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Povero Pd

In poche parole, la solita campagna

10.02.10 | 16 Comments

di Alessandro Punturo

pd_pocheparole_lavoro2992_imgCome ogni qualvolta ha inizio una campagna elettorale, i muri delle nostre città in questi giorni si ritrovano tappezzati da una congerie di faccioni di candidati che ridono e messaggi elettorali ritriti o da classica propaganda di regime. Incidono sull’esito del voto? Mi vien da pensare di si, altrimenti non si vedrebbe la ragione di una così grande proliferazione di carta formato 6×3 incollata sui nostri palazzi.

Prendendo spunto da una discussione presente in ML e da un’affissione del mai troppo scontato candidato PD Filippo Penati, mi chiedo allora: che campagna è quella qui sopra riportata, a sostegno del PD?

Costa molto, ma quello che i comunicatori d’impresa imparano presto è come si debba il più possibile evitare il ricorso alle categorie dicotomiche bello/brutto, mi piace/non mi piace nel giudicare una qualsivoglia campagna mediatica.

La réclame è di per se stessa un elemento talmente discrezionale, da non potere essere valutata fuori dal contesto del target a cui si riferisce e degli obiettivi che si pone. Un responsabile di una qualsiasi azienda di medio/grande rilevanza è pagato per elaborare (possibilmente aiutato da studi di specifici enti di ricerca) una strategia e chiedere ad una medio/grande agenzia pubblicitaria una campagna basata su obiettivi di comunicazione, posizionamento dell’azienda, target, insight… ed alcuni altri ferri del mestiere. Insomma non ci si improvvisa in questa professione, è richiesto un pò di rigore.

Ed allora, bypassando l’interrogativo se quella del PD per le ultime regionali, sia una campagna bella o brutta mi chiedo (e vi chiedo) semplicemente: ma il PD sa quello che sta facendo?

A chi sta parlando con questa campagna?

È la campagna giusta per muovere l’elettorato?

E quale elettorato?

Spinge a combattere l’astensione o prova a rubare voti al campo avverso?

Pensa di rappresentare un’alternativa di costruzione o fa leva sempre sugli stessi stereotipati messaggi che ci trasmette a Ballarò?

Questa ragazza è vista dalle persone in target come una tossica o come una persona che ha l’orgoglio della propria scelta?

È quello del PD (non ci si scandalizzi per favore) un brand appealing?

Il responsabile comunicazione del PD, Stefano Di Traglia dice che: “Dalla politica gli italiani si aspettano un avvicinamento reale ai loro problemi, il coraggio di affrontarli con idee chiare, un dibattito alla luce del sole sulle esigenze vere dei cittadini. Quindi poche chiacchiere e più concretezza”.

Ma siamo sicuri??

Hai testato questo concetto?

E se anche così fosse, è questa campagna una maniera efficace per trasmettere questa concretezza, senza risultare noiosa, autoreferenziale e pessimista, come gli esponenti del campo opposto ci accusano spesso di essere?

Siamo in guerra: viviamo all’interno di un conflitto bellico latente generato da un governo che sta smontando impunemente i basic del diritto del lavoro, che riprende a costruire centrali nucleari nei giardini delle nostre città, che massacra il tessuto sociale e valoriale del paese attraverso l’applicazione sistematica del principio dell’elusione a qualsiasi procedimento giudiziario; e allora per quale dannatissimo motivo dovremmo concedergli di partire ad ogni campagna elettorale con due spanne di vantaggio, per il solo fatto di non essere in grado di utilizzare i più mediatici strumenti di comunicazione in maniera quantomeno ortodossa o professionale?

Perchè dobbiamo sempre dare l’impressione di essere poco più che dilettanti allo sbaraglio in tutte le materie connesse con la modernità?

Perchè gli elettori di altri schieramenti dovrebbero “comprarci” se con la scelta di fare lavorare agenzie e creativi amici di amici (come maliziosamente immagino), il PD manifesta la propria superficialità ed una solare sciattezza e incapacità ad interpretare i cambiamenti del mondo contemporaneo?

Anche su questi piani si raccoglie la sfida della Destra.

Non capirlo è antistorico e contribuisce a condannare, quelle stesse fasce sociali che vogliamo difendere (e noi stessi), ad essere minoranza sine die.

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