Il tetto è davvero un’idea sbagliata?

di Gabriele Boccaccini

(foto: Dutch National Archive; 1918)

A costo di andare decisamente contro corrente, vorrei direi che l’idea di un tetto del 30 per cento degli studenti stranieri per classe è un’idea eccellente che dovrebbe essere salutata con favore, al di là di quelle che siano le intenzioni reali di molti dei suoi proponenti. E’ l’unica strada per evitare la formazione di scuole-ghetto per italiani e scuole-ghetto per immigrati. A quanti gridano allo scandalo vorrei ricordare che qui in America la battaglia dell’integrazione razziale si è perduta proprio su questo terreno. Quando per legge fu abolita negli anni ’60 la segregazione razziale, l’integrazione scolastica fu resa impossibile proprio dalla configuzione dei distretti scolastici e dal rifiuto di imporre tetti per le minoranze.

Non potendosi opporre all’integrazione scolastica, i razzisti americani si opposero con tutte le loro forze alla revisione dei confini dei distretti scolastici e ad ogni ipotesi di tetto per le minoranze. Naturalmente non dissero che non volevano l’integrazione, ma facero leva ipocritamente sui disagi che i poveri bambini neri avrebbero dovuto affrontare dovendo passare dieci minuti in più in autobus per recarsi ad una scuola un po’ più lontana invece che alla scuola più vicina. Lo stress dei poveri bambini commosse tutti e i progetti per la revisione dei distretti scolastici e per i tetti per le minoranze furono accantonati. Qual è stato il risultato? I bianchi hanno abbandonato i distretti scolastici dove c’era una forte presenza di non-bianchi (neri, arabi o latini) e con una accurata politica dei prezzi delle case hanno impedito di fatto ai non bianchi di abitare nei “loro” distretti scolastici. Si sono così create non solo scuole per i bianchi e scuole per i non-bianchi ma la ghettizzazione nelle scuole si è tradotta in un consolidamento della discrimazione sul territorio con quartieri etnicalmente divisi. (Di fatto sono i confini dei distretti scolastici qui a segnare i confini razzali e il prezzo delle case assieme all’assegnazione alla propria scuola-ghetto).

E’ questo che vogliamo che succeda anche in Italia? Sono scandilizzato delle reazioni scandalizzate della Sinistra e del Partito Democratico alla circolare della Gelmini. Si sarebbe dovuto accogliere il pincipio del tetto e della revisione continua dei distretti scolastici con favore (persino con entusiasmo), soffermandoci sul suo miglioramento e sulla sua effettiva attuazione che non deve andare in alcun modo a detrimento del diritto di istruzione obbligatoria. In particolare, occorre vigilare con molta attenzione e un po’ più di flessibilità sulla definizione di alunno “straniero”, differenziando tra livelli di integrazione diversa. Ma la strada della revisione dei confini dei distretti scolastici è giusta e giusta è anche l’idea di un tetto per le minoranze. E’ una risposta efficace (anche se non l’unica) al problema dell’integrazione scolastica. Smettiamola di fare discorsi compassionevoli sui poveri bambini stranieri costretti la mattina a recarsi ad una scuola un po’ più lontana. Farà bene a loro e farà bene agli “italiani’ che li accoglieranno nelle loro classi. Pensiamola in positivo. Grazie a questo provvedimento non ci potranno più essere scuole e classi di soli italiani, anch’esse dovranno accogliere la loro quota di immigranti anche se essi non vivono proprio nelle vicinanze.

Benissimo anche i corsi propedeutici e complementari di italiano. Si dovrebbe però al tempo stesso insistere sulla possibilità per gli alllievi stranieri di preservare le proprie lingue attraverso corsi pomeridiani settimanali di doposcuola, per sviluppare una situazione di autentico bilinguismo della quale l’economia del nostro paese avrà essenziale bisogno nei prossimi decenni per rispondere alle sfide di un mondo globalizzato.

