Regioniamo

di Francesco Costa

Alcuni appunti sulle elezioni regionali, sullo stato dell’arte nel centrosinistra e su cosa c’è in gioco per il Pd e per il paese.

Per capire quello che sta succedendo in queste ore attorno al Pd e alle regionali ed esprimere delle opinioni sensate è necessario fare un passo indietro e tornare al 2005. Le scorse elezioni regionali hanno rappresentato – numericamente e politicamente – il più grande successo del centrosinistra nella seconda repubblica: più significativa della vittoria alle politiche del 1996, facilitata dalla rottura dell’alleanza tra Lega e Berlusconi; più travolgente della modesta vittoria alle politiche del 2006. Il centrosinistra vinse in dodici regioni sulle quattordici in gioco, superando il centrodestra ovunque meno che in Lombardia e in Veneto e schiantando il suo governo, che andò incontro a una grave crisi nelle settimane successive. I fattori che contribuirono a quel successo furono tanti. In primo luogo una maggioranza di centrodestra arrivata alla sua fase terminale, dopo oltre quattro anni di governo, e logorata quotidianamente dagli strappi dell’Udc. In secondo luogo, e in modo speculare, la grande mobilitazione degli elettori di sinistra. In terzo luogo la presenza di alcune candidature che per quanto oggi possano sembrarci discutibili, allora furono particolarmente azzeccate: Marrazzo in Lazio, Vendola in Puglia, in qualche modo lo stesso Loiero in Calabria.

Il risultato fu incredibile ma anche nell’enormità di quella vittoria alcuni dati ci danno la misura di quanto quel risultato sia irripetibile: la faccia pulita e affidabile di Marrazzo riuscì a battere la pessima amministrazione di Storace di appena 3 punti percentuali. Simile distacco fu inflitto in Piemonte da Marcedes Bresso a Enzo Ghigo. Vendola, poi, vinse di appena lo 0,6 per cento. È sufficiente il buon senso, quindi, per capire come anche nella migliore delle ipotesi, il risultato di queste regionali non può che essere una sconfitta per il centrosinistra: il clima politico di queste settimane è abissalmente diverso da quello di cinque anni fa e in alcune regioni – Campania, Lazio, Puglia – le amministrazioni uscenti sono state minate da scandali di vario tipo. Si vota in tredici regioni: undici oggi governate dal centrosinistra e due – le solite Lombardia e Veneto – governate dal centrodestra. Per non fare avanzare il centrodestra rispetto al 2005, il centrosinistra bisognerebbe vincere nuovamente in tutte quelle undici regioni. Non è possibile.

L’asticella è troppo alta, quindi, e le condizioni sono tutto meno ideali. Sono queste, più che quelle di lungo periodo, le ragioni che hanno spinto il Pd a cercare dappertutto un’alleanza con l’Udc. Esistono naturalmente delle ottime ragioni per ritenerla una scelta strategica sbagliata, per come sta logorando e prolungando i tempi di decisione e per come queste alleanze a macchia di leopardo, oltre a non essere comprese dagli elettori, possono rendere ancora più complicata la ricerca di un’alleanza nazionale, se la si vorrà fare, tra tre anni. Soprattutto, anche approvando la scelta di cercare queste convergenze, ci sono molte ragioni per criticare il modo erratico con cui questa strada è stata percorsa, finendo per mostrare in alcune regioni il peso scarso o nullo di vertici di partito eletti durante la fase congressuale di appena pochi mesi fa. Bisogna dire però che esistono anche delle ragioni per sostenere l’opportunità di questa ricerca dell’Udc. Se c’è una speranza di evitare il disastro, infatti, l’alleanza con l’Udc è cruciale: eccetto in Lombardia e forse in Veneto (il forse si deve all’indecisione di Galan), con l’Udc ce la si può giocare praticamente dappertutto. Senza l’alleanza si rischierebbe di perdere praticamente ovunque meno che in Toscana ed Emilia Romagna. Appare evidente come le conseguenze politiche di un tale apocalisse sarebbero gigantesche. Sul fronte del centrodestra l’attentato a Berlusconi e il contemporaneo inizio della campagna elettorale hanno placato scontri e frizioni interne che non sono affatto scomparse: attorno a Fini, attorno a Tremonti, attorno alla Lega. La prima conseguenza di una loro vittoria schiacciante alle regionali sarebbe il consolidamento e il rafforzamento di un governo molto più pericolante di quanto sembri. La seconda sarebbe la mazzata fortissima e forse definitiva sul Pd e sulla neonata leadership di Bersani, a seguito della quale ricomincerebbero polemiche non dissimili da quelle che seguirono alla sconfitta di Veltroni nel 2008, con le tragiche conseguenze che conosciamo. È bene quindi sapere che chiudere del tutto la porta all’Udc vuol dire decidere che al Pd e al centrosinistra serve l’ennesima gravissima batosta, magari con la speranza che sia il colpo di grazia sulle attuali classi dirigenti. Ammesso che non finisca per essere controproducente, anche e soprattutto per il paese, di questo si tratta: molti lo fanno in ottima fede, ma pensare o dire che oggi il Pd e il centrosinistra possono far bene – o addirittura meglio – anche senza l’Udc è pensare o dire una cosa semplicemente falsa.

