Sullo sfondo, a giustificare, a sostenere, a dare vita a questi due aspetti dello scenario politico (Berlusconi che può fare tutti i danni che vuole, ma viene votato; e la vitalità dirompente del voto di protesta), stanno la scipitezza e l’inedia del Partito Democratico. Qui non si tratta di costruire alleanze più a destra o più a sinistra o più al centro. Aprire a Grillo (ma come si fa solamente a pensarlo? Uno che sul proprio blog scrive quel che ha scritto oggi, dopo aver consegnato il Piemonte alla Lega, dovrebbe pure essere degno di considerazione politica?) o aprire a Rifondazione. Unire tutti o chiamare a sé l’UdC. Queste son trovate da ingegneria elettorale, piacciono giusto a D’Alema e a Casini: nella migliore delle ipotesi e con una congiunzione astrale particolarmente favorevole unita a una epocale botta di culo, possono alle politiche anche farti vincere un’elezione, ma lì si fermano. Si tratta, piuttosto, di proporsi come alternativa realmente valida. Non basta annunciare di voler parlare di lavoro: bisogna presentare proposte sul lavoro. Non basta dire che l’economia va male: bisogna presentare proposte per rilanciarla, l’economia. Non basta dire che la scuola ha tanti problemi: bisogna presentare proposte per valorizzare l’istruzione. Non basta dire che i disoccupati sono un problema: bisogna presentare proposte per aiutare le persone a ritrovare un’occupazione dignitosa. Da novembre a oggi il Partito Democratico su tutto ciò è stato latitante. Un paio di settimane fa c’è stato quel celebre dibattito parlamentare sui problemi dell’economia: ho trovato le analisi dell’opposizione condivisibili, ma francamente non ricordo una proposta che sia una. Un’occasione, l’ennesima, sprecata. Non è tutta colpa di Bersani, intendiamoci. Ma certo che a questo punto o cambia passo o fra dodici mesi, fra ventiquattro mesi, fra trentasei mesi saremo sempre lì a leccarci le ferite e magari a dar la colpa a Grillo o a Di Pietro.
(nonunacosaseria)






