Negli ultimi giorni si è discusso sulla possibilità che la Francia vieti il burqa e il niqab nei luoghi pubblici: trovate qui l’opinione di Giovanni Fontana e qui quella di Francesco Costa.iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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Non capisco tanto mal di pancia. La legge è molto moderata – perché parla solo di certi luoghi pubblici, riconoscendo il diritto di vestirsi (e mascherarsi) come si vuole in casa propria e nei luoghi di culto. Al limite, la si potrebbe considerare una legge ipocrita perché riduce a una quesione di buone maniere la grande battaglia in favore dei diritti insopprimibili dell’individuo.
Proibire certe pratiche e certi comportamenti che sono il retaggio di epoche e civiltà lontane nel tempo, non è assolutamente in contraddizione con l’idea di libertà e laicità che l’Europa considera la sua identità di fondo. Su questo punto c’è poco da aggiungere a quel che già avevano indicato Voltaire e gli altri philosophes nel XVIII secolo: la libertà è un valore universale, ma conosce come sue unica esclusione quanti non l’accettano per gli altri.
In caso contrario, poiché la libertà non passa esclusivamente attraverso l’ostentazione della propria religiosità, non meravigliamoci e prepariamoci ad accogliere a braccia aperte tutti i nudisti che dal loro sacrosanto punto di vista da domani circoleranno in abiti adamitici per le piazze e strade del mondo.
Il burqa e gli attivisti umanitari.
l’idea di libertà è un’idea fondamentale, ma dai contenuti soggettivi; soprattutto, libertà sta anche nel poter mettere in atto volontariamente comportamenti che per qualcun altro non sono liberi. Non sta a te, nè a voltaire, decidere cos’è libertà anche per gli altri: al massimo se ne può discutere, ma ogni posizione merita il medesimo rispetto.
D’altra parte, la schiavitù si elimina liberando la volontà di scegliere e di decidere delle persone (anche la volontà di decidere di tenere comportamenti che per te non sono liberi) dai vincoli imposti: cosa che le nostre leggi già dovrebbero garantire (ad esempio offrendo protezione a tutte le donne che sono vittima di imposizioni più o meno violente).
Infine, questa legge non libererà le donne: le segregherà ulteriormente, nel caso il velo gli sia imposto, le molesterà violando il loro senso del pudore e dell’affermazione di una propria libera identità nel caso il burqa sia una scelta “volontaria”.
http://ilpensieroselvaggio.blogspot.com/2010/01/molestie-di-stato-perche-il-no-al-burqa.html
Cerchiamo di capirci: l’idea di libertà non è negoziabile, di conseguenza nessuna autorità politica può imporre comportamenti individuali, come scegliere il proprio abbigliamento. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma esistono anche regole dettate da quella categoria della convivenza civile che si chiama cittadinanza. In una foto di un documento non possiamo ridere, fare smorfie e nascondere lo sguardo sotto una frangia. E’ una limitazione della libertà o una forma di garanzia nei confronti di tutti affinché la nostra identità sia accertata? Basterebbe questa osservazione per chiudere la discussione.
Se poi la buttiamo sul politico, be’ certo questa legge non libera nessuno dalle catene dell’oscurantismo e del fanatismo, ma afferma un principio lapalissiano: ciò che chiamiamo burqa o niqab non appartiene alla nostra civiltà, non lo accettiamo qui. E per favore lasciamo perdere il discorso sul rispetto per le altre culture e la diversità, perché non c’entra proprio niente.
buongiorno Alessandro: dividerei la questione in due.
1) la questione relativa alla necessità di identificare le persone per ragioni di sicurezza. Se ne può discutere, ma credo non si possa arrivare a proibire il burqa per strada (come ipotizzato dalla commissione francese, anche se pare non in percentuale maggioritaria), fuori dai locali pubblici (cioè per strada, dove casco e passamontagna sono leciti) o sui mezzi pubblici, soprattutto sulla base di un ipotetico rischio per la sicurezza (hai voglia col campo visivo e con l’invisibilità – tutti gli occhi dei curiosi puntati addosso – garantita dal burqa a commettere crimini) – fermo restando l’obbligo, su richiesta delle autorità competenti, di mostrare la propria identità. Quì comunque si può discutere.
