni di rotta; dobbiamo solo sperare che le forze all’opposizione riescano a lavorare unite per porre fine prima possibile all’epopea dei governi di Arcore e che presto una destra più seria e ragionante possa prendere terreno. La sinistra, riformista e non riformista, ha seguito alcuni modelli culturali imposti dalla destra ed è anch’essa ricorsa spesso alla retorica sui giovani. Sappiamo, però, che nonostante la retorica, né destra né sinistra sono riuscite ad offrire alle nuove generazioni grandi possiblità e prospettive di farsi valere.

Gli studi di marketing indicano che usare i giovani serve a vendere di più. Siamo sicuri lo stesso funzioni nel marketing politico? Ad ogni modo, non è compito della politica, quella alta, di educare e guardare lontano? Il Partito Democratico non dovrebbe strumentalizzare i giovani; non se ne dovrebbero pescare a caso alcuni da far sedere in parlamento per contrapporsi goffamente al “velinismo” della destra e illudere di essere interessati alla questione anagrafica (è tra l’altro sempre utile ricordare che il parlamento italiano non è anagraficamente vecchio, sia Camera che Senato hanno un’ età media inferiore a quella di House e Senate statunitensi e di altri parlamenti). Tanto meno si dovrebbero pescare giovani inesperti in politica, scelti solo perchè ben controllabili. Al contrario, il talento si premia mettendo tutti nella possibilità di competere ad armi pari, ad esempio garantendo un più facile accesso alle elezioni primarie, che vanno usate il più possible. È ovvio che una certa eterogeneità degli organi politici, locali e nazionali, abbia una valenza sostanziale e simbolica e per questo sarebbe sempre utile garantire una rappresentanza di tutte le componenti della società. A tale scopo, sarebbero da favorire quote minime (che non vuol dire quote piccole) piuttosto che quote di riproduzione matematica delle percentuali di presenza nella società visto che queste talvolta impediscono la composizione della miglior squadra. È quindi auspicabile che in politica, così come in parte del mondo del lavoro, siano previste più spesso quote minime sia per i due sessi che per le fasce di età più sfavorite, quella degli under 30 e quella spesso dimenticata degli over 70.

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