Grameen Bank

(di Carmine Paolo De Salvo)

Forse sono fuori tema, forse quest’articolo non è troppo di moda. Sono consapevole del fatto che il mondo è giustamente preoccupato per la disgrazia di Haiti, l’Italia meno giustamente per quella di un povero vecchio miliardario perseguitato dai magistrati e (parte del) Partito Democratico per quella di D’Alema che ha sorprendentemente scoperto che Vendola è più amato di lui. Ne sono consapevole, ma provo lo stesso a cambiare discorso e a scrivere il mio punto di vista su una esperienza mia, ma che credo possa interessare comunque giovani (e meno giovani) democratici cittadini di questo pianeta.

A settembre 2009, spinto anche dalla curiosità che mi aveva ispirato l’annuncio della partnership tra Università di Bologna e Grameen Bank per la nasciata di Grameen Italia, ho trascorso un periodo come intern alla sede centrale di Grameen Bank, a Dhaka, in Bangladesh. Per chi non la conoscesse, Grameen Bank è la più famosa istituzione di microcredito al mondo, fondata nel 1976 da Mohammed Yunus, economista bengalese che, dopo i suoi studi in America, ha deciso di dedicarsi al poveri del suo paese, per offrir loro quel credito da sempre negato da tutti. Grameen Bank viene alla ribalta del grande pubblico nel momento in cui, nel 2006, ad essa e al suo fondatore viene assegnato il Premio Nobel per la Pace. Scelta discutibile e discussa, ma tutto sommato gradita all’opinione pubblica mondiale. E anche a me, tanto che mi fiondo in libreria e compro “Il banchiere dei poveri”, best seller di Yunus, appunto.

Ecco, questo mio post intende mettere in evidenza ciò che personalmente ho constatato sulla veridicità di ciò che è scritto nel libro. Credo onestamente che di falso ci sia poco, ma che le interpretazioni suggerite da Yunus su alcuni fenomeni possano essere sensibilmente fuorvianti. Le mie osservazioni non avranno certamente validità statistica alcuna, ma credo possano essere ritenute abbastanza credibili, essendo state raccolte direttamente nei villaggi in cui Grameen opera, tra la gente vera, seppur con la limitante ma necessaria presenza di un interprete. Non dirò la mia sulle critiche classiche rivolte al microcredito (in particolare gli alti costi di gestione, che determinano alti tassi di interesse, e il sostegno che esso offre a un certo tipo di imprenditoria informale che per alcuni è deleteria). Mi limito invece a mettere in evidenza tre punti che hanno colpito la mia attenzione. In particolare:

1. L’inesistenza dell’impulso all’imprenditoria femminile, che invece nel libro di Yunus viene puntualmente esaltato. E’ verissimo che sono le donne ad essere titolari del prestito e sono loro a ricevere materialmente il denaro, ma è altrettanto vero che, pochi secondi dopo averlo ricevuto, lo consegnano al marito o al padre, che aspetta rigorosamente un metro dietro il banco. Queste donne non esercitano alcuna attività economica (come ammesso candidamente anche da alcuni funzionari periferici di Grameen), rimangono casalinghe come prima, ma in più hanno l’onere di restituire del denaro su cui in effetti non hanno alcun potere. Il che non mi sembra un gran vantaggio, anzi. Certo, il fatto che si incontrino settimanalmente rappresenta senza dubbio un progresso nel contesto della loro segregazione, ma quella grande rivoluzione che avevo letto nel libro, a mio parere, non esiste.

2. Moltissime delle donne che ricevono i prestiti sono analfabete e alcune di loro non hanno nemmeno la concezione precisa del concetto di “anno”. A volte poi non sanno nemmeno quanti soldi hanno effettivamente preso in prestito. Mi chiedo seriamente quanto queste persone siano esposte ai raggiri dei vari funzionari che operano nelle campagne bengalesi. A mio parere, per raggirarle non ci vuole troppo ingegno. Pur non potendo addossare a Grameen Bank la colpa di questi eventuali soprusi locali, mi è sorto il dubbio che quel mondo incantato di solidarietà descritto nel libro possa non essere corrispondente al vero in molte circostanze concrete.

