di Ivan Scalfarotto (per l’Unità)
Nascosta tra le pieghe delle mille emergenze del Paese, la discriminazione a carico dei cittadini omosessuali in Italia continua a non costituire un’emergenza o una priorità per la politica e le istituzioni. È da poco ricominciata alla Camera la discussione sulla legge sui reati omofobici: speriamo che questa volta il lavoro dell’indomabile Paola Concia abbia l’esito felice che, in un Paese meno chiuso e incattivito dell’Italia di oggi, non dovrebbe nemmeno essere in discussione. Fatto sta che se la politica prosegue con il suo passo di lumaca, la società non resta a guardare.
Che ci piaccia o no, alla fine la gente si ama, mette su casa e costruisce la propria vita senza aver bisogno del permesso di nessuno. Il problema è che quando la società supera in velocità la politica, gli effetti che si producono in termini di anti-politica, disaffezione e sfiducia da parte dei cittadini rappresentano comunque un conto da pagare per tutti. Lo abbiamo visto col caso Englaro, lo vedremo presto sul tema delle coppie gay: alla fine, se la politica appare inetta ed ignava, la vita deve trovare altre strade, anche usando mezzi estremi come lo sciopero della fame di Francesco e Manuel in questi giorni a Savona. È fatale allora che sia la funzione giurisdizionale a trovarsi al centro del tema dei diritti, se la politica non ha coraggio né visione e non riesce a rappresentare quello che il paese vive quotidianamente.
Grazie al lavoro prezioso dell’associazione radicale «Certi Diritti» e di «Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbt», già quattro tribunali italiani hanno riconosciuto la non manifesta infondatezza delle eccezioni di costituzionalità sollevate da coppie gay che si erano viste rifiutare le pubblicazioni matrimoniali. Tra qualche mese i giudici della Consulta potrebbero insomma trovarsi nella condizione, con la loro decisione, di introdurre da un giorno all’altro la possibilità per i gay italiani di stipulare regolarissimi matrimoni civili.
Ma c’è di più: solo qualche settimana fa, a Milano, un dipendente di banca ha vinto la causa intentata contro la cassa sanitaria del suo istituto che si era stata rifiutata di fornire assistenza medica al suo compagno, nonostante lo statuto della cassa facesse riferimento espresso ai conviventi more uxorio senza specificare il sesso dei conviventi. L’avvocata Federica Menici che ha difeso i due protagonisti, Marco ed Erminio, mi ha detto: «Si tratta di una sentenza molto importante, e non solo per il mio assistito».
Ha proprio ragione, Avvocata Menici: vivere in un Paese più rispettoso, inclusivo e migliore è importante per tutti, per tutti gli italiani. Peccato che la politica sembri accorgersene sempre soltanto quando è troppo tardi.iMille.org – Direttore Raoul Minetti



