Caro Riccardo, Caro Ivan, Caro Francesco,
quella che segue è una lettera che sto rigirandomi nella testa da tempo, almeno dalla fine della campagna congressuale. Scrivo a voi per tre ragioni diverse, ma tutte con un filo conduttore comune: pur non essendone organico, probabilmente per ragioni marxiane (di fede grouchiste, ovviamente), io al gruppo denominato iMille ci tengo. Scrivo dunque a Riccardo perché ne è il portavoce, a Ivan perché ne è l’anima (almeno ai miei occhi), a Francesco perché – come ho già detto in altre occasioni – è il “millino” con cui mi trovo maggiormente in sintonia (e anche perché dopo questo riconoscimento pubblico spero mi schieri contro le riserve quando ci incontreremo al fantacalcio). Sarà una lettera lunga e – come si fa tra persone garbate – me ne scuso in anticipo in modo da poter essere un po’ più lungo ancora.
Ragazzi, sono preoccupato. Soprattutto per il Pd, devo dire, ma anche (ora che non il BVZW fa il capocorrente in tandem con “Dario” si potrà ancora dire?) per iMille. Diro di più, secondo me l’involuzione del gruppo è strettamente connessa alla crisi del Pd: per molti versi la seconda è figlia del fallimento della sfida lanciata con la nascita de iMille.
La costruzione di un partito democratico grande, di massa, e vincente, non si fonda su novecenteschi blocchi sociali di interessi omogenei, ma deve basarsi su un mix giusto dove le aspirazioni individuali di libertà e felicità, quelle collettive di giustizia e solidarietà, riescano ad allearsi con il mondo produttivo ed intellettuale che ad esse è naturalmente legato. L’alleanza sociale ed ideale che dobbiamo costruire ha contorni molto più complessi di quelle a cui siamo stati abituati nel passato. La politica italiana tende drammaticamente a riprodursi in schemi ormai obsoleti, che non funzionano più e mantengono il paese in uno stato di stagnazione. Per costruire il partito democratico abbiamo bisogno di decine, centinaia e migliaia di nuove persone, che non siano solo elettori, ma militanti ed eletti. Un partito che abbia idee e competenze, nel ventunesimo secolo, non è quello che “ascolta” le persone che hanno idee e competenze. E’ quello che consente a queste persone di costruirlo, formarlo, guidarlo.
Io mi ero avvicinato a voi perché mi riconoscevo in questi obiettivi. Se non vi ho aderito è certamente perché “non vorrei mai fare parte eccetra…”, ma anche per ragioni un po’ più solide (in fondo del Pd faccio parte, quindi sono ammesse eccezioni): avevo paura (ne ho scritto più diffusamente qui) che la base del gruppo vi aderisse per motivi ben diversi. Lo ricordo perché quello che vedo ora è il realizzarsi di quelle preoccupazioni.
Fino al congresso tutto è rimasto sotto traccia, poi la scelta della maggior parte di ”voi” di schierarsi con Marino. Niente di male, anche perché la cosa è stata gestita ottimamente: da un lato iMille non sono stati formalmente “intruppati” e dall’altro – a differenza di quanto accaduto per Veltroni – questa volta il sostegno non è arrivato “aggratis”, ma con un condizionamento reale sia delle scelte (la mozione Marino su molti temi era avanzatissima) sia degli “organigrammi”. Queste cautele sembravano (almeno ai miei occhi, se sbaglio corrigetemi) preambolo ad una distinzione netta del destino del gruppo dal destino della mozione.
Il problema è che nella base della mozione (soprattutto in chi si è iscritto solo per votare Marino) tutto questo non è risultato essere così chiaro. E – perdonatemi la citazione – se in una classe di trenta persone nessuno capisce, la colpa è del Prof, solo che in questo caso i prof siete voi. Mi sarei aspettato che finito il congresso qualcuno spiegasse a questi “studenti” che iMille sono nati per altri obiettivi, mi sarei aspettato maggiore chiarezza nella distinzione di ruoli tra iMille e Marino. Ovviamente i singoli che si riconoscono in lui e condividono l’idea di strutturare un’area che in lui si riconosce hanno non solo il diritto, ma il dovere di farlo, ma secondo me il movimento andrebbe messo maggiormente “in sicurezza”, riportandolo allo spirito originale. Dove sono le battaglie perché ”le aspirazioni individuali di libertà e felicità, quelle collettive di giustizia e solidarietà, riescano ad allearsi con il mondo produttivo ed intellettuale che ad esse è naturalmente legato”?