3. Il ruolo dei risparmi, che è ambiguo. Grameen Bank fa della mancata richiesta di garanzie il suo maggior vanto. Chiunque accede a un prestito è però tenuto ad aprire un conto di risparmi e, dopo varie mie insistenze, alcuni funzionari hanno ammesso che, in caso di insolvenza, la banca può effettivamente rifarsi, seppur come ultima risorsa, su questi risparmi. Se questi non rappresentano una garanzia de facto, a mio avviso, poco ci manca. Aldilà delle dichiarazioni ufficiali della banca.

Detto questo, ci tengo a ribadire che ritengo comunque positiva, nel complesso, l’esperienza di Grameen Bank e credo che il suo impatto sulle popolazioni rurali del Bangladesh, che per decenni non hanno avuto accesso ad alcuna forma di credito, sia comunque benefico. A maggior ragione, credo che la sua azione in ambiti che vantano sicuramente migliori condizioni sociali e sistemi legali più strutturati (come appunto l’Italia) possa costituire una speranza per le fasce più disagiate della popolazione. Ciò che però mi ha lasciato perplesso sono i toni da rivoluzione e, per quanto riguarda Yunus, da beatificazione che accompagnano il modo in cui sento parlare di Grameen e in cui Grameen Bank parla di se stessa. Con quei toni non sono affatto d’accordo.

Un’ultima immagine forse riassume al meglio il mio pensiero. Al piano terra del grattacielo Grameen a Dhaka è stata allestita una mostra per celebrare il Premio Nobel per la Pace attribuito alla banca e a Yunus. Ecco, credetemi, visitandola non si è mai sfiorati dal dubbio che quel Premio Nobel sia stato conferito per l’umiltà.

P.S. I commenti che ho riassunto in questo post sono il frutto delle discussioni che ho avuto con i tanti colleghi interns conosciuti a Dhaka e in particolare con la mia carissima amica che mi ha accompagnato in quell’esperienza, Cecilia Ragazzi. Ci tengo a riconoscere che in quanto ho scritto c’è tanto della sua impareggiabile proficua influenza e la ringrazio pertanto pubblicamente.

P.P.S. Un post dai contenuti molto simili sarà pubblicato a breve, in inglese, su un blog abbastanza conosciuto nell’ambito dello sviluppo internazionale, che gentilmente ospiterà il mio intervento. Per chi fosse interessato, segnalo il sito: www.aidthoughts.com.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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1 Commento

  1. carla giovannetti

    Ho letto con interesse il suo articolo capitatomi sotto “mouse” mentre cercavo di avere nuove informazioni sulla (prospettata) apertura della Grameen bank in Italia, e chi scrive è una di quelle persone al di là della “barricata”, ovvero mi occupo di finaziamenti in una banca tradizionale locale. Si, il progetto di Yunus è davvero affascinante e molti altri come me che hanno letto il suo libro ne saranno rimasti estasiati, per il suo modo “pulito” di affrontare un problema cosi “sudicio” come la povertà. Però la realtà si scontra troppo spesso con le mille bassezze dell’uomo e non stento a credere in ciò che lei a potuto verificare sul posto… Lei crede che in un paese come l’Italia un progetto del genere possa avere un migliore sviluppo? Da parte mia posso riferire la mia esperienza nel settore bancario tradizionale, che non aiuta certa la povera gente e presta il denaro solo a chi non solo dimostra di avere beni su cui rifarsi, ma di non averne proprio bisogno. Spesso si fatica ad aiutare le brave persone che con molti sacrifici vgliono comprare una piccola casa, per non parlare delle nuove iniziative imprenditoriali: se non hai niente, nessuno ti darà nulla. Da ca. 2 anni sto sperimentando l’adozione a distanza, basata però sul prestito solidale fatto alla comunità e alla famiglia del bambino, attraverso tale sostentamento si cerca di aiutare lo sviluppo dell’economia del paese. Se in Italia partisse realmente il progetto Grameen, nonostante le criticità che lo stesso può contenere, personalmente sarei felice di poterlo sostenere con il mio lavoro.
    Buona sera

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