Amici per la pelle

di Andrea Privitera

L’ha notato Marco Campione: a quasi due anni dall’insediamento del quarto governo Berlusconi appare ormai chiara la logica su cui si è basato finora questo esecutivo: a ministri, viceministri e sottosegretari non è ammesso dimettersi per nessun motivo, sia esso l’iscrizione al registro degli indagati, una sfortunata esternazione, il rischio di ricoprire due cariche pubbliche o, più recentemente, essere in disaccordo con le linee di partito. Unica eccezione: è ammesso che le dimissioni di un ministro avvengano in vista di elezioni locali con conseguente scambio di poltrone, in modo da moltiplicare le posizioni controllate.

È una logica – forse ispirata dal caso Mastella di inizio 2008- in totale controtendenza rispetto al precedente quinquennio di governo berlusconiano: a partire dalle dimissioni di Renato Ruggiero a inizio 2002 fino a quelle di Francesco Storace nel 2006, l’esecutivo fu continuamente oggetto di abbandoni, rimpasti e addirittura ritorni (non dimentichiamoci la successione Tremonti-Siniscalco-Tremonti al Ministero dell’Economia). Forse la Casa delle Libertà era una coalizione che comprendeva la litigiosa UDC, forse oggi Gianfranco Fini ha guadagnato maggiore influenza istituzionale perdendo il ruolo cardine che deteneva all’interno dei governi dell’epoca; fatto sta che in quegli anni l’uso delle dimissioni appariva più uno strumento per garantire la stabilità della maggioranza piuttosto che un modo per liberarsi di inefficienza, incompetenza e imbarazzi.

È evidente ormai che il criterio usato nel 2001-2006 abbia fallito, dato che ha portato alle dimissioni del terzo governo Berlusconi nel 2005 e alla sconfitta elettorale dell’anno successivo, oltre che a una scarsa continuità dell’azione politica. All’epoca una delle ragioni delle dimissioni era probabilmente il tentativo di non concedere troppi argomenti retorici all’opposizione. Oggi il motivo che spinge gli esponenti del governo a rimanere in carica è in fin dei conti lo stesso, con la sola differenza che questa volta il trucco funziona: nel giro di qualche mese le notizie che avrebbero portato alle dimissioni di un esponente politico escono dalla stretta attualità, finendo in un oblio giornalistico e di coscienza civile.

Finora questa logica sta dando i suoi notevoli frutti, dato che la compagine governativa, attraverso il filtro di un’informazione poco approfondita, appare come un blocco granitico rispetto ai continui cambi di guardia nelle poltrone partitiche e amministrative dei democratici. Il messaggio che sembra passare è: il governo non ha nulla da giustificare a nessuno, dato che è stato eletto dal popolo. Finché nessuno si dimette, tutto va bene. La questione delle dimissioni va piuttosto lasciata a gente come Marrazzo, Delbono, Del Turco, Veltroni e via discorrendo, in modo da far emergere la loro debolezza, non il loro rispetto per la carica che ricoprono. Tra l’altro, è esemplare come il caso Marrazzo sia stato quasi immediatamente seguito da sospette dichiarazioni garantiste da parte della destra, un po’ come a dire “vedete? loro vorrebero essere integri come noi, ma dato che si dimettono, non lo sono”.

Questa strategia sta funzionando nella forma, ma poco nella sostanza: la maggioranza descritta dalla cronaca politica appare più lacerata e litigiosa di quella che emerge dai dati prettamente statistici. La soluzione a questi problemi più profondi sembra essere rivolta ai vertici interni del PdL, e non al governo stesso. Come diceva Enzo Biagi in un’intervista a Giulio Andreotti: “è legittimo il sospetto che qualche volta conti più Piazza del Gesù che Palazzo Chigi”. Oggi forse basta sostituire il primo termine di paragone con Palazzo Grazioli.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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1 Commento

  1. nessuno

    Più che amici per la pelle questi sono amici di merende……
    Lasciamo stare il concetto alto delle dimissioni……
    Questi se ne devono andare con l’unico mezzo che capiscono…il forcone!
    Basta volerlo, per farlo.

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