Non potevo essere presente a Orvieto, e ho seguito il “seminario dell’area Marino” in differita, dal sito di Radio Radicale, che ne ha pubblicato i lavori in audio e video, permettendomi di mettermi in pari.
Sono rimasto un po’ perplesso. Non per i contenuti, che conosco bene: ho venduto la mozione Marino per buona parte del 2009 e continuo a ritenerla molto valida. Soprattutto, più passa il tempo più mi rendo conto che si tratta di una piattaforma (sfortunatamente) fin troppo moderna per come è messa la politica italiana oggi, in particolare quella dell’area riformista: e quindi sono d’accordo sulla necessità di coltivarla. Non contesto neppure il marchio Marino: Ignazio resta persona degnissima, e sono lieto di aver lavorato per la sua campagna a segretario.
Non mi dispiace neppure, infine, l’idea di Cambia l’Italia, il portale-barra-associazione che raccoglie la necessità di continuare quei ragionamenti estivi, di trovar loro una casa e di stabilire un pensatoio.
Invece, mi ha basito l’impronta identitaria che mi sembra caratterizzi il progetto. Quei contenuti di cui a lungo si è parlato – ad esempio, la laicità – come parola d’ordine attraverso cui aggregare chi vi si riconosce, e l’associazione come confine per stabilire chi ci sta e chi non ci sta.
Questo in un momento, per il Pd, in cui nessuno può prevedere che partito uscirà dalle elezioni, chi resterà e chi se ne andrà. All’ombra – come ha giustamente scritto Civati - di due correnti già esistenti, quella di centro e quella di sinistra, che fanno sempre più fatica a parlarsi. Affiancandosi a iniziative uguali e contrarie, come Area Democratica, come la fondazione che proprio in questi giorni Veltroni sta lanciando, come la fondazione dalemiana, tutte situazioni che stanno al Pd come la Halliburton sta all’Iraq.
Anche noi sulla stessa barca, insomma, ma un po’ più scomodi, come i passeggeri di terza classe del Titanic di De Gregori, che “col bel tempo veniamo fuori”. E se la nave affonda le scialuppe salperanno senza di noi: è una metafora che viene facile.
Questo perché, più che intorno a Marino, che comunque è stato l’uomo giusto al momento giusto, la sua mozione si era riunita attorno all’idea di Pd come incontro di culture e superamento delle appartenenze. Uno spazio d’azione – scoperto – che andrebbe usato non per chiuderci al suo interno, ma per ricomporre le fratture che stanno sbriciolando il progetto fondativo. Perché il giorno in cui il Pd dovesse annientarsi, gli unici troppo poco attrezzati per sopravvivere saranno proprio coloro che non hanno un vecchio partito da rifondare. Se il Pd si balcanizza, la fu mozione Marino sarà il Montenegro, non certo la Serbia.
A dire il vero mi è stato anche riferito che la sessione domenicale del seminario, quella a porte chiuse, è stata meno settaria: ma allora a maggior ragione doveva essere diversa la parte pubblica. Vivo in una piccolissima realtà, e può darsi che mi sfuggano elementi importanti: ma in questa fase, come militante del Pd mi servirebbero strumenti, al momento inesistenti, per costruire ponti, e non per tracciare confini e istituire dogane. Altrimenti diventa la mozione San Marino, la mozione staterello, meta turistica o poco più.
Io, per dire, a Orvieto non avrei invitato Emma Bonino, per due motivi: il primo perchè con Emma siamo già d’accordo praticamente su tutto. Politica è confrontarsi e fare sintesi, altrimenti è religione, fede. E, per quanto sia importante il testamento biologico, trovo che il tentativo di usarlo per costruirci intorno un dogma sia sterile, oltre che tematicamente insufficiente. Secondo, perché malgrado questo idem sentire, Emma resta “orgogliosamente radicale”, lo ha detto lei stessa. A torto o a ragione, Emma Bonino non sembra subire l’attrazione di questa forza gravitazionale che viene da una parte minoritaria del Pd. Vorrà pur dire qualcosa.