La linea di Bersani in questo senso era chiara e in qualche modo scontata, visto che il segretario del Pd è giustamente interessato a conservare la sua leadership e il suo peso politico. Rimane quindi aperta la questione sul come quest’alleanza andava ricercata. Anche su questo durante il congresso il segretario del Pd era stato chiaro, dicendo due cose precise: prima si fa la coalizione, poi si scelgono i candidati; i candidati alle cariche monocratiche si scelgono tramite primarie di coalizione. Non è accaduto niente di tutto questo. Nelle regioni con dei più o meno forti presidenti uscenti – Bresso, Burlando – i nomi dei candidati sono venuti ben prima della coalizione. In altre regioni – Lazio, Calabria, Puglia – la coalizione non si è ancora fatta ma si parla già di candidati, e le primarie per dirimere la questione sono viste nemmeno come uno strumento, come l’extrema ratio, bensì come una minaccia da agitare contro questo e contro quello. In Campania l’ultimo tragico lascito dell’era bassolino è la dissoluzione del centrosinistra: non esiste più la coalizione, di candidati manco a parlarne. In questo scenario, l’Udc ha giocato magistralmente il suo ruolo di terzo incomodo. Fatta eccezione per le regioni rosse, ha deciso di andare sempre con chi ha maggiori probabilità di vincere. Dove il risultato è incerto, è andata da sola. In Veneto e forse anche in Calabria, sta col centrosinistra ma a sostegno di un proprio candidato. In Puglia i sondaggi dicono chiaramente due cose: che con Vendola si perde malissimo e che senza di lui l’Udc diventa determinante. In Lazio l’accordo con Polverini sembra chiuso da settimane, e se le ragioni fossero le posizioni di Emma Bonino non si spiegherebbe perché le stesse ragioni non valgano in Piemonte, dove l’Udc sostiene Mercedes Bresso.

Puglia e Lazio meritano però un capitolo a parte. Il disastro pugliese è frutto di due fattori. Il primo è il comportamento di Nichi Vendola, che nel tentativo di salvare la sua ricandidatura e il suo quasipartito è finito per perdere entrambe le cose. Dopo le europee, appreso che i Verdi e i Socialisti avevano già lasciato una lista che era già di per sé un fallimento, Vendola doveva fare una sola semplice cosa: entrare nel Pd. Avrebbe reso più complicata la sua estromissione e avrebbe reso migliore il centrosinistra. Invece oggi ci ritroviamo con, nell’ordine: un presidente uscente del quale tutti, anche chi non ne sa nulla, ripetono come un mantra «ha governato bene», anche senza ricordarsi una sola cosa che abbia fatto; un Pd che non vuole ricandidarlo, per tentare di vincere, ma non ha assolutamente nessuno da proporre al suo posto, tanto da considerare seriamente l’ipotesi Emiliano e consegnare poi tutto nelle mani del pur bravo Francesco Boccia; un Vendola che a volte non ha resistito alla tentazione del buttarla in caciara. È persino superfluo fare notare che se Bersani avesse tenuto fede alla sua promessa – le primarie per individuare i candidati alle cariche monocratiche – tutto questo non sarebbe successo. Vendola si sarebbe candidato, il Pd avrebbe trovato – avrebbe trovato? – un candidato insieme all’Udc e lo avrebbe sfidato. Nella paura di perdere quelle primarie – e quindi probabilmente la Puglia – c’è la ragione del mancato impegno in quel senso di Bersani, ma è difficile sostenere che la pantomima ancora in corso abbia fatto meno danni.