So di aver buttato un grosso sasso nello stagno, ma perché in questa vicenda dovremmo giocare noi di sinistra in Italia il ruolo che è stato dei razzisti americani? Solo perché a chiedere il tetto è un ministro del governo Berlusconi? Bisognerebbe gioire del fatto che senza rendersene conto stanno portando avanti una proposta che molto influirà sul quieto vivere di coloro che sono contenti che gli immigrati rimangano nelle “loro” scuole e nei “loro” ghetti.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

12 Commenti

  1. La repulsione a pelle sul tetto che molti giustamente hanno non è sui principi e sui benefici di mescolare bambini di diverse razze e religione, ben esposti qui, ma sul “senso culturale” di come viene proposto il tetto.
    Ovvero. Un tetto propone chiaramente un parallelo con il tetto al numero degli stranieri che possono entrare e il messaggio culturale che si propone sembra: non vogliamo che gli stranieri ci invadano.

    Il parallelo con gli USA non puo’ infatti andare oltre un certo limite perché li’ la questione era (ed è) razziale mentre qui è precedente, è sul concetto di cittadinanza.
    E qui il corto-circuito con chi propone che i bambini nati in italia siano italiani è palese. Sembra andare appositamente nel verso opposto: inculcare ai bambini italiani una differenza tra loro (di puro sangue italico) e i loro giovani compagni di classe dai genitori non puramente italici.

    Infine, per gli aspetti pratici: ma siamo sicuri che le scuole “lontane” accettino bambini non provenienti dal proprio distretto? Infatti sarebbe inevitabile (e auspicabile) dover andare in scuole diverse da quelle del proprio distretto scolastico (non so se esistono ancora, ai miei tempi non mi hanno voluto alle elementari sotto casa perché ero dall’altra parte della strada che segnava la frontiera tra i due distretti).
    E allora, perché non proporre anche che i bambini delle zone bene vadano nelle scuole dei quartieri a forte immigrazione? Sarebbe un mescolamento anche questo e il messaggio sarebbe sicuramente culturalmente più rivolto all’integrazione. E teoricamente è inevitabile se si vuole mettere un tetto realmente.

  2. Maura Mezzetti

    mando una lettera scritta dal comitato genitori della scuola Di Donato di Roma, mel quartiere multietnico di roma

