Che Paese siamo: l’anomalia italiana

di Alessandro Iovinelli

Magritte

Quali sono le radici dell’Italia attuale? L’interrogativo che sta sullo sfondo di Autobiografia di una repubblica di Guido Crainz (Donzelli, 2009) non muove da un intento accademico, ma discende dal vecchio precetto in base al quale ogni opera storiografica è sempre un lavoro vivo, legato al proprio tempo e impegnato a sciogliere i nodi del presente. Sembrerebbe un luogo comune, se non fosse che la nostra epoca appare quanto meno corta di memoria e, solo a riferirsi ai nostri padri o alla nostra stessa giovinezza, si rischia di apparire come dinosauri sopravvissuti al giurassico.

Il richiamo nel titolo al protocollo di scrittura dell’autobiografia non è affatto di maniera, ma esprime la metodologia di Crainz: non già la scansione cronologica, almeno a priori esaustiva, bensì l’individuazione dei momenti critici e dei passaggi cruciali dal dopoguerra ad oggi: la fondazione della Repubblica, la ricostruzione, il boom economico, gli anni della trasformazione e della crisi, i “lunghi anni 80”, tangentopoli, i nuovi soggetti politici della “Seconda Repubblica” fino all’attualità.

La sua non è solo storia della politica, ma anche del costume e della mentalità, però soprattutto storia politica che parte dalle voci dei testimoni e dei più attenti interpreti. Così tornano sovente le analisi e le denunce di coloro che nel vivo del fenomeno – oggi diremmo in “tempo reale” – ne cercarono la spiegazione. Si pensi a Bocca o Scoppola che – tra gli anni 60 e 70 – parlavano già di partiti obbligati a costruire sulle sabbie mobili e di una civiltà che aveva adottato l’American way of life solo in quanto «mercato senza regole» e ideologia consumistica, ma senza «il senso del rischio, dell’iniziativa e della responsabilità individuale». Quando poi il bubbone esplode con gli scandali dei primi anni 90, Bobbio scrive: «una fine così miseranda è l’espressione del fallimento di tutta intera la nazione». Ma già nel 1980 Calvino – per fare un esempio – aveva pubblicato l’Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti. Infatti il paese – negli anni del craxismo trionfante e del famoso preambolo – non fu soltanto quella della Milano da bere, dei successi effimeri in campo economico (vedi il “made in Italy”), dell’ascesa delle tv commerciali e della falsa tolleranza edonistica. È senz’altro condivisibile quel che osservava Tony Judt: «il fascino per le aspirazioni collettive lascia il posto a un’ossessione per i bisogni personali» e dunque – ricorda dal canto suo Crainz –  nella società «la politica e l’impegno [sono] abbandonati per il divertimento, il corpo, la moda». Tuttavia non occorre dimenticare l’altra faccia di quel periodo storico, durante il quale il nostro appariva come «un paese privo di regole e consapevole di esserlo», giacché il 12,5% del PIL scaturiva da attività criminose, l’evasione dell’IVA sfiorava il 50%, la criminalità organizzata imperava e le cui cosche dal Sud al Nord rendevano la società italiana agli occhi di un osservatore come Galli della Loggia «capillarmente penetrata dall’illegalità, dal racket, dalle mafie, dalle tangenti». Dice Crainz che si può parlare di illegalità diffusa e di «un’incredibile accettazione di comportamenti a vario titolo illeciti».

Quando arrivò lo scandalo di tangentopoli sembrò che una slavina travolgesse il sistema (Cafagna). Così non solo non si tenne in considerazione che la cosiddetta partitocrazia era complementare all’immobilismo politico, ma che la contrapposizione tra la “gente buona” e i “politici disonesti” riproduceva il costume nazionale di autoassolversi davanti agli errori commessi in quanto comunità nazionale.

Di qui il doppio salto mortale di un popolo che passò dai “funerali dello Stato” e dalla celebrazione di una rivolta antipolitica all’affermazione di un blocco storico – se è consentito il lessico gramsciano che Crainz non usa – intorno alla figura di Berlusconi. È la volta dell’ultimo capitolo, il più asciutto – per la sua vicinanza temporale – pur se altrettanto ricco di spunti sulle ragioni di un successo su cui nessuno avrebbe potuto scommettere con un minimo di ragionevolezza. Ma lo storico non si sottrae al suo ruolo di studioso delle res gesta e ripercorre le tappe del processo cominciato con la “discesa in campo” del fondatore di Forza Italia, producendo altresì una serie di motivazioni. Sono pagine tra le migliori del libro, benché andrebbero lette come un racconto dell’orrore nel quale si scopre di vivere in un paese che non sarebbe poi molto diverso dalla Colombia (così come ce la immaginiamo).

Com’è stato, com’è possibile questo monstrum? E com’è possibile che una tale alleanza elettorale abbia vinto tre elezioni politiche in 15 anni? L’analisi storica di Crainz suggerisce diverse ragioni – a cominciare dagli errori dello schieramento opposto, cioè quello progressista: il peso eccessivo dato agli schieramenti politici rispetto ai contenuti, il cannibalismo che ne ha triturato un leader dopo l’altro, infine il fallimento dell’ultima esperienza di governo: «le attese non potevano essere di nuovo deluse: gli elettori non avrebbero concesso un ulteriore banco di prova». Ma ancor di più lascia intendere come occorra indagare sulla sintonia profonda tra il berlusconismo e lo spirito dei tempi della società italiana successiva alla «mutazione genetica» indicata da Pasolini. Sullo sfondo si staglia un problema che risale alla caduta del fascismo, alla guerra di liberazione e alle stesse origini della Repubblica, il cui esito non fu nel suo insieme un nuovo spirito nazionale, ma «il configgere di diverse identità, di diversi modi di “essere italiani”».

Questi sono solo alcuni tra i tanti spunti di un libro su cui vi sarebbe più  di un motivo da discutere, ma la cui tesi di fondo non si può  non condividere: «nell’Italia di oggi vi [è] anche il “racconto” del suo passato».iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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