Così titola il settimanale “Télérama” un numero speciale interamente dedicato alla figura di Albert Camus nel cinquantenario della sua morte avvenuta il 4 gennaio 1960 in un incidente stradale alle porte di Sens. Un epilogo al tempo stesso drammatico e assurdo, proprio come le sue opere avevano espresso in modo costante a teatro, nei romanzi, nei saggi, perfino negli interventi sulla stampa.
Non è questa certo la sede per ritornare sul valore (immenso) della sua produzione artistica. Ma forse si può cogliere l’occasione per rievocare e riproporre l’attività intellettuale di Camus come un esempio ancora oggi valido di uomo libero, di artista impegnato, di combattente per la libertà. È per lo meno singolare che il periodo successivo alla caduta del Muro di Berlino non lo abbia ricordato come un precursore di un’idea di società e di cultura molto distanti dal clima della Guerra fredda che aveva prodotto la divisione del mondo in due campi contrapposti.
Ma forse non è affatto una dimenticanza paradossale. Prima di tutto perché Camus – anche dopo la precoce rottura col partito comunista francese – era rimasto un uomo di sinistra (nella sua ultima intervista dichiarava: “je suis pour la gauche, malgré moi, malgré elle”). E poi perché in tutta la sua opera la critica del sistema del socialismo reale è stata sempre complementare a quella della cosiddetta società aperta. Camus l’aveva capito (molto prima dei suoi contemporanei, compreso Sartre): per lui il totalitarismo aveva assunto diverse forme nel corso del XX secolo – non sempre le più feroci erano anche quelle più pervasive (si pensi a che cosa esprimono in proposito la Peste, laddove un’epidemia diviene una potente metafora dell’occupazione tedesca della Francia, o Caligola, ritratto spietato e grottesco del delirio di potenza proprio di ogni potere politico). Camus non aveva aspettato l’invasione dell’Ungheria del 1956 per scoprire il carattere poliziesco dei regimi dell’Est, né d’altra parte aveva avuto bisogno della fine del colonialismo per disilludersi sui fondamenti democratici delle potenze occidentali.
Il destino umano ha un fondo tragico del quale la storia è la prova evidente. La nostra esistenza in bilico tra solitudine, mancanza di senso, assurdo, apparirebbe come un cammino vano quanto iniquo, se non fosse che la lotta contro il male e la rivolta contro l’ingiustizia fossero di per sé stesse capaci di attribuire un significato e uno scopo alla nostra vita. Il mito di Sisifo si concludeva proprio con queste parole: “Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. (Sembrava che da noi il messaggio l’avesse raccolto Flores d’Arcais che proprio così chiudeva la sua Etica senza fede, ma poi il nostro filosofo è stato folgorato sulla via di Damasco, cioè di tangentopoli e mani pulite, e così ha eletto a suo “uomo in rivolta” l’onorevole Di Pietro.)
La condanna del totalitarismo, l’esaltazione della libertà individuale, l’elaborazione di un pensiero tanto critico ed antiretorico quanto alieno dalle scorciatoie del nichilismo fanno ancora oggi di Camus l’esempio di una cultura democratica e di sinistra. Il che non vuol dire imbalsamarlo in un pantheon di “profeti disarmati”, il cui valore starebbe nella loro capacità di prevedere la società del futuro attraverso i suoi pericoli incombenti (come si è fatto da noi – per intenderci – con Pasolini).
L’attualità di Camus è infatti speculare alla sua inattualità. Il mondo in cui viviamo oggi lui non l’avrebbe mai divinato – si pensi alla radicalizzazione delle tre religioni monoteiste. Non a caso lui, nato in Algeria e fino all’ultimo anticoloniale, non è mai stato amato dagli intellettuali arabi postcoloniali: un po’ perché per lui vale il detto che “nemo propheta in patria” (a cominciare dalla stessa Francia, dove in molti non gli hanno ancora perdonato il Nobel assegnatogli nel 1957, a soli 44 anni), un po’ perché la deriva fondamentalista del mondo islamico non poteva che vedere nella sua opera un’intollerabile aberrazione – e non a torto, giacché la sua è una concezione dell’uomo laica ed universalistica e dunque in aperta antitesi verso ogni forma di fanatismo religioso.
Camus fu un uomo “solitaire” e “solidaire” – come ha scritto la figlia Catherine nel suo libro di memorie familiari. Ma un tale carattere, lungi da essere una contraddizione, fu probabilmente la ragione della sua forza – nonché della durata nel tempo della sua opera. Del resto, questo è il senso vero delle parole da lui pronunciate a Stoccolma in occasione della cerimonia di consegna del premio: «L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti. L’arte obbliga dunque l’artista a non isolarsi e lo sottomette alla verità più umile e più universale. E spesso chi ha scelto il suo destino di artista perché si sentiva diverso dagli altri si accorge ben presto che potrà alimentare la sua arte e questo suo esser diverso solo confessando la sua somiglianza con tutti: l’artista si forma in questo rapporto perpetuo fra lui e gli altri, a mezza strada fra la bellezza di cui non può fare a meno e la comunità dalla quale non si può staccare».iMille.org – Direttore Raoul Minetti