Avrei chiamato Bersani – come è effettivamente avvenuto – ma non gli avrei permesso di cavarsela con un discorso di circostanza. Gli avrei chiesto perchè il Pd deve arrivare a violentare se stesso pur di dialogare con i più lontani tra i cosiddetti moderati, quelli di Casini, quando neppure si pone il problema di convivere più civilmente con quelli che ha più vicini, e che vivono sotto lo stesso tetto. Ribaltando la visuale, gli avrei chiesto di interrogarsi a proposito di quelle fette di sinistra che a questo Pd non si avvicinano neppure per sbaglio, preferendo rifugiarsi da qualsiasi altra parte, purché altrove. Che facciamo, diamo tutti per persi? Sarebbe un peccato.
Avrei invitato Franceschini. E gli avrei chiesto perché, malgrado durante il congresso abbia rappresentato l’area moderata del partito, una parte numericamente rilevante della sua base abbia scelto la mozione Marino, apparentemente antitetica. Lo avrei sfidato a progettare insieme un modello culturale in grado di superare l’idea stereotipata che si ha dell’elettorato cattolico, e gli avrei proposto di rinvigorire insieme quel progetto di partito partecipativo, moderno e non d’apparato che lui, e Veltroni prima di lui, sembravano voler perseguire. Per trovarne i limiti, e risolverli, perché su quel modello siamo molto più vicini di quanto la sussitenza nel Pd di cilicio e voto di coscienza sembri indicare.
E poi avrei invitato Massimo D’Alema. E a lui avrei chiesto di razionalizzare situazioni come quella pugliese, in cui gli elettori dimostrano di avere della politica di sinistra una visione molto più moderna di quella che il Pd è in grado di esprimere, e che sarebbe il caso si riconoscessero in esso, non in Vendola. Gli avrei proposto di adeguare il Partito a forme e contenuti, oltre che a modelli decisionali, più in linea con i tempi e con ciò che il Pd stesso dovrebbe essere, o almeno doveva.
Avrei raccolto la sfida che in questo momento tutti i padri fondatori sembrano essersi dimenticati: dialogo, confronto, sintesi, superamento delle vecchie ideologie. Mi sarei calato nei panni dell’eroe che cerca salvare la barca, di far entrare aria dove altri vogliono chiudere paratie stagne. E invece così ho l’impressione che stiamo scendendo nella stiva, e che faremo la fine dei topi.iMille.org – Direttore Raoul Minetti
– 11/02/2010Pubblicato in:







Potrei benissimo sostenere e condividere parte della tua analisi. E qui tu aspetti il….ma, ecco: dimentichi che stai parlando di un soggetto politico che è nato creatura immaginaria di un vertice di casta che nel suo dna aveva la malattia che il pd stesso presume di voler sconfiggere. E come voler combattere il cancro con l’omeopatia, piccole dosi dello stesso male, in più con la sovrainfezione dei d’alema, violante e vari lothar accessori. Poichè è finita in me l’attesa del martirio (il cilicio lo portasse binetti) cerco di mettere più distanza possibile tra il centro e, trattino, sinistra. Un cuneo ben posto alla base (vendola) spacca il tronco fino alla cima….senza paura, tanto il tronco era secco…nato senza radici e con vizi d’innesto non avrebbe dato frutta.
Ciao.
Caro Ruini (parente?), capisco. Ma allora torniamo al partito di sinistra-sinistra e a quello di centro-centro, con mille satelliti a formare un’accozzaglia di governo? Io non farei nessuna fatica a dividere il partito con Franceschini, mentre la sola idea di inseguire Casini mi ripugna, e al tempo stesso non capisco perché dobbiamo cercare di fottere Vendola quando invece dovremmo accoglierlo a braccia aperte. Secondo me il Pd è quella cosa lì, poi tu mi puoi rispondere che non si può fare, o che non si riesce, ma o ci si chiarisce che l’obiettivo è quello – e secondo me a Orvieto questo poteva e doveva essere il tema, questo sì assolutamente laico – o tornare al fatidico trattino non fa per me, mi spiace. La strategia secondo cui ognuno si coltiva il suo orticello, ma poi è costretto a digerire le rape altrui mi sembrava l’avessimo già provata e che non funzionasse. Eravamo anche riusciti ad abbandonarla, ma rieccoci. Che colossale spreco di tempo.
