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Esteri

Pensieri mediorientali

01.12.09 | 36 Comments

di Daniela Santus

Prima papa Benedetto XVI, poi Barack Obama. Curiosamente, quando si tratta di palestinesi e israeliani (mai quando si tratta di Tamil), le vedute della Chiesa Cattolica riflettono quelle dell’intellighenzia laica europea e, adesso, anche americana: l’una e le altre vedono una realtà laddove gli israeliani ne percepiscono un’altra.

Gli israeliani, ad esempio, vedono Gaza controllata da un’organizzazione terroristica come Hamas più interessata a portare avanti la sua guerra islamista ad oltranza contro gli ebrei che non ad aiutare la sua stessa gente. E sono consapevoli del fatto che la barriera di sicurezza sia stata voluta dalla sinistra israeliana ed eretta dalla destra soltanto dopo che i terroristi palestinesi avevano assassinato più di mille persone in Israele: bambini, donne, vecchi.

Allo stesso modo gli israeliani sanno, come dovrebbe sapere il resto del mondo, che i giovani palestinesi (ma anche egiziani, giordani ecc.) sono indottrinati alla violenza sin dalla più tenera età, che vengono insegnate loro mistificazioni e che studiano su testi in cui Israele non compare neppure sulle carte geografiche. Perché il punto di vista israeliano lascia indifferenti sia il Vaticano che l’intellighenzia europea e americana? Perché lo stesso Obama sente la tentazione di voler “imporre” la pace a Israele? Non ce n’è alcun bisogno: una soluzione vera del conflitto, in cui i diritti del popolo ebraico venissero finalmente riconosciuti anche da tutti i suoi vicini, costituirebbe il più grande successo del sionismo. D’altra parte è stato il leader palestinese “moderato” Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il 28 aprile 2009, a sostenere che non avrebbe mai “accettato uno Stato ebraico”, non viceversa.

Di fatto tutti si riempiono la bocca con parole circa la necessità di uno stato palestinese, ma sembra che nessuno si accorga del fatto che la questione più pressante sull’agenda regionale è quella della bomba iraniana. Il direttore della CIA Leon Panetta è stato di recente in Israele, a quanto pare per sollecitare i leader israeliani a non prendere di sorpresa l’amministrazione Usa con azioni precipitose in Iran. C’è un settore nell’amministrazione Usa secondo il quale “è meglio un Iran con la Bomba che un Iran bombardato”. Tuttavia lo slogan “l’Iran innanzitutto” non è certo un trucchetto israeliano per allontanare l’attenzione dal problema palestinese: è piuttosto una corretta valutazione dei fatti, che freddamente individua l’unica strada per andare avanti. Netanyahu ha già più volte chiarito che Israele “non vuole governare sui palestinesi” e che “i palestinesi devono poter governare se stessi.”

Cosa si vuole di più? I “muri” potranno essere abbattuti soltanto quando i palestinesi smetteranno di pretendere la distruzione dello Stato ebraico: nei fatti, nelle parole, nelle richieste. Come quella del “ritorno” che prevede l’ottenimento della cittadinanza israeliana (n.b.: non di quella palestinese!) per tutti i discendenti e parenti acquisiti (milioni) dei profughi causati, non dimentichiamolo, dall’aggressione araba nei confronti d’Israele.

Intanto Nabil Alqam, storico palestinese e alto funzionario dell’Olp, nega che la nazione ebraica abbia mai avuto alcun legame storico con la Terra d’Israele. Lo rende noto il Palestinian Media Watch, che cita un’intervista rilasciata da Nabil Alqam lo scorso 22 ottobre all’emittente televisiva ufficiale dell’Autorità Palestinese. E nel frattempo Hamas si riarma. Da un anno a questa parte i razzi che piovono su Israele non sono proprio dei grossi petardi, come qualcuno li ha definiti, ma sono sempre più sofisticati. Tra i nuovi acquisti spicca il C-802, più noto come Silkworm, con un raggio d’azione di 120 km e una testata da 165 kg. Fornitore, guarda caso, l’Iran di Ahmadinejad che già li aveva procurati a Hizbullah nel corso degli scontri con Israele nel 2006. Con questo missile Hamas ora è in grado di colpire Tel Aviv e di ostacolare i movimenti della marina israeliana… un’ottima tattica di pace.

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