Crescita, la propaganda non serve

di Isacco Levi

(foto: ralphbijker)

Uno degli argomenti più utilizzati da Governo e maggioranza in tema di economia è quello che vorrebbe l’Italia come il paese che meglio ha reagito alla crisi economica innescatasi alla fine del 2008. In effetti, nel post-crisi abbiamo scoperto che il sistema bancario è sufficientemente capitalizzato e abbastanza prudente da sopravvivere alle bufere scatenate dai titoli spazzatura che hanno travolto le banche di mezzo mondo.

Tuttavia, se si vuole andare oltre la mera apparenza dei numeri, l’argomento della miglior tenuta italiana alla crisi appare quanto mai bislacco e traballante. Partiamo dai numeri: il PIL italiano nel 2009 ha perso il 5%, solo la Germania in Europa ha fatto altrettanto, mentre le statistiche trimestrali (quelle annuali non sono ancora disponibili) di Francia e Spagna fanno stimare cali molto più contenuti. La produzione industriale italiana si è contratta di circa il 17% (solo la Germania ci ha eguagliati), gli investimenti sono calati del 12% e le esportazioni addirittura del 20%; la spesa per consumi delle famiglie si è ridotta dell’1,6%. La recessione in Italia è cominciata nel 2008, quando tutte le altre economie europee erano ancora in positivo, ed è finita con un trimestre di ritardo rispetto a Francia e Germania. A testimoniare che l’Italia la crisi l’aveva già nelle corde, il fatto che mai, nel corso del 2008, un previsore privato o istituzionale abbia accreditato all’Italia una crescita positiva per l’anno (che si è chiuso a -1%).

Secondo la maggioranza, l’argomento della migliore reazione alla crisi incontrerebbe tre sostegni: l’andamento degli indicatori di fiducia di imprese e consumatori, quello degli indicatori anticipatori dell’OCSE e il mercato del lavoro. Circa a partire da settembre 2009, in Italia come in Europa tutti gli indicatori di fiducia di consumatori e imprese hanno cominciato a recuperare il terreno perso durante le fasi più difficili della recessione. Bisogna però tenere conto che gli indicatori di fiducia sono strettamente qualitativi. A spanne si possono descrivere così: ai consumatori e alle imprese nel campione vengono poste delle domande su vari argomenti a cui rispondere con formule del tipo “meglio del mese scorso”, “peggio del mese scorso” o “uguale al mese scorso”. I risultati vengono aggregati facendo il saldo tra le percentuali di coloro che hanno risposto “meglio” e coloro che hanno risposto “peggio”e gli indicatori di fiducia vengono ottenuti per composizione dei vari indici. Di norma, questo è un metodo semplice ed efficiente per aggregare le risposte in indicatori che diano la direzione in cui si muove l’economia. Tuttavia, in presenza di eventi eccezionali, è particolarmente difficile interpretare le variabili qualitative. Nelle fasi di uscita da una recessione, può succedere che la categoria mediana (quelli che dicono “va uguale al mese scorso”) si allarghi sensibilmente, di conseguenza larghe variazioni negli indici sintetici possono essere generate da passaggi di piccole percentuali di rispondenti dalla categoria mediana a quelle estreme generando ampie incrementi degli indicatori non confermati dalla fase ciclica.

Per quanto riguarda gli indicatori OCSE, che negli ultimi mesi hanno registrato per l’Italia incrementi superiori alla media degli altri paesi, il discorso è leggermente più complesso, anche perchè le istituzioni internazionali non sono mai state particolarmente clementi nei confronti dello stato della nostra economia (e questo è sempre presente nei discorsi del Governo). Al di là del fatto che l’indicatore OCSE riflette i comportamenti anomali degli indicatori qualitativi che sono usati come input, la crescita significativa dell’indice nasconde alcuni problemi. L’OCSE nel comunicato stampa di dicembre (che sembra dedicato al dibattito politico italiano) fa notare che un andamento più positivo dell’indicatore non segnala una maggiore crescita, ma una maggiore probabilità di svolta della fase ciclica. In un recente articolo comparso su lavoce.info, il professore Giavazzi ci ricorda come l’indicatore OCSE sia costruito per dare una misura della crescita rispetto al suo potenziale e che il semplice fatto che l’indice cresca può essere dovuto sia a una maggiore crescita sia a un minor potenziale. Questo argomento si ricollega al prossimo in maniera immediata.