No,no, che parente….so’ proprio io…..
Dici: capisco. Bene, allora converrai con me, se hai letto bene, che sostengo l’innaturale nascita di un partito (pd) come conseguenza non di un processo vitale nel paese, di riunificazione di tracce fondative comuni e presenti nel paese, ma la tentata alchimia di una trasformazione storico- politica avulsa da un contesto reale del paese.Mi spiego meglio.Nel risorgimento le più disparate voci politiche hanno trovato summa nella apparente utopica costruzione del regno d’italia. Fatto. Nel dopoguerra, e durante, di nuovo forze tra loro anche antagoniste sognano e concretizzano un nuovo ordinamento.Fatto. Entrambi i periodi erano sottoposti a centrifughe pressioni, ma la colla era la volontà del rinnovamento e del cambiamento.Così in entrambe i periodi.Altra strada da dover percorrere.
L’implosione dei partiti italiani (su la cui analisi spero poter sorvolare) lascia il vuoto del….e ora? Dal nulla, il cappellaio pazzo esce il coniglio, silenzio attonito nel pubblico partitico che a quel cappellaio ha permesso staccare onerosi biglietti d’ingresso….Come stupire anche noi….ecco l’idea!
Saldiamo assieme un pezzo di sinistra cattolica….mmmh poca,un pò di più…non facciamoci riconoscere come al solito, un pezzo di sano moderatismo liberale, un pizzico di laicismo retrò,uno sbuffo di socialismo …liberale però eeh… et voilà cosa abbiamo…..una bella serie di poltroncine vellutate su cui rimettere seduti i protagonisti spettatori di sempre.La scena non cambia, il dramma in rappresentazione è sempre lì, un pò stanchi e confusi gli attori. Dove il cambiamento? Dove il rinnovamento? Ma sopratutto perchè modificare e mortificare lo sceneggiatore quando, aspettando pazientemente, altri faranno il lavoro sporco? Quindi, per me, il danno non è nell’etichette dei preparati alchemici (sinistra-sinistra, destra-destra,centro-centro,sopra-sotto) che possono essere disposti anche alla rinfusa sullo scaffale, ma nei composti stessi che, vista la scarsa cura con cui sono conservati,sono degenerati in un unicum gelatinoso ed appiccicoso, buono per le mosche.
Ciao.
Certo, la tentazione di liquidare la grigia parabola del PD con uno sguardo cinico e con parole lapidarie è forte. D’altra parte quello che abbiamo davanti agli occhi è un soggetto politico ben diverso da ciò che si era immaginato, delineato, atteso solo poco più di due anni fa.
Si pensava ad una forza moderna, capace di far dialogare al suo interno culture di diversa radice ma di consonanti sensibilità, di superare schemi che parevano appartenere più agli armadi della storia che al mondo contemporaneo, di dare alla parte più dinamica, propositiva, attenta della società un luogo della politica in cui finalmente sentirsi a casa.
Invece le cose sono andate diversamente.
Si è arrivati alla fondazione del nuovo partito con un progetto ormai logorato da un continuo gioco di frenate ed accelerazioni, da opportunismi, da veti di varia natura.
Un gioco che, sfiancando lo spirito originario, snaturando il progetto, deludendo le aspettative, ha permesso alla vecchia classe dirigente di accomodarsi al gran completo nella nuova stanza. Una stanza costruita in fretta e furia perché –ricordiamolo- i precedenti vani stavano crollando.
E così ci si è ritrovati con un partito senza bussola, confuso, perché svuotato di un profilo culturale vitale ancorché composito. Un partito che è il trionfo delle nomenclature, dei personalismi, dei narcisismi, un partito in cui il richiamo identitario -il “come eravamo”- è diventato il surrogato velenoso di quella elaborazione culturale che non c’è mai stata.