    COMITATO GENITORI DELLA SCUOLA DI DONATO

    Mentre osserviamo allarmati la grave situazione causata dai tagli alla scuola pubblica, non possiamo fare a meno di discutere della proposta del ministro Gelmini di porre un tetto del 30% di stranieri nelle scuole.
    A tal proposito, vorremmo innanzitutto denunciare l’inadeguatezza del termine ‘straniero’ -parola etimologicamente legata alle nozioni di emarginato, escluso, outsider – per connotare i bambini migranti che frequentano le scuole italiane. Infatti, sempre più spesso i bambini migranti
    vivono in famiglie che risiedono in Italia da anni, sono nati nel nostro Paese, sono stati cresciuti e
    scolarizzati insieme a tutti gli altri bambini, conoscono e parlano correttamente la nostra lingua. Li caratterizza non l’essere straniero, ma lo status di cittadini non italiani, e questo semplicemente in virtù del fatto che la legge italiana non garantisce la cittadinanza a chi nasce nel nostro Paese.
    Alla luce di questa prima considerazione, vorremmo affrontare il tema della fuga degli ‘italiani’
    dalle scuole multietniche, facendo riferimento all’esperienza della scuola Di Donato (scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado) che ha sede nel rione Esquilino, quartiere romano
    con una forte presenza di immigrati.
    La Di Donato si caratterizza perché da un lato, riesce ad attirare, soprattutto nel settore dell’infanzia, sempre più genitori italiani che non hanno paura del bambino “straniero”, d’altra parte, continua ad accogliere famiglie migranti, anche non residenti nel territorio. Le famiglie migranti, infatti, iscrivono i bambini presso la Di Donato per la rete di protezione che accompagna l’integrazione dei bambini, rete presente sia internamente al gruppo etnico che nella comunità scolastica e genitoriale. La fiducia delle famiglie, migranti e non, verso la scuola Di Donato si è consolidata negli anni grazie ad una politica dell’accoglienza e ad una pratica educativo-didattica, messa in atto dai dirigenti scolastici e dal corpo docente, che si è andata sempre più perfezionando, e la cui caratteristica è stata quella di aver saputo organizzare non solo le risorse interne, ma anche quelle territoriali. Questo ha permesso alla scuola di essere in osmosi con il quartiere e di offrire e ricevere una serie di servizi di aggregazione destinati ad adulti e bambini.
    La realtà della scuola Di Donato è almeno in parte un’eccezione, e, tenendo conto dei dati che abbiamo, è possibile ipotizzare che nei prossimi anni il nostro contesto si connoti sempre più come ‘misto’. E’ chiaro, però, che il rischio di diventare una realtà scolastica polarizzata c’è e deve essere affrontato. Bisogna, cioè, prendere atto di un problema: ovvero dell’esistenza in una stessa realtà territoriale di scuole che si caratterizzano perché prevalentemente frequentate da italiani o prevalentemente frequentate da migranti.
    Noi non riteniamo, però, che la soluzione sia nell’introduzione di quote massime di migranti nelle classi. Bisognerebbe, piuttosto, creare le condizioni affinché i fenomeni di addensamento vengano in qualche modo ‘smontati’, bisognerebbe, cioè, che da un lato le famiglie migranti possano sentirsi accolte in qualsiasi scuola, e dall’altro che le famiglie italiane vengano informate rispetto al lavoro che si fa nelle realtà multietniche.
    Si potrebbero, perciò, seguire due direzioni:
    1) promuovere una campagna di informazione per combattere le due principali paure del
    genitore italiano rispetto alle classi multietniche: il rendimento e la socializzazione. A tale
    proposito sarebbe necessario rendere visibile e valorizzare i risultati raggiunti sul piano
    didattico e della socialità nella nostra scuola;
    2) costruire, sulla base della formalizzazione delle esperienze in atto, un modello di accoglienza esportabile, creando a livello territoriale reti di scuole che possano confrontarsi per elaborare e diffondere una prassi educativa basata sui principi della didattica interculturale.
    Per concludere, ribadiamo nostro dissenso contro la proposta del tetto del 30%.
    Tale proposta, infatti, non solo costituisce un gesto di discriminazione nei confronti delle famiglie
    migranti – che, di fatto, non potrebbero più scegliere la scuola dove mandare i propri figli -; ma non valorizza quelle realtà scolastiche miste ma non polarizzate, che dovrebbero essere
    opportunamente sostenute e finanziate, proprio perché fanno dell’integrazione un percorso
    virtuoso e proficuo per tutti i propri alunni.

  3. Certo, la faccenda è complessa e complessi i pro e contro. Però mi sembra che Gabriele abbia ragione a dire che un meccanismo per evitare le scuole ghetto vada trovato.
    Forse, la giusta posizione sarebbe quella di stabilire un tetto più flessibile, con la possibilità per le comunità e le amministrazioni locali di manovrarlo in funzione di specifiche esigenze. E inoltre, ovviamente, puntare alle politiche 1) e 2) proposte dai genitori della scuola Di Donato

  4. Andrea d'Avella

    L’idea di tetto implicitamente identifica gli alunni non cittadini italiani, indipendentemente dal loro livello di conoscenza della lingua, come problema e non come risorsa. Forse sarebbe più efficace introdurre un tetto minimo di stranieri, basato sull’effettiva percentuale di stranieri residenti, e/o premiare le scuole che accolgono più stranieri con più risorse.

  5. Carlo Traina

    Tre brevissime considerazioni:
    1) Non so al nord, ma mi risulta (da diversi conoscenti maestri e professori) che almeno qui al centro le scuole si comportano con responsabilità evitando ci creare classi ghetto e cercando di distribuire gli alunni che devono inserirsi (come abbiamo già detto il termine “straniero” è molto ambiguo dal punto di vista della eventuale difficoltà di inserimento) nelle varie classi.
    2) Imporre un tetto credo vada contro il principio dell’autonomia scolastica
    3) Se proprio vogliamo dare (imporre) una regola, io parlerei di “proporzionalità” e non di “tetto”.

  6. Filippo Zuliani Filippo

    Articolo da rabbridivire. Sacrosanto il problema: evitare i ghetti. Mostruosa l’implicita assunzione: se lasciati a loro stessi, i “bianchi” inevitabilmente creeranno le condizione per i ghetti “neri” (o stranieri). L’esperienza degli USA insegna. Rassegnamoci, dunque, perche’ succedera’ anche da noi. Pertanto benvenga la proposta Gelmini del tetto del 30%. Davvero, di fronte a questi pensieri non so veramente che dire.

