di Marco Simoni, per l’Unità
Il politologo americano Robert Dahl, massimo teorico della democrazia, ha osservato che gli stati democratici sono caratterizzati dall’essere moderni, dal loro pluralismo e dal loro dinamismo economico. Se è possibile dibattere sull’evoluzione recente dell’Italia in termini di modernità e di pluralismo, la nostra stagnazione economica ormai ventennale è certamente un dato di fatto. Tuttavia, ancora poche riflessioni si sono misurate sulle conseguenze che tale stagnazione può avere sulla qualità della democrazia, dunque sulla sua capacità di essere giusta nelle procedure, ed efficace nelle soluzioni. Non si tratta di una questione oziosa, perché il dato altissimo di astenuti alle elezioni regionali, in un paese come il nostro caratterizzato anche recentemente da alti tassi di partecipazione, è certamente una febbre legata a cause più profonde. Un sondaggio SWG commissionato da Italia Futura due settimane fa ha messo in evidenza non solo l’alta percentuale di elettori orientati all’astensione, dato confermato dal loro comportamento effettivo, ma soprattutto il fatto che questo riguardi la maggioranza (51%) degli elettori tra i 18 e il 35 anni.
E’ dunque fuorviante (oltre che irresponsabile, per chi abbia un ruolo politico) leggere l’astensione in termini politicisti, come qualcosa che riguarderebbe, a turno, elettori di destra o elettori di sinistra. Se fosse così non ci sarebbe una differenza così marcata tra classi d’età. Si tratta, al contrario, di un sintomo profondo di sfiducia nella democrazia, e preoccupante proprio perché, riguardando i cittadini più giovani, si proietta sul futuro.
L’economia stagnante offre sempre meno opportunità, meno risorse per gli ultimi arrivati. Essa tende dunque a sviluppare reazioni difensive da parte dei detentori di rendite di ogni genere, alimentando una politica intrinsecamente conservatrice, di difesa dello status quo. Conservatrice la destra, nella cultura e nelle politiche, e conservatrice l’opposizione, concentrata nella difesa degli equilibri esistenti, e dunque incapace di tratteggiare una coerente visione politica proiettata al futuro. Il dibattito politico diventa perciò asfittico, caratterizzato da un copione ciclico e interpretato sempre dagli stessi protagonisti. Il risultato di questo circolo vizioso è il rigetto della democrazia che si manifesta nel modo più amaro: lasciando che siano gli altri a decidere. Anche il momento elettorale, infatti, come ogni rito, entra in crisi quando manca il senso individuale o collettivo alla partecipazione. In assenza di un punto di rottura, che provenga dall’economia o dalla politica, in grado di invertire la spirale, rimane altamente improbabile che l’Italia torni a crescere o a riacquistare orgoglio e fiducia nella sua democrazia.iMille.org – Direttore Raoul Minetti