2) la questione relativa al «non appartiene alla nostra civiltà, non lo accettiamo quì». La mia “civiltà” afferma prima di tutto la libertà individuale di mettere in atto comportamenti non lesivi degli altri: non è una questione stilistica o di giudizio di valore dato ai comportamenti altrui. Evidentemente proveniamo da due civiltà diverse; resta da stabilire chi deriva da voltaire. A partire dal tuo presupposto (estraneo alla nostra civiltà), si può arrivare a vietare qualsiasi cosa, dai tatuaggi alla minigonna.
Va bene, Andrea: provo a seguire il tuo modo di procedere.
Prima obiezione. E’ vero: ognuno può mettere il casco o il passamontagna. Ma è anche vero che non posso entrare in banca con il passamontagna o presentarmi in comune con il casco e – soprattutto – che ci sono situazioni di ordine pubblico che me lo interdicono e che comunque, se due caribinieri mi fermassero per strada e mi chiedessero di identificarmi, non potrei rispondere loro che la mia religione (o la mia libertà di espressione) non mi consente di rivelare il volto in pubblico.
E così veniamo alla seconda obiezione che giustamente tu reputi sostanziale: la libertà significa rispettare ciò che non condividiamo – corollario: se oggi dico no a chi vuole mettere il burqa, domani potrei ritrovarmi in compagnia con chi proibisce la minigonna. Qui però sta la differenza di principio: il burqa non è una questione di moda o di stile di vita, ma è la personificazione di un precetto religioso. Diversamente chi indossa la minigonna può invocare tutt’al più il gusto (buono o cattivo che sia, non ci importa), ma non si richiama a un precetto sacro. L’obiezione – per dirla con i telefilm americani – è respinta.
Allora una si può mettere o no il burqa? A casa sua lo può fare? Sì (purtroppo). A casa mia? Io rispondo di no. Lo dico senza alcun relativismo etico o culturale: quando entro in casa di un islamico, so che devo toglermi le scarpe.
Il discorso è lungo – mi rendo conto. E non pretendo di avere la verità in tasca. In passato io sarei stato sulla tua stessa linea di pensiero, poi l’esperienza diretta mi ha insegnato che non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Perché la reciprocità è una bene profondo.
Trovo del tutto condivisibile quello che osserva Alessandro. Aggiungo che la libertà di cui parliamo ha come presupposto la persona, il fatto di avere identità (libertà, appunto) personale (‘ho il diritto di essere io’). In questo senso, e soprattutto come donna, trovo il burqua insopportabile. Non il velo, attenzione, ma il burqua, che cancella la faccia, ovvero il luogo in cui si condensa, nella vita associata, l’identità. Leggo in questo senso i “valori repubblicani” di cui parla la commissione francese.
La seconda osservazione che faccio è sul valore simbolico dell’eventuale divieto di burqa e affini. Certo, gli interventi possibili per migliorare la condizione femminile sarebbero molti, come ricorda Costa nel suo intervento:
“La battaglia culturale va combattuta contro il tradizionalismo e le arretratezze delle religioni in generale e dell’islam in particolare. La battaglia politica per la libertà delle donne va combattuta invece nel diritto di famiglia, nella laicità dello stato, nella violenza domestica, nella pubblica istruzione, nella severa vigilanza sulle condizioni dei minori”
Ma le battaglie culturali si giocano anche sul piano simbolico, importante e delicato (proprio il dibattito sul crocifisso ne è prova …) tanto quanto l’impegno per stabilire norme sul diritto di famiglia ecc. Anzi, di più: una battaglia simbolica richiede grande sensibilità e molta riflessione, perché è senza dubbio importantissima per chi subisce situazioni penose in solitudine.
