E così l’annunciato provvedimento sulle quote di studenti stranieri è arrivato. Venerdì scorso il Ministro Gelmini ha diramato una circolare per sancire che “il numero degli alunni stranieri presenti in ciascuna classe non potrà superare di norma il 30% del totale degli iscritti, quale esito di una equilibrata distribuzione degli alunni con cittadinanza non italiana tra istituti dello stesso territorio”, che il provvedimento varrà dal prossimo anno scolastico, ma solo per le classi prime di ogni ordine e grado (quelle per le quali sono aperte le iscrizioni da settimane: non si poteva intervenire prima, visto che l’annuncio è del settembre scorso?), che le Direzioni regionali potranno modificare la quota, aumentandola “a fronte della presenza di alunni stranieri (come può frequentemente accadere nel caso di quelli nati in Italia) già in possesso delle adeguate competenze linguistiche”, ovvero diminuendola “a fronte della presenza di alunni stranieri che dimostrino all’atto dell’iscrizione una padronanza della lingua italiana ancora inadeguata”.
Questo il venerdì. Poi la domenica la correzione in corsa: saranno esclusi i nati in Italia. Il Ministro deve aver parlato con i suoi, visto che – restando alla sola Milano – sia Colosio che Moioli avevano già fatto sapere che l’approccio “aritmetico” non lo avrebbero seguito e Salvini (Lega Nord) che avrebbe fatto le barricate per salvare la “scuola ghetto” (uso la terminologia cara al Ministro, Salvini ha invece parlato di fulgido esempio di integrazione) di Via Paravia: 95% di non italiani. O forse il Ministro ha realizzato che con quei criteri in molti Istituti Professionali sarebbe stato impossibile formare le classi prime. Oppure il Ministro ha ricevuto una lettera come questa.
Dunque i nati in Italia non saranno più causa di aumento della quota concessa, ma saranno proprio esclusi dal computo. Resta da correggere la circolare, ma sono certo che questo avverrà nelle prossime ore. A questo punto però viene da chiedersi: possibile – la domanda è retorica – che in Viale Trastevere non si rendano conto che l’errore sta nel peccato d’origine? Si fa troppo spesso confusione (chi per strizzare l’occhio alla Lega, chi per ignoranza, chi perché in malafede) parlando di bambini stranieri genericamente intesi: si cominci a parlare di studenti di prima alfabetizzazione o – se si vuole farla semplice – di studenti che non conoscono la lingua italiana. E spero nessuno vorrà obiettare che la circolare cita la competenza linguistica tra i fattori che modificano la soglia, perché nessuno in buona fede può farlo. Appare infatti evidente che un conto è dire “facciamo le classi in base alle competenze in entrata”, altro è dire “fissiamo un tetto e poi gli USR decidano correttivi”. Il primo modo è razionale il secondo è pilatesco. Tra l’altro se il discrimine è la competenza linguistica, il 30% è un limite probabilmente troppo alto ed aver indicato questa soglia è la conferma che il provvedimento è tutto ideologico e non si ha nessuna intenzione né di farlo rispettare, né tanto meno di risolvere il “problema”.
Gelmini ha motivato il provvedimento con la più classica delle frasi a effetto: impediremo la sopravvivenza delle classi ghetto. Peccato che queste “classi ghetto”, quando esistono, esistono non per volontà dei genitori stranieri che iscrivono i propri figli in questa o quest’altra scuola (cosa che non si può dire dei genitori italiani), ma per cause che non potranno essere nemmeno sfiorate da questo provvedimento amministrativo. La “classi ghetto” esistono (ed esisteranno sempre di più) in quegli ordini di scuola dove vanno per lo più cittadini figli di immigrati; mi riferisco in particolare all’istruzione e formazione professionale, che si sta trasformando in una “scuola ghetto”. Le “classi ghetto” esistono là dove una scuola incide esclusivamente su un territorio ad alta densità di cittadini immigrati, ma (dati Caritas) il 70% degli “stranieri” iscritti alla Materna sono nati in Italia, quindi il problema non è la conoscenza della lingua, ma eventualmente di maggiore integrazione e dunque – se si fanno politiche volte a favorirla – parliamo di un problema transitorio. Sul breve periodo servono provvedimenti di tutt’altra natura, quale ad esempio l’utilizzo della tassazione locale (rette per le mense, abbonamenti bus gratuiti…) per favorire una redistribuzione volontaria e non coatta.