  7. francesca

    Che forse dovresti svegliarti , caro Filippo…Il mondo e’ diverso dai sogni

  8. Gabriele Boccaccini

    Vorrei prima di tutto ringraziare tutti per questa eccellente discussione. Purtroppo occorre essere realistici. Lo so che e’ una cosa mostruosa, ma il pericolo che la maggioranza produca scuole-ghetto e fugga nella scuola privata o dai territori “occupati” dagli “stranieri” e’ purtroppo reale e non possiamo nasconderlo. Bisogna impedirlo. Il tetto (o la proporzione) e’ una strumento efficace, tanto che la maggioranza dei distretti scolastici gia’ lo ha applicato d’istinto, distribuendo gli alunni “stranieri” nelle varie classi. E’ un processo da favorire (non da contrastare), anche se con flessibilita’ attraverso strumenti come la revisione dei confini dei distretti scolastici. Giustamente si e’ fatto notare che in un paese con piu’ consapevolezza civile, il “tetto” lo si sarebbe dovuto presentare in modo inverso: tutte le scuole e tutte le classi dovrebbero avere almeno una percentuale di 20-30% di stranieri. E’provato infatti che la diversita’ e’ un fattore di stimolo all’educazione. Quindi il terzo degli studenti stranieri dovrebbero essere accolti con favore, e non come un problema. Resta comunque il fatto che occorre a tutti i costi evitare la formazione di scuole-ghetto (o classi-ghetto) [purtroppo ce ne sono gia' i segni in alcune zone del nord]. Un’ultima osservazione riguarda la cittadinanza dei ragazzi nati in Italia. Credo che una battaglia intelligente sarebbe quella che la cittadinanza sia data non automaticamente ai minori nati in Italia ma ai minori che abbiano completato con successo il ciclo della scuola dell’obbligo. Questo avrebbe un grosso peso positivo nell’incentivare l’educazione e l’integrazione dei minori stranieri in Italia e nello scongiurare fenomeni di evasione scolastica, rendendo conveniente alle famiglie investire sull’educazione dei minori e ai minori stessi di impegnarsi nella scuola.

  9. Nel merito ti ho risposto da me, ma la Gelmini ha nel frattempo fatto parziale marcia indietro.

    A chi pensa che sia sbagliato chiedere limitazioni vorrei solo dire di riflettere sul fatto che salvini è il più strenuo difensore dell’unica scuola di Milano a rischio chiusura per questo provvedimento

  10. “la cittadinanza sia data non automaticamente ai minori nati in Italia ma ai minori che abbiano completato con successo il ciclo della scuola dell’obbligo.”

    si, mi sembra una proposta da affermare, perché rimette al centro anche il senso dell’istruzione obbligatoria, per tutti, ovvero formare cittadini. Di fatto i diritti politici sono teoricamente attualmente legati alla scuola, proprio con l’obbligatorietà.

    Una cosa passata nell’oblio, e, per tornare ai “messaggi”, questo, penso, sarebbe un messaggio con un duplice carattere positivo e di civiltà.

  11. Gabriele Boccaccini

    La Gelmini deve aver letto il mio blog (scherzo naturalmente!) perche’ ha fatto parziale marcia indietro proprio nel senso da me auspicato: attraverso una maggiore “flessibilità sulla definizione di alunno “straniero”, differenziando tra livelli di integrazione diversa” (in pratica escludendo dalla quota i nati in Italia) e una maggiore flessibilita’ nei criteri di adozione del provvedimento (spostamenti limitati attraverso una revisione mirata dei confini dei distretti scolastici). Resta fermo il principio di una distribuzione equilibrata degli studenti stranieri nelle classi e nelle scuole. Il principio che si debba fare di tutto per evitare la formazione di scuole o classi-ghetto (cosi’ come di quartieri-ghetto nel territorio) e’ sacrosanto. Purtroppo e’ un problema MOLTO reale. Pensare che tutto si risolva senza interventi ‘correttivi’ e’ illusorio.

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