Mi chiedo perché questa in questa discussione siano così pochi gli interventi di donne…
un contributo femminile “qualsiasi” alla discussione:
http://www.petizionionline.it/petizione/no-alla-proibizione-del-velo-integrale-niqab/544
Grazie Andrea per averci segnalato la lettera aperta di alcune donne musulmane in difesa del diritto ad indossare il niqad – come dunque è più corretto chiamarlo. È un documento che vale più di tanti discorsi tra noi “liberal” più o meno disposti a confrontarsi con le differenze culturali.
Come definirlo? Una ventata di spirito medievale? Un “ritorno al futuro” che ci obbliga a misurarci con tutto quel che credevamo gli ultimi due secoli avessero sradicato dal campo del nostro orizzonte culturale?
Personalmente oggi ho capito quella straordinaria pagina di “Pastorale americana” nella quale il protagonista, lo Svedese, ritrova la figlia che è entrata a far parte di una setta religiosa che rivendica il diritto di non lavarsi, non curarsi e lasciarsi morire. Lei protesta perché il padre non capisce la sua scelta e soprattutto obietta: che cosa di meglio le può offrire la sua società corrotta, decadente, opulenta e falsamente libera?
Ci vorrebbe un Philip Roth anche da noi, eh?
Perché è questo quel che succede quando confondiamo la (giusta) critica del mondo occidentale con l’equidistanza verso ogni modello culturale.
Non essendo una donna non ho alcun titolo per dichiararmi oltraggiato da quella lettera e posso tutt’al più sottoscrivere le lucide parole pronunciate in questa sede da Raffaella. Però mi permetto di aggiungere: sono un cittadino italiano e conosco un po’ la storia. So che il fanatismo ha attraversato anche la religione dominante nel mio paese. Per fortuna oggi non ci sono più i flagellanti che si martoriavano per emendarsi dei peccati propri e dell’umanità, né certi gruppi che predicavano l’endura ovvero il suicidio di massa. Mi domando come reagiremmo se oggi ci apparissero davanti e ci menzionassero gli articoli della nostra Costituzione per rivendicare la loro libertà religiosa.
Quando in un precedente commento, ho dichiarato che l’esperienza diretta mi ha fatto cambiare parere in materia, intendevo proprio questo: non si può ragionare con gli intolleranti e i fanatici.
Mi interesserebbe sentire anche “qualche sedicente “musulmana moderna” in cerca di popolarità”, tanto poco caritatevolmente citata dalle autrici della petizione indicata da Andrea. Grazie.
ciao Alessandro,ti voglio rispondere su un punto ancora.
non comprendo i tuoi riferimenti all’intolleranza e al fanatismo. Mi spiego meglio: l’intolleranza e il fanatismo costituiscono un problema quando ledono qualche diritto altrui (mi pare fossimo d’accordo); e non c’è alcuna lesione del diritto altrui nel flagellare sè stessi per “redimere l’umanità”, nell’indossare il niqab (o il cilicio), nel sadomaso, nello spezzarsi le caviglie a furia di tacco 12, nel “mortificare” la propria esistenza al servizio di figli, mariti, chiesa, patria etc. (e non cambia nulla se si tratta di “stili di vita” o di “precetti religiosi”, perchè i due concetti nella pratica sono sostanzialmente solo sinonimi, nel senso che agiscono in maniera identica sull’etica individuale). Per quanto possano essere cose non condivisibili (e dal mio punto di vista sono tutte abominevoli), e per quanto possano riportarci in qualche caso al “medioevo”, il diritto ad esistere di queste pratiche testimonia proprio il fatto che il medioevo è superato e che il diritto sacrosanto all’autodeterminazione esiste, indipendentemente dall’uso che chiunque ne vorrà fare.