Se poi vogliamo discutere del provvedimento in sé, le ragioni per cui non va bene sono diverse. La più generale è che non si può affrontare un tema così importante per via amministrativa; la più assurda sta nel pretendere di risolvere la questione mettendo un tetto predeterminato (senza peraltro aver giustificato in nessun modo quel numero: se il problema è la non conoscenza della lingua, il 30% di alunni che non parlano l’Italiano è perfino troppo); la meno inaspettata è che siamo di fronte ad un ennesimo provvedimento centralista: ignora gli Enti Locali e insulta l’autonomia scolastica, visto che mette in capo agli Uffici Scolastici Regionali (e dunque al Ministero) e non alle singole scuole la decisione di eventuali deroghe. E questi sarebbero i federalisti? Che fine ha fatto la tanto decantata sussidiarietà?
In un articolo di alcuni giorni fa, Cominelli su IlSussidiario.net ha sostenuto che sulla scuola si confrontano il “conservatorismo del centrosinistra” e il “riformismo debole del centrodestra”. In generale ho i miei dubbi su questa semplificazione (vedo i conservatori e i riformisti “forti” minoritari in entrambi gli schieramenti e mi preoccupo), ma in questa occasione è vero il contrario: il centrosinistra ha espresso (si veda l’intervista di Penati al Corriere del 10 gennaio) le punte più avanzate di “riformismo” e il centrodestra ha fatto il pendolo tra il populismo più becero e il tentativo di mettere toppe peggiori del buco, per poi “sostituirle” con un provvedimento che così modificato inciderà su un numero di scuole che si conta sulle dita di una mano o due. Peccato che il pallino in mano oggi lo abbia il centrodestra, che ha dimostrato una volta di più la propria mancanza di volontà, per non dire l’incapacità, di affrontare i veri nodi. Purtroppo per tutti noi, la caratteristica dei nodi è che prima o poi vengono al pettine. E quando vengono al pettine, per scioglierli ci si fa male.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Sono d’accordo sulla sostanza dell’intervento, anche se l’esperienza dimostra che talora provvedimenti amministrativi (anche imperfetti) hanno un impatto enorme sui comportamenti reali, molto di piu’ di ogni provvedimento educativo, perche’ costringono a trovare soluzioni a problemi complessi (pensiamo per esempio al rifiuto di stabilire quote della presenza femminile nelle liste elettorali. Naturalmente il problema non si risolve con le quote ma le quote aiuterebbero, eccome!!). Per me la giusta strategia non e’ di opporsi al “tetto” e all’esistenza delle classi-ghetto, ma prenderlo veramente sul serio facendo esplodere le contraddizioni della destra.
C’e’ una cosa su cui vorrei far riflettere. Il problema delle classi-ghetto non e’ solo un problema di competenza linguistica (l’integrazione – vedi USA, Francia e Inghilterra – e’ un problema che rimane anche quando tutti parlano la stessa lingua e siano nati nello stesso paese, anche da molte generazioni). Negli USA, Francia e Inghilterra, il rifiuto ipocrita di affrontare il problema con provvedimenti amministrativi come lo stabilimento di tetti e la revisione dei confini dei distretti scolastici ha portato a risultati disastrosi (di fatto, esistono scuole separate per bianchi e neri, arabi e francesi, pakistani e inglesi). Laddove invece si e’ ricosciuto l’esistenza del problema e provvedimenti amministrativi (per quanto imperfetti) relativi a quote, tetti, ecc. siano stati presi, essi hanno dato risultati eccellenti, in confronto alla politica del non intervento. I problemi che abbiamo oggi in Italia non sono nuovi in altri paesi: forse non sarebbe sbagliato imparare dalle esperienze altrui, onde evitare il ripetersi di scelte sbagliate. In sostanza, in una societa’ multiculturale, multireligiosa, multietnica come quella che faticosamente sta emergendo in Italia, ci acconteremo di avere scuole dove i ragazzi parlano tutti (piu’ o meno) bene l’italiano, ma dove i “vecchi” italiani e i “nuovi” italiani sono segregati, perpetuando cosi’ un contrasto sociale per le generazioni a venire. Accade in Francia e in Inghilterra (e negli Stati Uniti con gli afro-americani) con risultati disastrosi. Vogliamo che lo stesso accada anche in Italia? Oppure richiederemo ai distretti scolastici di tenere presente un equilibrio tra “vecchi” e “nuovi” italiani, di mischiare le carte, spostando i confini e le zone di appartenenza, attraverso una politica flessibile di quote e tetti? Purtroppo le cose non si aggiustano da sole, occorrono interventi mirati e consapevoli. La diversita’ e’ una ricchezza per tutti, la ghettizzazione (non solo linguistica, ma anche etnica, culturale o religiosa) e’ una tragedia collettiva.