In Lazio il problema ruota tutto intorno alla classe dirigente del Pd, praticamente inesistente, e al fatto che si va verso una sconfitta praticamente certa e quindi è complicato trovare candidati kamikaze. Se già Marrazzo in un momento magico fece molta fatica a battere uno Storace compromesso, a questo giro appare davvero improbabile che il centrodestra si faccia sfuggire la vittoria. Inoltre, il Pd non ha mai avuto un candidato degno di questo nome e a questo si deve la ridda di nomi che si è fatta (da Gentiloni a Melandri, da Nicolini a Montino, eccetera). La partita era oggettivamente complicata, ma il segretario regionale Mazzoli non è stato nemmeno in grado di giocarla: se si consegna a Zingaretti un «mandato esplorativo» alla ricerca di candidati e alleati, è perché nessuno è stato in grado di farlo prima. Ci sono due temi che si incrociano, qui. Il primo è il ruolo dell’Udc, che il Pd ha ufficialmente perso quando Zingaretti non è riuscito a portarla dalla parte di una sua eventuale candidatura. Se l’Udc non va con Zingaretti, probabilmente il candidato più forte del centrosinistra in Lazio, allora non va nessuno. Il secondo tema è la candidatura Bonino, che è in campo ufficiosamente da molto prima di ieri ed è sostenuta da ampi settori del Pd, soprattutto – chi l’avrebbe mai detto – da una bella fetta di popolari. Il risultato dell’esplorazione di Zingaretti, quindi, era davvero scontato: non ci sono veti sulla Bonino e non ci sono speranze per tenere l’Udc. Con un messaggio ai cattolici: se non vi piace la Bonino, dovete fare un altro nome. La risposta a questa domanda arriva con l’intervista di oggi al Messaggero di Giuseppe Fioroni, che fornisce alla Bonino la più grande copertura che sia possibile sul fronte cattolico a Roma. Qualcuno parla di candidare Letta o Bindi per mettere all’angolo l’Udc e vedere se hanno il coraggio di dire no a un candidato centrista, ma io non credo affatto a questa lettura: Bindi è un personaggio indigesto all’Udc (i Dico, la sinistra sociale, eccetera), Letta non è affatto il tipo da eccessi di coraggio e Bersani non è matto al punto da mettere in discussione la propria leadership sacrificando il proprio vicesegretario (nonché suo ideale candidato premier per il 2013, ma questa è solo una mia previsione). Salvo incredibili sorprese, si andrà quindi a una sfida tra Polverini e Bonino. Un sondaggio di Crespi oggi parla di una situazione di estremo equilibrio, con Emma Bonino addirittura in lieve vantaggio, ma ci credo poco. Quel che è certo è che la candidatura Bonino, se ben giocata, potrà coinvolgere e mobilitare molte energie, che la fase calante del governo potrebbe rendere meno ricettivo l”elettorato di centrodestra e che la candidatura Polverini per il centrodestra non sarà una passeggiata di salute: gli scontri tra Feltri e Fini non ne sono che un antipasto di quel che vedremo, mentre non è ancora chiaro in cosa si risolverà l’estremo scetticismo di Alemanno e Caltagirone (che è l’editore del Messaggero, mica pizza e fichi). Insomma, non è impossibile, ci vuole un piccolo miracolo. Come sempre.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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25 Commenti

  1. Gianni

    Sono convinto che quando il dio della politica ha finito di fare Cristiana Alicata ha fatto un bel sospiro e si e’ messo subito all’ opera per fare Francesco Costa.