Se ti riferisci al timore che l’intolleranza e il fanatismo di chi arriva a indossare il niqab, se non sradicato in tempo, possa arrivare a mettere a repentaglio anche i diritti liberali e costituzionali (magari anche elettoralmente), credo che non vi sia nulla di più improbabile. Per ogni musulmana “fanatica e intollerante” che indossa in niqab (premesso che non vedo alcuna intolleranza nelle donne della petizione allegata, quindi nemmeno tutte coloro che indossano il niqab possono essere definite tali), ce ne sono decine di migliaia che si accontentano di indossare il velo e decine di migliaia per le quali non si tratta che di retaggi medievali. E non dimentichiamo che a parlare apertamente di proibizioe e di assimilazione siamo solo “noi” europei (sono questi ultimi a mettere a repentaglio seriamente i nostri principi liberali).
Non so naturalmente a chi le donne della petizione si riferissero, ma mi viene da pensare alla deputata pdl Souad Sbai. Quì la sua posizione:
http://www.souadsbai.com/home/index.php?option=com_content&view=article&id=469:sbai-il-burqa-discrimina-noi-donne-musulmane-e-non-centra-col-corano-&catid=6:articoli&Itemid=7
E’ vero, @Andrea: “non dimentichiamo che a parlare apertamente di proibizioe e di assimilazione siamo solo “noi” europei (sono questi ultimi a mettere a repentaglio seriamente i nostri principi liberali)”. Infatti la definizione di libertà fondata sulla nozione di ‘persona’ è/ha una ‘radice’ europea.
Noto poi nelle tue parole la mancanza di una accezione della nozione di “costrizione” (di cui le donne spesso sono state o sono esperte, nella pratica) che, se ci fosse, aiuterebbe a distinguere il caso dei tacchi altissimi dal caso dell’autroflagellazione e simili
scusate che c’entra la “costrizione” con l’auto-flagellazione, con il sadomasochismo, con la “mortificazione” volontaria della propria esistenza della suora, della casalinga mormona, del militare (tutti comportamenti naturalmente legali)? Alla base c’è lo stesso mix di scelta e di “condizionamento sociale” che sta alla base del tacco a spillo o del consumo di sigarette.
La nostra opinione è che tutto ciò sia sbagliato, dannoso, avvilente, e di conseguenza faremo il possibile (con la testimonianza, con la persuasione, con il dialogo) per spiegare il nostro punto di vista, nella convinzione di contribuire anche al benessere degli altri ed alla creazione di un “mondo migliore”, se volete. Ma nel frattempo lasciamogli il diritto di esprimere e di vivere la loro opinione con la medesima libertà con la quale viviamo la nostra, perchè non ci danneggia in alcun modo.
Se poi alla base ci sono forme di “costrizione” reali (donne menate o ricattate dalla comunità o dalle figure maschili da cui dipendono completamente), ovviamente, il nostro sistema garantisce a queste e a tutte le donne tutte le forme di tutela possibili – proprio allo scopo di rendere reale il principio di libertà individuale. (certo se anche tra le italiane piene di risorse la percentuale di chi denuncia è minima… non è che le cose si risolvono con le leggi: servirebbero procedure e strutture..).
Non voglio fare polemiche con te, Andrea, tanto più che ho visto il tuo blog e l’ho trovato fatto bene e interessante. Più andiamo avanti nella discussione e più la riconduci a una questione di principio, difendendo il diritto di ciascuno – e dunque di ogni gruppo – di praticare i costumi e i riti in cui crede. Io invece ti ribatto che il niqad è un simbolo che non si può accettare – almeno nelle lande europee. E mi baso sulla mia esperienza diretta – che un giorno proporrò agli altri lettori di queste pagine, ammesso che possa loro interessare. Però voglio salutarti oggi, citando uno che non può essere certo considerato benevolo nei confronti della cultura occidentale-liberale-capitalistica, cioè Predrag Matvejevic, il cui impegno in favore del dialogo interculturale ce lo può far considerare come “super partes”. Una volta ha detto nel bel mezzo dell’ultima guerra balcanica, allorché le opposte parti sostenevano le proprie ragioni richiamandosi alle rispettive radici, tradizioni, identità etniche e religiose, che tutte queste premesse sarebbero valide anche per l’antropofagia. Ciò nondimeno noi non la accetteremmo mai. Ecco caro Andrea: c’è un limite a tutto.