Il potenziale di un’economia rappresenta il tasso di crescita che consente al sistema di utilizzare tutta la sua forza lavoro impiegabile senza innescare dinamiche inflazionistiche, date le condizioni tecnologiche, lo stock di capitale fisico accumulato e la qualità del suo capitale umano. È inverosimile che queste tre condizioni si siano deteriorate nel giro dell’ultimo anno e mezzo. A contrario, è probabile che durante l’ultima fase ciclica il calo della produzione abbia scoraggiato molti disoccupati dal cercare nuovi impieghi (o a passare al mercato informale), riducendo così l’occupazione e la crescita potenziale senza far crescere la disoccupazione. In effetti, nel bollettino economico di gennaio la Banca d’Italia fa notare che se sommiamo ai disoccupati il numero di lavoratori in cassa integrazione straordinaria e gli scoraggiati, il tasso di inattività arriva intorno al 10% (1,2 punti imputabili all’aumento della CIG e 1,6 all’aumento degli scoraggiati).

Non sarebbe onesto attribuire a un governo, specie se insediato a metà del 2008, la responsabilità di un fase congiunturale così complicata. Quello che invece si può attribuire al Governo è la mancanza di iniziativa nel gestire la fase ciclica, se si tolgono i cosiddetti stabilizzatori automatici (gli ammortizzatori sociali) e gli incentivi auto.

Ciò che fa impressione del capitalismo italiano è che il sistema così come è entrato in crisi così ne esce, senza che gli alti costi sociali di questa fase congiunturale siano serviti a modificarne la struttura produttiva. Del resto, che il Governo non avesse in mente di cogliere le occasioni nate dalla crisi ce lo raccontano i piani casa e gli stanziamenti per le grandi opere, che oltre a essere inutili come stimolo fiscale (i tempi di attivazione dei finanziamenti e dei cantieri sono molto lunghi), assomigliano a un’economia di vecchio stile. Viceversa, non è mai stato attivato un dibattito sui piani di sviluppo industriale nelle aree sottosviluppate e nei settori strategici, sugli investimenti per far crescere una produttività del lavoro al palo da un ventennio, sulla crescita del capitale umano, sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro… Con queste premesse è difficile stupirsi che il Governo parli in toni trionfalistici di una crescita attesa per il 2010 appena inferiore al punto percentuale.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. RC2

    basta leggere Womenomics. ma prima ancora: “le trentenni, tra lavoro e maternita’” di marina piazza. o vedere il film “uno virgola due”.

    la Francia ha reagito meglio alla crisi, chissa’ perche’…piu’ donne che lavorano, maggiore natalita’, maggiore supporto alle donne lavoratrici, e maggiore indotto perche’ una donna con una vita professionale e familiare “crea” un indotto di servizi attorno alla famiglia. Double income and 3 kids…

    in Italia invece si continua a pensare che la famiglia sia la grande carta assorbente (o igienica, o di credito) capace di assorbire tutti i problemi.
    sara’ pure stato cosi negli anni 50 del familismo amorale, ma ora questo framework e’ un cappio, e piu’ lo imponi, piu’ strozza.

    quando questa classe dirigente si decidera’ a dare dignita’ al CITTADINO in quanto tale (single, padre, madre, figlio, anziano o membro di una famiglia) e non solo in quanto appartenente a una configurazione tribale possibilmente “connected”, sara’ sempre TROPPO TARDI.

    non si puo’ esistere solo in virtu’ dell’aiuto che si puo’ ricevere dai genitori, dai figli. i figli devono poter pagare un affitto, ricevere e sostenere un mutuo, studiare (velocemente) per poter poi ripagare il costo della propria istruzione.

    i padri devono poter pianificare una vecchiaia dignitosa e autonoma dal punto di vista finanziario. se poi c’e’ l’amore della famiglia ben venga. se poi c’e’ un regalo ai giovani sposi contenti loro. ma non e’ possibile che le giovani coppie in italia senza aiuto dai genitori non possano mettere le fondamenta di una famiglia.

    e non dimentichiamo che la famiglia con 1 solo bradwinner e’ anche piu’ ricattabile dal datore di lavoro con tendenze al mobbing.

    “tengo famiglia” e’ una frase terribile.

    a Berlino vedo studenti che riescono a pagarsi l’affitto lavoricchiando il weekend.
    vecchi che escono, anche se con il bastone, e non barricati in casa.
    padri o madri singoli che riescono ad allevare i figli.
    troppo welfare puo’ impigrire, ma l’assenza di welfare “start-up” non fa crescere economicamente un paese.

    solo da noi si sente ancora la frase “le donne rubano posti di lavoro AI PADRI DI FAMIGLIA”. basta uscire dai salotti del centro citta’…

  2. lorenzo

    non sono sicuro di condividere l’espressione “la Francia ha reagito meglio alla crisi, chissa’ perche’…piu’ donne che lavorano”. Tutto il resto mi sembra ampiamente ragionevole.

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