Lo statuto del Partito Democratico è chiaro (art.1 comma 2):
Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali.
Date le premesse, ti aspetteresti che per selezionare i candidati per le elezioni regionali, il PD le usasse largamente, invece cosa accade? Non vi è una sola regione dove sono previste con l’eccezione (forse!), oltre modo travagliata, della Puglia.
Gianni Cuperlo, uno di quelli bravi, ma bravi sul serio del partito, ha scritto un post molto interessante sulla questione.
C’è un passaggio particolarmente istruttivo nel suo discorso:
le “nostre” regole debbono, giocoforza, misurarsi con le regole degli altri. Facciamo un esempio: noi siamo per scegliere i candidati governatori con le primarie (lo abbiamo scolpito nello Statuto). In alcune realtà succede che per vincere (o almeno per competere) vi sia il bisogno di allargare la coalizione ad altri (l’Udc, certo, ma non solo. Penso ai nostri amici radicali per dire). E facciamo conto che questi altri (a torto o a ragione) siano contrari al ricorso alle elezioni primarie per la scelta del candidato o della candidata alla presidenza. Ecco, in questo caso che succede?
Succede che il presunto alleato, l’Unione delle Convenienze, condiziona le nostre scelte senza poi, però, sentirsi vincolato a nulla, visto che ha deciso, comunque, di schierarsi in tante di queste regioni con il Centro-DESTRA, lasciandoci a contare morti, feriti e contraddizioni (guardate il disastro pugliese).
La regola degli altri ha finito per diventare l’eccezione costante alla nostra regola. Abbiamo rinunciato a costruire candidature, portatrici di una legittimazione popolare e di un rapporto con il territorio. Abbiamo rinunciato ad avere programmi credibili, non costruiti a tavolino, ma sviluppati nell’ascolto di tutti. Abbiamo rinunciato alla forza di mobilitazione popolare che solo le Primarie possono dare alle candidature.
Ma non nascondiamoci dietro un dito. L’allergia alle primarie, indipendentemente dai C/casini procuratici dell’UDC, alcuni (tanti?) di noi ce l’hanno da sempre. Il caso emblematico è la Lombardia. Qui, di fronte alla sfida impossibile con il Formoloch che da ormai quindici anni tiene in pugno la regione, le Primarie dovevano essere la via maestra. Tanto più che l’Udc locale aveva, da subito, fatto capire che preferiva schierarsi con la PdL.
Invece la direzione del PD che fa? Candida, sua sponte, i pallidi dei minori del Pantheon bersaniano, i Penati. Quei Penati che, se volete, le loro brave “primarie” le avevano già perse – con le elezioni provinciali – lo scorso anno, dimostrando di non raccogliere tutto sto’ seguito tra i lombardi. Quegli stessi Penati, che in campagna congressuale, avevano richiamato il valore della razza pura degli “iscritti”, contro il meticciato degenere delle primarie.
Sarebbe lungo spiegare le ragioni di questa insofferenza e, onestamente non credo di possedere gli strumenti culturali per farlo. Ma so quale è l’idea svilente di Primarie che sta prevalendo in questa fase nel PD, persino in persone di spessore come Cuperlo:
abbiamo affidato a questo strumento (che tale rimane: uno strumento) delle prerogative superiori alle loro effettive potenzialità. In particolare la possibilità (o la speranza) che lo strumento in sé sia il grimaldello, la chiave vincente, per risolvere o districare complicate vicende politiche. Ma la politica raramente si fa gestire delegando altrove le sue responsabilità.
Insomma, Primarie in cantina. All’occasione, possono sempre essere rispolverate, come si fa con le luminarie a Natale, o con la brutta cornice d’argento che c’ha regalato zia Palmira, quando viene a trovarci.
Peccato che quel altrove cui fa riferimento Cuperlo, per come lo leggo io, sarebbe la democrazia diretta, in definitiva la principale novità del Partito Democratico. La via faticosa che, socialisti, post-comunisti, popolari, hanno scelto di intraprendere insieme, fondendo le loro storie per costruirne una più grande, rivolta al futuro.
E in questo progetto, la competizione onesta ma anche il confronto fattivo, tra classi dirigenti ed elettori, offerti dalle Primarie sono una tappa indispensabile. Ecco, perché se si crede nel Partito Democratico, non si può non credere nelle Primarie e nello spirito popolare che le alimenta. Lo stesso spirito di Robert Kennedy, citato da Thurston Clarke in The Last Campaign.
La vecchia caccia ai delegati non ha più senso. Noi andremo al popolo. E vinceremo.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Anche io ero per “primarie sempre”. Vivendo in prima persona la vicenda delle candidature alla presidenza della giunta regionale dell’Umbria ho capito:
- che le primarie per essere vere devono essere preparate per tempo in modo tale che i candidati, soprattutto quelli che hanno meno risorse a disposizione, “i più deboli”, possano competere con qualche chance di successo
- i candidati dovrebbero avere le stesse opportunità di partenza e ciò è molto difficile se, come ipotizzato in Umbria, i candidati, o almeno due candidati, hanno a disposizione dei veri e propri sistemi di potere personali che tendono a “stritolare” qualunqu altro candidato a meno che non sia molto conosciuto grazie ai mass media
E allora?
Boh….
@Paolo
Tutte ottime annotazioni per migliorare lo strumento. A patto di continuare a farle…