Vedo invece una tendenza (legittima in Marino, lo ripeto a scanso di equivoci) ad assecondare la pancia di un elettorato perennemente scontento, vedo il rischio di arroccarsi nella rappresentanza del “ceto medio riflessivo” di girotondina memoria, un ceto medio che però è sempre meno riflessivo e sempre più “travagliato” e “dipietrizzato”, affetto – in sintesi – da quello che ho definito il Micromegalo virus. Da questo punto di vista la mailing list (avete notato che non si discute più di nulla?) è emblematica: frequentarla è ormai inutile, dato che non è più strumento di crescita di un idem sentire culturale prima che politico; non è più un luogo di scambio e di confronto. Prendete questo come un esempio. Il problema qui non è il giustizialismo un tanto al chilo di Travaglio, ma il fatto che si preferisca parlare alla pancia e non alla testa del nostro elettorato. Le élite avrebbero in teoria questa funzione: vedere un po’ più in là del proprio naso (o del proprio ombelico) e attrezzarsi per un lavoro di medio periodo, senza sconti. Per nessuno, nemmeno per chi ci sostiene.
Per essere ancora più chiaro, concludo con un esempio concreto. In Puglia si sono scontrati Vendola e Boccia. Vendola è il leader di un movimento che spero confluisca presto nel Pd, ma che oggi è altro da noi. Boccia, non solo è un parlamentare del Pd, ma è anche uno di quelli che è intervenuto al Lingotto. E ha detto cose molto chiare e nette su cosa dovremmo fare per svecchiare il nostro partito e il nostro Paese, sul rapporto con i sindacati, sulla “definizione dei confini tra politica ed economia” e su molto altro. Da un gruppo come iMille mi sarei aspettato un sostegno entusiasta ad uno così; invece temo abbia prevalso il calcolo politico. Di per sè nulla di male, ma lo leggo come un ulteriore segnale che si è perso di vista l’obiettivo di medio periodo.
Se fosse solo un problema de iMille o – meno ancora – del rapporto tra me e iMille, questa lettera non sarebbe mai stata scritta. Però penso che tutto ciò attenga in realtà al futuro del Pd. Il Pd o sarà come lo ha immaginato Marco Simoni in quella citazione iniziale, oppure non sarà. E la crisi che viviamo oggi nasce in primo luogo perché il Pd non è riuscito a diventare quella cosa lì. E siccome questo gruppo è quello che più sinceramente ci ha creduto, se scrivo a voi è perché amo il mio partito (per ciò che rappresenta, o – meglio – può rappresentare) e penso che insieme lo si possa ancora “salvare”. Poi torneremo a dividerci su alcune delle scelte concrete, ma credo che la battaglia da fare ora sia un’altra: cambiare le lenti con le quali questo partito legge la società, le lenti con le quali la politica italiana legge la scoietà. Per farlo è necessario attrezzarsi ad un lavoro lungo e serve rompere vecchi schemi e vecchie appartenenze; non c’è nulla da fare: purtroppo (ma anche un po’ per fortuna) non ci sono scorciatoie. L’inadeguatezza di chi ci guida oggi non è figlia della loro età anagrafica, ma del fatto che sono impossibilitati a fare questa operazione non banale: cambiare punto di vista, assumere il punto di vista del futuro.
Su questo vi lascio con alcune parole usate – nel giorno della sua scomparsa – per ricordare uno che anagraficamente giovane certo non era, Vittorio Foa.