  2. Mario

    Questo dio della politica deve essere “sgarrupato” forte, visto che si è dimenticato anche di mandare un po’ di “luce politica” (ne basterebbe veramente poca) in Svizzera.

  3. Filippo

    Dio effetivamente ha avuto molto da fare, ora peró è impegnato con Gianni

  4. Filippo

    Anzi correggo: “E’ che Dio ultimamente ha avuto molto da fare, è impegnato con Gianni (e con l’Inter, visto che solo un miracolo poteva tornare a farvi vincere)”.

    Gianni comunque giá te l’ho detto in un altro post vacci piano quando lanci accusse e non buttarlo sul personale (tipo “io contro i mille”, che poi manco Franceschiello). Take it easy.

  5. Gianni

    E chi ha lanciato accuse? La mia e’ una valutazione politica. La Alicata e’ una dirigente (?) del mio partito, Costa e’ un iscritto che scrive sull’ Unita’. Mi sento del tutto legittimato a dire la mia oinione su entrambi, tra l’ altro una negativa e una positiva. O si puo’ criticare soltanto d’Alema?
    Questa sucettibilita’ mi ricorda quelli che definiscono “insulti” le critiche politiche. No, non intendo Daniele Mazzini, intendo Cicchito.

  6. Lo scritto di Costa meriterebbe considerazioni più ampie di quelle che in questo momento sono in grado di scrivere.
    Mi limito ad un aspetto che però mi sembra centrale: la questione delle alleanze è importante e laddove tale questione non è stata risolta o nemmeno affrontata adeguatamente si sono verificati problemi per quanto riguarda le candidature del centro sinistra.
    Ma non ci si può limitare a questo. E io di nuovo prendo spunto da ciò che è avvenuto e che avviene in Umbria, ma che per certi versi si verifica anche in altre regioni: abbiamo molti, troppi, esponenti “di primo piano” del Pd che pensano solo ai propri incarichi, al proprio potere da difendere o da acquisire, e tale atteggiamento che invece di essere contenuto si diffonde sempre di più determina anche, certo insieme ad altri fattori, le difficoltà cui il Pd si è trovato di fronte
    per individuare le migliori candidature possibili alla presidenza delle giunte regionali.

  7. FRANCESCO

    credo che ormai abbiamo toccato il fondo, sono trascorsi più di 2 mesi ed ancora non abbiamo un candidato, mentre abbiamo perso probabili alleati(UDC).E’ mai possibile che Bersani non abbia il coraggio di imporre ad un esponente del partito di candidarsi? Letta!!! Zingaretti!!!Bindi!!! un candidato autorevole se no anche il Lazio va in mano alla destra e poi andiamo a dire in giro che siamo vicino alle fasce deboli se perdiamo le regioni ci allontaniamo da loro.
    Ormai penso che il nostro partito non solo non ha più idee ma neanche coraggio.
    IO sono 35 anni che voto questo partito ora però voglio di più voglio che il partito scenda dalle sue poltrone e nei fatti venga al fianco del “popolo”, Bersani ha l’obbligo di proporre un candidato autorevole che ha l’obbligo di accettare e non fare un mandato esplorativo cosa significa se Zingaretti è un candidato per vincere che si candidi ameno che anche lui non voglia lasciare la sua poltrona( ma non dovevamo abolire le Provincie?). Se non esce un candidato per vincere giuro che dal mio blog e anche nel mio circolo del PD inviterò a votare la Spolverini( si perchè non è altro che uno spolverino del PDL)

  8. @Gianni
    il primo commento era un capolavoro di volgarità. Non ti offendere, anche la mia è una valutazione politica.