In Francia ci saranno fra poche settimane le elezioni, agitare lo spettro del niqab=fondamentalismo=terrorismo e votare una legge che ne proibisce l’uso fa piú bene (elettoralmente) a chi la propone che non alle 2000 (0,003% della popolazione totale) donne interessate. Fra l’altro una siffatta legge fa molto rumore e non costa nulla, tranne allontanare ancora di piú le donne interessate, per lo piú cittadine francesi, dalla vita pubblica.
Quanto al problema della libertá o della sottomissione delle interessate, non saremo certo noi a poter giudicare a distanza e, onestamente, anche se la pensassi diversamente da loro, non vestiró certo le vesti del missionario buono che le libera dal medio evo per condurle alla civiltá. Questo concetto é giá stato usato in passato da altri che ora siamo qui a condannare come corresponsabili dell’estinzione di civiltá passate che alla fine non erano poi cosí barbare come ci si voleva far credere.
@Alessandro. C’è un limite a tutto, ok. E allora parliamo delle suore di clausura. Fanno una scelta – sembra che sia una scelta ma in diversi casi non ne sarei così sicuro – che impone loro di non vedere né farsi vedere da nessuno. Hanno una serie di regole su come e quando manifestarsi al mondo. Mi taccio riguardo alle leggende che circolano riguardo a ciò che succede in clausura ma il fatto che nessuno possa accedere in quei luoghi, vedere queste persone, se non in caso di possibili violazioni della legge, mi rende simili le claustrate alle donne con niqab. Certo, li dentro “pregano e basta” quindi non c’è motivo di andare a controllare… ora spiegami (spiegatemi): perché nel caso delle donne in niqab dovremmo applicare un ragionamento diverso? Ricordo inoltre che nella petizione linkata prima non si nega il diritto delle autorità a controllare l’identità delle persone.
Vi linko anche questa intervista a O. Roy che, vedi un po’, ho letto dopo aver scritto questa cosa delle claustrate.
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=PMMVE
Continuiamo a non capirci – e mi dispiace. L’obiezione sulle monache di clausura è del tutto impertinente. Si tratta di donne che escono dal mondo per dedicarsi alla preghiera. Il monachesimo ha una tradizione secolare sull quale – a parte nel periodo della rivoluzione francese segnato dal programma di scristianizzazione – gli stati moderni non intendono interferire in nome della libertà religiosa. La pratica del niqad è imposta in società teocratiche per tutte le donne che vivono nel mondo e non possono mostrare in pubblico le loro sembianze perché il profeta – secondo alcuni esegeti – non lo avrebbe permesso. Ora ricordo a tutte le anime belle che credono di vivere su Avatar che anche Dante era contrario a togliere il velo alle donne e che la splendida Madonna di Antonello da Messina era anch’essa velata di azzurro. Ma questo accadeva qualche secolo fa! Dopo di che abbiamo avuto qualche cambiamento e qualche progresso non solo nel rapporto tra vita civile e vita religiosa, ma anche nella nostra mentalità. Il problema non è l’estensione quantitativa del fenomeno (né tanto meno criticare chi non lo accetta perché magari lo vuole usare in termini elettorali). Il problema è che non si deve mai negoziare sui principi.