gabriele ci potresti dare qualche esempio di paese dove funziona? Lo dico assolutamente senza polemica. Giustamente ti riferisci a Francia, Inghilterra e USA dove si sono create scuole ghetto che rispecchiano quartieri ghetto.
(ripeto lo dico in tutta sincerità, senza polemica, difficile a volte da far passare in un commento ad un post …)
E giustamente dici di guardare a dove funziona. Un esempio aiuterebbe
Un esempio dove la politica dei tetti e delle quote ha funzionato e’ in Finlandia per le donne o negli Stati Uniti all’universita’ americana grazie alla contestatissima legge chiamata “Affermative Action,” che all’indomani della segregazione stabiliva per legge quote e tetti per le minoranze. Oggi e’ una legge superata (dal suo successo) ma ha lasciato il segno evitando che l’istruzione superiore americana si configurasse razzialmente divisa cosi’ come lo e’ invece per la gran parte la scuola inferiore. La revisione dei distretti scolastici per la scuola dell’obbligo ha funzionato in America laddove la si e’ applicata con molto tatto e flessibilita’ con la volonta’ di evitare scuole-ghetto, non ha funzionato dove o non la si e’ voluta applicate o la si e’ voluta imporre alterando drammaticamente e troppo repentinamente il rapporto tra maggioranza e minoranza (non appena i bianchi si sono sentiti in pericolo di perdere la maggioranza, specie negli stati del sud, sono fuggiti verso la scuola privata o altri quartieri). Purtroppo, l’esperienza mostra che la tendenza “naturale” delle famiglie e’ quella alla segregazione (e all’auto-segregazione). In questo senso il provvedimento del limite del 30% e’ psicologicamente positivo nella misura in cui “rassicura” la maggioranza ed evitare la sua fuga verso altre scuole o la scuola privata (per questo va accolto con favore). In Italia esiste ancora un equilibrio precario. La scuola pubblica gode ancora oggi di un gran rispetto, ma il pericolo che i “bianchi” (scusate, volevo dire gli italiani) fuggano verso la scuola privata o evitano le scuole degli immigrati e’ molto concreto. Bisogna fare di tutto perche’ questo non succeda (la strada e’ quella di una riconfigurazione “soft” e silenziosa dei distretti scolastici e un’attenzione estrema a distribuire la diversita’ il piu’ possibile, “spalmandola” il piu’ possibile nelle classi, nelle scuole e sul territorio). Purtroppo non ci sono ricette miracolose, ma arrivando per ultimi sappiamo almeno cosa non ha funzionato e cosa occorre evitare. L’integrazione e’ un processo complesso: il “nuovo arrivato” (lo dico per esperienza diretta di emigrante) vuole al tempo stesso essere trattato come tutti gli altri e vuole essere rispettato nella sua diversita’ (due cose opposte). I “vecchi residenti” sono disposti ad accogliere ma al tempo stesso non vogliono essere privati del loro ruolo di padroni di casa (due cose opposte). Altrimenti scatta immediatamente il rifiuto reciproco verso la segregazione e la auto-segregazione. Una cosa che mi ha sempre sorpreso in questa vicenda e’ che l’esperienza secolare degli italiani all’estero non sia parte del dibattito. Basterebbe in fondo applicare i principi evangelici del “Fare agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi” e del “Non fare agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi”.