Gli chiesero che cosa significasse per lui essere di sinistra oggi. La sua fu una risposta ficcante, di quelle che andrebbero scritte sui muri dei circoli di partito e delle sedi dei sindacati: “Pensare agli altri e al futuro”. E dopo una breve pausa di riflessione aggiunse “Anzi, agli altri nel futuro”
Questo manca al Pd di oggi: pensare agli altri nel futuro. Questo il testimone che mi piacerebbe che iMille raccogliessero.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





dici:
“L’inadeguatezza di chi ci guida oggi non è figlia della loro età anagrafica, ma del fatto che sono impossibilitati a fare questa operazione non banale: cambiare punto di vista, assumere il punto di vista del futuro.”
Ecco, è vero, ma non mi basta. Io mi chiedo, in continuazione, perché sono impossibilitati (perché SIAMO impossibilitati…), di fronte alla realtà disegnata così opportunamente da Simoni citato. E lavoro per avere una risposta non banale. Faticoso, certo, ma necessario, e senz’altro lungo.
Perché abbattersi così presto, decretando che il tempo è scaduto?
Capisco poco la lettera di Marco, sinceramente, e la condivido di meno.
Anzitutto, mi è poco chiaro da cosa Marco tragga la sensazione che imille siano schiacciati sulla mozione Marino dopo la fine delle primarie. La mia sensazione è diversa, nel senso che stento a riconoscere la presenza di questa mozione nel pd di queste settimane e molto spesso mi capita di chiedermi che fine abbia fatto Marino. Ogni tanto leggo sue posizioni su questo o quel problema, apprezzabili e condivisibili, ma la forza della presenza sua nel dibattito del partito a me pare fortemente evaporata. Se questa mia sensazione ha una qualche parvenza di veridicità, riesce difficile immaginare che qualcuno si possa schiacciare su qualcuno che in questo momento non c’è (so bene che Marco non ha usato il termine “schiacciamento”, ma mi è parso di interpretare il senso di una sua prima considerazione).
Condivido ancora di meno questa affermazione: “Vedo invece una tendenza (legittima in Marino, lo ripeto a scanso di equivoci) ad assecondare la pancia di un elettorato perennemente scontento, vedo il rischio di arroccarsi nella rappresentanza del “ceto medio riflessivo” di girotondina memoria, un ceto medio che però è sempre meno riflessivo e sempre più “travagliato” e “dipietrizzato”, affetto – in sintesi – da quello che ho definito il Micromegalo virus. Da questo punto di vista la mailing list (avete notato che non si discute più di nulla?) è emblematica: frequentarla è ormai inutile, dato che non è più strumento di crescita di un idem sentire culturale prima che politico; non è più un luogo di scambio e di confronto”.
E non solo perchè, trovo che la mailing list costituisca molto spesso una fonte di informazione e di riflessione; nè per il fatto che ritengo scontato che questo tipo di strumenti di comunicazione si presti a sfoghi, scambi di sensazioni, anzichè di ragionamenti più articolati, ecc. Ma soprattutto perchè mi pare che Marco eluda la sostanza del problema ricorrendo ad una serie di parole tabù (o che almeno mi pare lui consideri tali), del tipo “dipietrismo”, “girotondini”, ecc. Il problema che abbiamo di fronte, a me pare, è che nel giro di meno di tre mesi il gruppo dirigente di questo partito, anzichè trarre dalle primarie e dal loro successo, quella spinta forte che tutti, al di là delle posizioni prese a favore di questa o quella mozione, ci attendevamo, è stato preso dalla sindrome del pugile suonato che non riesce a schivare più i colpi dell’avversario. Quanto viene scritto nelle mailing list, a mio avviso, è l’espressione di un disagio di fondo di un gruppo ristretto di persone che ancora non si rassegna al modo nel quale stanno andando le cose in questo partito e che segnala, con tutte le esagerazioni che si vogliono, tutti gli indizi, piccoli e grandi, di questo disfacimento. Temo che se andassimo nel nostro elettorato troveremmo ben altro di questo.
Last but not the least… davvero Marco pensa che Boccia meritasse quel “sostegno entusiasta” di cui parla? Se non altro per il modo nel quale la sua candidatura è nata, io non riesco a trovare nessun motivo nè di entusiasmo, nè di sostegno…anzi, devo dire la verità, mi sento davvero molto imbarazzato che il mio partito possa avere concepito una operazione così fallimentare e suicida.