P.S. Confesso di provare un certo disagio nella discussione cui sto partecipando: possibile che non ci sia nessuna donna che voglia intervenirvi? Possibile che il maschilismo dell’uomo occidentale fosse un bersaglio da abbattere, mentre quello delle culture islamiche si chiami “libertà religiosa”? Possibile che venga soltanto a me il desiderio di invitare i nostri amici “agnostici” a indossare per qualche giorno sto burqa per vedere – come direbbe Jannacci – l’effetto che fa?
Senti. Nel ’97 sono stato in Iran ed ero l’unico maschio in un gruppo di 15 persone. Diciamo che so come ci si sente, almeno “per converso”. Non è affatto una bella sensazione, è una cosa che non auguro a nessuno, mai. Detto questo: leggiti ‘sta roba qua e poi riparliamo della pertinenza del mio discorso sulle suore di clausura(http://www.petizionionline.it/petizione/no-alla-proibizione-del-velo-integrale-niqab/544). ‘Ste persone esistono: che x@bb@ ci possiamo fare? Il divorzio esiste, ma se c’è qualcuno che in tutta coscienza dice che preferisce essere torturato dal proprio partner pur di salvare il proprio matrimonio, che cosa gli devo dire? Che deve per forza divorziare perché il suo partner è un mostro? Una cosa è “conquistare diritti” una cosa è “imporre costumi”. Un’attività sensata rispetto a questa storia potrebbe essere quella di offrire assistenza VERA, non carfagnate, alle donne che hanno intenzione di emendarsi dalle loro situazioni. Ma quale velo e velo d’Egitto
Rispondo ad Alessandro e precisamente alla sua domanda:
«P.S. Confesso di provare un certo disagio nella discussione cui sto partecipando: possibile che non ci sia nessuna donna che voglia intervenirvi?»
La mia personale risposta, en passant, è che questo genere di discussioni alle donne non piace. Non per quanto riguarda il contenuto, per carità, bensì per quanto riguarda la piattaforma destinata ad accoglierlo (come vedi, sto contraddicendomi in questo momento).
Quello che vorrei far capire agli uomini è che alle donne un forum così risulta – come dire? – «stretto».
Le donne sono molto più presenti degli uomini nel mondo virtuale delle rete, ma in forma diversa: hanno superato il momento della partecipazione ai vari forum tematici. Hanno un animo di proprietarie, di chioccioline, se vuoi, non di pigionanti.
Insomma, noi mettiamo su casa. Casa vuol dire blog. Più di uno, perché ci piace che le cose siano in ordine, ogni cassetto contiene una cosa diversa, ogni blog è tematico (esiste anche il tema “senza tema”).
L’intervento sporadico su un blog/forum pubblico non interessa più di tanto una donna.
Comunque, volendo darti soddisfazione, ti dirò che appartengo alla categoria che si batté per l’uguaglianza delle donne, femminista – senza bruciare reggiseni (servono, accidenti!) e continuando a privilegiare gli uomini in materia sessuale -.
‘Sto burqa da difendere mi pare proprio ‘na strunzata.
Ipsa dixit.
Quello che dice Artemide Diana è interessante. Sarebbe un bel soggetto di riflessione. Le chiederei anche la diferenza, secondo lei, tra leggere e intervenire nella discussione di un blog.
Ciò non toglie che il problema qui in discussione sia concreto, anzi simbolico (e quindi concreto..) e interessa direttamente il genere femminile, ossia quello gratificato dell’indumento in oggetto.
Un parere in proposito, o anche più genericamente un’impressione in proposito la si può avere, però.
Esorrto infine a non fare confusioni: suore o donne con burqa non sono la stessa cosa, ci mancherebbe. E allo stesso modo non lo sono il velo (fazzoletto o altro che copra solo i capelli) e la copertura totale assicurata dal burqa e affini.
Direi che queste differenze tendono sempre a sfuggire ai maschi. A una donna, le piaccia o meno il blog come forma di espressione, non sfuggono mai. ne va della sua esistenza (fisica, civile, personale ecc.).