  9. Raffaella Petrilli

    Le parole di Costa disegnano un partito, anzi una classe dirigente di questo partito che, semplicemente, ha paura. L’effetto della paura è l’irrazionalità, rende difficile fare /vedere le cose in modo chiaro, progettare.
    Il ragionamento è questo: è difficile ripetere i successi del 2005 = si perde di sicuro = faccio come se avessi già perso.
    E’ come se uno che ha preso otto a un’interrogazione pensi, un mese dopo: avevo studiato, ora devo essere interrogato di nuovo, posso andare male se non studio, andrò sicuramente male, meglio che cambi subito scuola (o smetta di studiare). L’errore sta là: nel “se non studio” trasformato anzitempo nella certezza di non riuscire a studiare.
    E allora è chiaro anche l’errore nella riflessione di Costa: i successi/insuccessi di una forza politica come il PD dipendono da condizioni tutte esterne al PD stesso (e non dalla sua capacità progettuale e attuativa).
    Il che mi sembra non realismo, ma una disarmante professione di infantilismo.

  10. E allora è chiaro anche l’errore nella riflessione di Costa: i successi/insuccessi di una forza politica come il PD dipendono da condizioni tutte esterne al PD stesso (e non dalla sua capacità progettuale e attuativa).

    Non mi sarei mai sognato di scrivere o pensare una cosa così sciocca. Da anni parliamo e scriviamo – non solo io e non solo noi Mille, fortunatamente – di come il centrosinistra abbia rinunciato a ogni possibilità di cambiare e migliorarsi, e di come la gran parte dei suoi attuali problemi sia dovuta a errori, miopie e mancanza di progettualità e coraggio. L’obiettivo di questa analisi è dare un contributo alla comprensione dell’attuale situazione, delle opzioni possibili e della posta in gioco – come è evidente, senza lesinare giudizi e riflessioni sugli errori fatti, senza i quali con ogni probabilità non saremmo qui.

  11. MP

    Domanda da cretino quale sono: esistono regolamenti e statuti. Perchè il segretario regionale della Toscana (bersaniano credo) ha fatto le primarie il 13 dicembre 2009 per decidere chi doveva essere candidato, mentre i segretari regionali di Puglia, Lazio (dopo il caso Marrazzo) e Lombardia no?
    Bersani non doveva affidare alcun incarico a Boccia, Penati o Zingaretti, dovevano essere le assembleee regionali ad autoconvocarsi e presentare mozioni per far muovere i propri segretari regionali minacciando di votare una richiesta di dimissioni.
    Ma chi cazzo eleggono come delegati regionali? I lobotomizzati?

  12. MP

    Il ragionamento di Raffaella Petrilli non lo condivido proprio per questo: siamo il partito democratico, esistono le sedi per far partire proposte dal basso e cercare consenso, le assemblee di circolo, provinciali e nazionali devono servire a questo, non a far salire sul palco dei frustrati per dire la propria idea (magari fuori tema), non alsciamo che le assemblee diventino dei parchi buoi sfogatoi di parolai come i vecchi DS e la vecchia Margherita.

  13. Domanda da cretino quale sono: esistono regolamenti e statuti. Perchè il segretario regionale della Toscana (bersaniano credo) ha fatto le primarie il 13 dicembre 2009 per decidere chi doveva essere candidato, mentre i segretari regionali di Puglia, Lazio (dopo il caso Marrazzo) e Lombardia no?

    Perché in Toscana le primarie sono obbligatorie per legge, mentre in Puglia, Lazio e Lombardia no e quindi sono i partiti che decidono discrezionalmente se farle o no (e anche lo statuto del Pd in questo non è tassativo).

    Bersani non doveva affidare alcun incarico a Boccia, Penati o Zingaretti, dovevano essere le assembleee regionali ad autoconvocarsi e presentare mozioni per far muovere i propri segretari regionali minacciando di votare una richiesta di dimissioni.

    Sono per un maggiore coinvolgimento degli organismi territoriali nelle decisioni, ci mancherebbe altro, ma non mi spingerei a tanto: se no a questo punto tanto vale non averlo, un segretario nazionale.

  14. Raffaella Petrilli

    Premesso che l’analisi di Costa mi sembra fotografare bene la situazione politica attuale della sinista, vorrei chiarire che i miei dubbi vertono sulle conseguenze che se ne possono trarre, e che a volte mi sembrano viziate dal pessimismo indotto proprio da quella situazione.