Tentazioni identitarie che rischiano davvero di sgretolare il partito, guidando ogni singola cultura -o meglio- ogni singolo gruppo verso vie senza uscita, verso prospettive illusorie: la tardiva strada della socialdemocrazia che ricorda solo la lunga serie di occasioni perse dalla sinistra italiana nella sua storia, l’inconsistente idea di partito centrista che porterà -al più- i “moderati” a divenire vassalli dell’ancor più inconsistente Casini, la visionaria ed elitaria proposta politica rivolta unicamente ad una componente sociale colta, cittadina, moderna.
Certo, la tentazione di liquidare tutto questo una volta per tutte è viva.
Già, e poi? La costruzione di un forte soggetto riformista e progressista è ineludibile se vogliamo vivere in una società giusta e civile.
E allora il dialogo, l’attenzione, la riflessione, la sintesi sono appuntamenti fondamentali lungo la strada da percorrere.
Si lascino da parte le scorciatoie settarie, le prospettive illusorie, i patetici personalismi e si cominci una buona volta a discutere di visioni e non di poltrone, di valori e non di incarichi, della realtà e non di pregiudizi e forzature.
Chissà che da un ragionare libero ed onesto non nasca anche quel rinnovamento effettivo di cui c’è assoluto bisogno.
Tanta bella retorica a cui rispondo usando le tue stesse parole, inserendo,però il punto interrogativo, quello di domanda…
“…La costruzione di un forte soggetto riformista e progressista è ineludibile?…SE vogliamo vivere in una società giusta e civile.(dire SE impone condizione occulta di scelta: riformista-progressista bene…altro male):(
Nel ragionare libero e onesto………scagli la prima pietra chi è senza peccato…..D’Alemaaaa! che c***o fai..tiri?
Aggiungo:
“Alla fine dello scorso anno vi erano in Italia oltre 600 mila occupati in meno rispetto al massimo del luglio 2008. La quota di popolazione potenzialmente attiva che è al momento forzatamente inoperosa è elevata e crescente. Finchè la flessione dell’occupazione non s’inverte permane il rischio di ripercussioni sui consumi, quindi sul Pil”. Lo ha detto Mario Draghi al Forex leggendo la sua relazione.
Aspettando il default…
Quali altri segnali occorrono per dichiarare fallita la tentata esperienza neoliberista?
Da dove si riparte? Da una bella dose di “socialismo”, magari reale?(Nenni,Pertini,Gramsci,Berlinguer)….ha già, l’europa non vuole, il mondo non vuole……sei nato capitalista? Muori con dignità!
Ite.
Caspita Camillo, forse hai ragione, ho sbrodolato un po’ con la retorica!
Ma anche se asciugo, se stringo, il punto di dissenso rimane lo stesso: siamo probabilmente d’accordo sul sostanziale fallimento del PD, ma tu lo attribuisci ad un macroscopico errore di progetto, io ad una dissennata realizzazione.
Io penso che il centrosinistra italiano abbia bisogno di un forte partito plurale, non di una galassia di piccoli partiti, e credo che per tener assieme un grande partito il confronto e il dialogo siano necessari.
Tutto qui.
Poi certo, la prima pietra speriamo che nessuno la tiri… D’Alema, stai fermo!
Un saluto.
Forse più Meuccio che Camillo….
Perchè macroscopico errore di progetto?
I Partiti e Movimenti NASCONO su di un progetto unificante e si strutturano in esso.
Quale dunque è il progetto del PD? La conferma del pensiero socialita, di quello liberal-crociano, liberal-giolittiano, cattolico-laico, democratic-americano?
Siamo in Italia, in Europa, con il trattato di Lisbona sulla testa, in piena crisi del Sistema Capitalistico Globale,siamo alla rapina finanziaria internazionale(frattura del signoraggio?), ……e il progetto, guardandolo bene, mi ripropone, con varianti modificabili e riformabili alla bisogna, quel Sistema. Sicuramente avrai fatto delle letture in merito, tanto per citarne di ovvi….rousseau,marx,gramsci,….berlinguer e la sua questione morale sui partiti,chomsky,….Sembra che questi signori vedessero le cose da un altro punto di vista, come progetto. Mi dirai: guarda bene, osserva , approfondisci, applica agli eventi il metodo di studio, rifletti…..e vedrai che quello del progetto PD è il male minore.Appunto.Ubi maior, minor cessat.
Ciao Enrico.