
(foto Emiliano Mancuso)
Come alcuni di voi già sanno, dopo la breve missione in Zimbabwe, dal 9 dicembre ho cominciato a lavorare con una Ong in Calabria, più precisamente nella Piana di Gioia Tauro, salita alla ribalta in maniera clamorosa negli ultimi giorni per i violenti scontri tra migranti e abitanti di Rosarno. Un’esperienza molto interessante, che stava cominciando a dare i primi frutti nelle ultime settimane: abbiamo allestito una piccola clinica mobile dove eseguivo visite di base per la popolazione dei migranti, che non aveva accesso ai servizi medici essenziali, e dove i miei colleghi facevano informazione per spiegare in maniera adeguata ad essi quali fossero i loro diritti. Non che ci fosse un’emergenza medica, d’altronde è evidente che coloro i quali sono riusciti a sopportare un lungo cammino attraverso Sahara e Mediterraneo e le dure vessazioni dei campi libici, debba essere giocoforza tra i più dotati fisicamente e psicologicamente.
Tuttavia le condizioni di vita riscontrate in quel di Rosarno e Gioia Tauro, come forse avete avuto modo di vedere voi stessi attraverso le immagini (finalmente!) mandate in onda dai telegiornali e impresse sui quotidiani, sinceramente non le ho mai viste nè in Africa nè tantomeno in Sudamerica. Gente che vive in fabbriche abbandonate e cadenti a pezzi, all’interno di minuscoli silos o in tende coibentate (!) con teli di plastica e cartone; sporcizia dappertutto, pezzi di eternit dovunque, niente acqua corrente potabile ed elettricità. Una bomba ad orologeria, m’è venuto in mente quando ho visitato questi siti la prima volta. Duemila e più persone stipate in queste condizioni assurde, sfruttate dai caporali che gli danno (se gli danno) 20 euro al giorno per lavorare 12 ore. Solo un cieco non poteva vedere che qualcosa prima o poi sarebbe successo. Per non parlare degli interessi delle cosche locali (tutti i comuni della zona sono commissariati per infiltrazioni della ‘ndrangheta).
Ma veniamo ai fatti recenti: il 7, giovedì, appena terminata la clinica mobile in alcuni siti minori, dove ho visitato circa 20 pazienti (la maggior parte con problemi alla schiena dovuti a situazioni lavorative o di vita, e molti con problemi di insonnia sicuramente psicosomatici), veniamo avvertiti che un ragazzo di quelli che alloggiavano nella fabbrica aveva ricevuto un colpo di fucile per il quale è finito in ospedale. Il nostro coordinatore s’è recato subito lì per sincerarsi delle condizioni del ragazzo, per fortuna non gravi, ma già si respirava un clima di tensione. Poche ore dopo altri due subivano la stessa sorte; indiziati probabilmente dei gruppetti di sbandati fascistoidi-xenofobi rosarnesi. Anche loro per fortuna se la cavano con ferite superficiali, ma lo shock è grande. Venerdì 8, per precauzione, annulliamo la clinica mobile in uno dei siti, alzando il livello di guardia e tenendoci informati con i nostri contatti locali, ovvero politici e persone appartenenti alla schiera delle Ong che molto hanno fatto finora per migliorare le condizioni di vita dei migranti. Che, purtroppo, abboccano in pieno alla provocazione dei fascistoidi reagendo come mai avrebbero dovuto: nel pomeriggio scoppia il caos, praticamente una guerra civile tra bianchi e neri con decine di feriti e contusi, i pronto soccorso in tilt, macchine distrutte, cassonetti ribaltati e bruciati, colpi d’arma da fuoco che per pura fortuna non ammazzano nessuno. Il nostro coordinamento decide di inviare sul posto una task force composta dai responsabili di Napoli, oltre all’addetto stampa e la capo missione del Belgio: arrivano in serata e si concorda un piano d’azione.
Il giorno dopo, sabato 9, di buon mattino ci rechiamo al sito più grande, che accoglie circa 1000 migranti (uno di circa 300 era già stato sgomberato il giorno precedente) per verificare che non ci fossero ulteriori feriti e per valutare come si stessero muovendo le istituzioni. Insieme a due bus che lentamente stavano riempiendosi di gente e dei loro scarni bagagli, c’era un assembramento mai visto di forze dell’ordine, giornalisti di tv e quotidiani locali e nazionali, rappresentanti di ONG, UNHCR, etc. Per fortuna nessun ferito, ma tanta disperazione per un futuro completamente incerto. Quindi il nostro team s’è diviso in due: un gruppetto ha seguito gli incontri con le istituzioni (c’era una task force del ministero dell’interno inviata da Maroni) per capire quali fossero le decisioni che si stavano prendendo; l’altro gruppo (con me incluso) ha fatto il giro degli ospedali per parlare con i ragazzi ricoverati e accertarne le condizioni di salute con i medici che di loro si prendevano cura. Sfortunatamente un paio di loro è conciato proprio male, un burkinabè che ha preso un forte colpo alla schiena rischia di perdere un rene, mentre un ghanese ha il tetto dell’orbita sinistra fratturato e sarà trasferito a Reggio Calabria per essere operato. Nel capoluogo altri due sono stati trasferiti in neurochirurgia in conseguenza a traumi cranici particolarmente violenti che hanno causato fratture e altre lesioni.
In conclusione abbiamo appreso che tutti i siti sono stati sgomberati, tutti i migranti inviati in pullman a Crotone, Bari e Foggia o fatti partire col treno verso Napoli o la Sicilia. La maggior parte, si intenda, volontariamente andata via perchè manifestava terrore nel rimanere in balia di una popolazione inferocita e – chissà – anche sobillata e guidata da forze criminali. Una supervisione fatta oggi ci ha mostrato i resti delle “abitazioni” in un deserto di silenzio. Impressionante. Per i prossimi giorni rimarremo qui per seguire i pazienti ricoverati portandogli assistenza sociale e legale, e per vedere cosa avverrà dopo: al momento si vive giorno per giorno, ma è chiaro che non ha molto senso restare qui a lungo, probabilmente il progetto si sposterà seguendo i bisogni e le necessità dei migranti. Perchè quelli, a prescindere dagli sgomberi, continuano ad esistere. Speriamo che se ne continui a parlare, altrimenti ricadranno – e ricadremo – nella squallida indifferenza di ogni giorno.iMille.org – Direttore Raoul Minetti