    Faccio un esempio citando un passo del post:
    “… molti lo fanno in ottima fede, ma pensare o dire che oggi il Pd e il centrosinistra possono far bene – o addirittura meglio – anche senza l’Udc è pensare o dire una cosa semplicemente falsa.”

    Perché ‘falsa’? Un’ipotesi non è vera o falsa ma solo più o meno fondata. Riguarda qualcosa che non esiste ancora! Come si fa a dire che nel Lazio, per esempio, la candidata Bonino (senza UDC) perderà di sicuro? Io non ne sarei così certa.

    Non so se riesco a spiegarmi, ma scambiare l’ipotetico con una realtà è frutto, quanto meno, di pessismo (indotto probabilmente da quanto si vede intorno a sé). In questo senso parlavo di errore nella ricostruzione. Dato che lo sforzo è capire, può essere utile evitarlo.

  15. Distinguerei la singola faccenda locale dallo scenario nazionale. In Lazio poi, l’appoggio del Pd alla Bonino – quando e se arriverà – sarà frutto proprio della disperazione di cui sopra e del non avere alcuna alternativa, certo non della decisione responsabile e concreta di puntare su una candidatura come la sua.

    Riguardo lo scenario nazionale, chiaramente nessuno di noi ha poteri paranormali e quindi si fanno delle previsioni sulla base della realtà, sapendo che possono essere smentite. Ma nel pezzo credo di spiegare chiaramente perché, sulla base dei risultati del 2005, dello scenario attuale e dei numeri che si registrano nelle regioni, senza l’Udc il Pd rischia di perdere ovunque meno che in Toscana ed Emilia Romagna. Non ci sono elementi concreti per cui dovremmo pensare il contrario, a parte l’imprevedibile “tutto può succedere” che vale per qualsiasi aspetto della vita umana. Se ci sono, sono pronto a cambiare idea.

    Detto questo, si può naturalmente essere contrari rispetto all’alleanza con l’Udc e pensare che l’armageddon sia l’unica soluzione per ricominciare a costruire qualcosa di sensato: io la penso più o meno così, per dire. Ma si quello si tratta: il Pd senza l’Udc tracollerà e un tracollo è quello che ci serve. Che ci piaccia o no, dire che il Pd a questo giro può fare meglio senza l’Udc è niente più che un desiderio non supportato da alcun fatto. Poi certo, c’era modo e modo di fare questa alleanza: l’ho scritto nel pezzo. A Bersani sarebbe bastato tenere fede a quanto aveva promesso.

  16. Raffaella Petrilli

    I desideri sono i supporto di azioni, non necessariamente di sogni.
    La realtà dice che la candidatura Bonino è vista molto bene da buona parte dei militanti/iscritti al PD, cattolici compresi (la ricognizione Zingaretti).
    Certo, è vista molto male da un’altra parte, spec. parte della dirigenza.
    E certo, può accadere quello che è accaduto spesso di recente: che la dirigenza contraria (che, ricordo, non ha trovato nomi), ripeta comportamenti conflittuali contro quel candidato. E la realtà ci ha già mostrato come va a finire.
    L’armageddon di che cosa sarebbe il frutto?

  17. Il mio punto è che se si accusa il Pd di non avere progettualità, allora si tratta certamente di un’accusa che vale anche per l’improvvisata candidatura Bonino e per il sostegno disperato che il Pd le darà, che certamente non è frutto né di progettualità né di strategia. Facciamo le cose male sotto ogni punto di vista: poi una volta su dieci ci capita il colpo di fortuna (le altre nove volte perdiamo rovinosamente).

  18. Raffaella Petrilli

    Carpe diem, e facciamo esperienza. Sia pure improvvisata, anche se non sono convinta, avendo partecipato a discussioni in cui se ne parlava). Ma attualmente, quella candidatura è stata esplorata da Zingaretti con risultati positivi.
    Questo potrebbe essere motivo di sostegno convinto, non disperato, da parte del PD.
    E in generale, le primarie dovrebbero servire a questo, credo: aiutare la dirgenza, che fa le sue scelte come è giusto, a verificarle e eventualmentea correggerle.
    Nell’ipotesi (laicissima) che tutti siamo disposti a correggerci. Altrimenti, che parliamo a fare!
    Comunque, scusa per la facondia e grazie della pazienza.

