C’era l’amore nel ghetto

di Simone Siliani

Nel suo libro, “Basta Zercar. Sinistra,traslochi, Partito Democratico”, Gianni Cuperlo citava l’incipit dell’inno polacco come spirito della nazione. Le parole – “Ancora la Polonia non è morta!” – segnano insieme la forza disperata di una indomita speranza, ma anche l’abbattersi continuo sulla storia di questo popolo di minacce e tempeste che ne hanno minato l’esistenza. Per inciso, l’inno è stato composto dall’esule Jozef Wybicki a Reggio Emilia nel 1797 (anche se fu adottato come inno nazionale nel 1926). Wybiki arriva in Italia al seguito del generale Jan Henryk Dąbrowski che, dal suo esilio di Parigi, aveva radunato pochi mesi prima un’armata di circa 1500 soldati. Napoleone promise ai polacchi che la loro patria avrebbe riconquistato la libertà se essi avessero combattuto al suo fianco contro Russia, Austria e Prussia, che nel 1795 si erano spartiti il territorio polacco.

I reparti di Dąbrowski entrarono a Reggio Emilia da Porta San Pietro tra il 30 giugno ed il 2 luglio del 1797, per sedare le sommosse fomentate dagli aristocratici contro la neonata Repubblica Cispadana; è sull’onda delle celebrazioni per il successo della spedizione militare che il giovane tenente scrisse la mazurka, per celebrare il valore del comandante e cantare l’amore per la Patria lontana.

Mi sono immaginato quante volte siano risuonate queste parole nella mente di Marek Edelman durante l’insurrezione del ghetto di Varsavia nell’aprile 1943, di cui egli fu, poco più che ventenne, uno dei comandanti.

Di Marek Edelman presentiamo l’ultimo libro (uscito postumo perché Marek ci ha lasciato il 2 ottobre 2009), “C’era l’amore nel Ghetto” (Sellerio Editore Palermo, 2009), giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate di Firenze, con Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri (autori della Prefazione e curatori del libro) e Ludmila Ryba (traduttrice e curatrice del libro).

La rivolta del Ghetto di Varsavia è la prima ribellione, con poche armi in pugno, contro i nazisti in Europa. In quella angusta, sovraffollata, stremata e rigida prigione che fu il ghetto nel quale i tedeschi avevano rinchiuso la popolazione ebrea polacca, fra il 19 aprile e il 10 maggio 1943 si scrive una pagina di storia importante per tutta l’Europa che pure è stata dimenticata, oscurata, nascosta. Marek Edelman ne fu protagonista e uno dei pochi sopravvissuti e si assegnò il compito, per tutta la sua lunga e intensa vita, di ricordare, di essere “semplicemente il guardiano delle tombe del mio popolo”. Il compito della memoria laddove si vuole coprire con un manto di oblio, è un compito enorme soprattutto quando parliamo – come nel caso – della memoria del mondo ebraico cancellato dalla Shoah. Che, come dimostrano le pagine di questo libro, non è stato solo annullamento nei forni dei campi, ma anche organizzazione politica (il Bund socialista di cui Marek era dirigente), organizzazione sociale (l’ospedale, la scuola organizzate nel Ghetto), eroica resistenza militare, amicizia, amore.

Ogni giorno, da qui al 21 gennaio, proporrò la lettura collettiva di alcune pagine del libro, unitamente a video del Ghetto, musiche, testimonianze di quella vicenda storica, perché è importante ricordare, capire, conoscere.
Inizierò con alcune righe della bellissima introduzione di Goldkorn e Sofri:

“… la biografia di Marek Edelman contraddice quanti insistano a pensare che la storia doveva finire così, che l’ebraismo polacco (ed europeo, o quello diasporico in genere) non avesse alcuna via di scampo, perché destinato a perire, incapace di far fronte alle sfide della modernità. … Eppure la biografia di Edelman dice che il futuro serba in sé tutte le potenzialità del passato: troppo poco esplorate, non messe in atto o rimosse addirittura dalla memoria. Oggi lo sappiamo, anche grazie alla vita esemplare di Marek Edelman: che non si può costruire un futuro degno di essere vissuto senza tener conto, senza fare i conti con la memoria degli sconfitti.”

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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