  19. Grazie a te!

  20. Gianni

    Marco D, uno che scrive una boiata incongrua come “Boccia nella bocciofila” (ha ha ha, che arguzia…)perde automaticamente il diritto di esprimere un qualunque giudizio su un qualunque testo scritto da alcuno. Sorry.

  21. Antonio

    Ottima analisi. In pratica ne viene fuori che:
    - “giovani rodati” e/o candidati di peso non ne abbiamo (se non erro era D’Alema che aveva dichiarato che Marino si “era preso la liberta’ di candidarsi al congresso ma ora era tempo di tornare nei ranghi”).
    - diciamo di essere i buoni, quelli che prendono impegni e li rispettano, e dopo nemmeno due mesi Bersani si sbugiardo sulle primarie di coalizione.

    Concordo col Costa soprattutto su questo commento: “Detto questo, si può naturalmente essere contrari rispetto all’alleanza con l’Udc e pensare che l’armageddon sia l’unica soluzione per ricominciare a costruire qualcosa di sensato: io la penso più o meno così, per dire.”

  22. Anonimo Zemaniano

    Gianni suvvia!

  23. giulio

    l’analisi di Francesco è come sempre molto intelligente, ma, come spesso mi capita, non mi trovo d’accordo con lui.Non tanto nel merito (condivido perfettamente per esempio quanto ci dice sul modo nel quale si sta gestendo questa fase e sugli errori della dirigenza), quanto nell’approccio. A me pare, infatti, che si tratti di un approccio un pò troppo preoccupato della scacchiera degli schieramenti politici, mentre poco e niente si dice dei temi, dei programmi, delle cose sulle quali quegli schieramenti politici si dovrebbero impegnare. Per quanto mi riguarda, è stato invece proprio questo tratto che mi ha portato ad aderire alla mozione Marino e a guardare con fastidio, crescente in tutta questa vicenda delle candidature, all’impostazione dell’attuale gruppo dirigente del pd. Per essere onesti, devo dire che questo difetto (o almeno quello che io ritengo tale) non riguarda solo i “bersaniani” o i d’alemiani, ma è molto più diffuso di quanto non sembri nel gruppo dirigente del partito: per cui abbiamo tante dichiarazioni di metodo (del tipo “bisogna approfondire questo o quel tema”), ma poverissime di contenuti. A me piacerebbe ascoltare anche solo due o tre cose che si ritengano importanti e auspicabili che il pd, la coalizione di centro sinistra, il candidato presidente faccia. E due tre cose che riguardino i temi specifici delle competenze che hanno le regioni: sanità; territorio; rapporto con gli enti locali; paesaggio, ecc. Che dite? ce la faremo?

  24. MP

    Il guaio è che l’UdC, tranne in Piemonte e per desistenza in Trentino, sta con il PdL in tutte le amministrazioni locali della nostra penisola, ma dove vivete?
    Una coalizione di Pd+UdC (senza IdV) contro il PdL mi sembra peggio dell’Unione con l’Udeur.

    Attenzione che è l’assemblea regionale che ha competenza sulla decisione di fare le primarie o emno a livello regionale, Francesco e Raffaella mi spiace ma avete una scarsa cultura degli statuti. Abbiamo eletto un segretario nazionale, OK, non un monarca assoluto o un segratario del PCUS alla Stalin.

    L’obiettivo del progetto del PD alla sua fondazione era di subappaltare la sinistra a Sinistra e Libertà e Rifondazione e conquistare il centro, oggi si vuole subappaltare il centro all’UdC, ma il PD non mi sembra che sia di più di Sinistra. A me pare una coalizione più “sporca” e meno sicura questa con l’UdC. Perchè mentre Sinistra e Libertà naturalmente si allea con il PD, l’UdC è più a destra del PdL come ideologia (se per sinistra si intende anche qualcosa di progressista), a me sembrano tesi tirate per i capelli le vostre.

  25. @Gianni
    grazie, sono contento che i miei pezzi ti piacciano! Alla prossima :)

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