L’inciucio in cinque punti

di Francesco Costa

Cose sparse sulla più noiosa questione politica che si poteva scegliere per concludere l’anno.

Primo.
A voler commentare le parole di D’Alema per quelle che sono state, e non per le varie dietrologie che ne sono seguite, io non ci ho trovato niente di manifestamente scandaloso. A D’Alema è stato chiesto come si concilia l’essere ritenuto l’ultimo dei comunisti ma anche colui che ha tradito il suo popolo – “facendo gli inciuci”, ha aggiunto provocatoriamente la giornalista. La risposta è stata una verità storica, cioè che i comunisti italiani si sono dovuti difendere in ogni epoca da questo tipo di accusa e che i compromessi non sono tutti uguali: alcuni servono.

Secondo.
Qui bisogna mettersi d’accordo su una cosa, che cercherò di spiegare come a un bambino di dieci anni. Una cosa sono i compromessi tra maggioranza e opposizione, gli accordi che si possono trovare su alcune materie fondamentali. Le famose “riforme condivise”, che tutti in teoria dovremmo auspicare: non solo perché la sinistra lo ha chiesto a gran voce tutte le volte che il centrodestra ha deciso di fare da solo, vedi nel caso del porcellum, ma anche perché fare le riforme insieme è l’unico modo per evitare che le leggi fondamentali dello stato vengano cambiate a ogni cambio di governo. Ora, certamente non tutti i compromessi sono buoni: nel momento in cui due parti mettono in discussione le loro posizioni di partenza nel tentativo di trovare un accordo su un terreno comune, il fatto che l’accordo si riveli un cattivo accordo è una delle possibilità. Altrettanto certamente, però, non tutti i compromessi sono cattivi. Anzi. La storia del mondo moderno è andata avanti a forza di compromessi: solo le dittature e gli imperi possono farne a meno, e manco sempre. Tante di queste volte, poi, l’oggetto del compromesso non è stato tanto la risoluzione definitiva di un problema (cosa che è complicato fare dall’oggi al domani con moltissime cose) bensì la riduzione del danno, altro potentissimo motore del progresso sociale e civile.

Terzo.
Tutto il casino di questi giorni probabilmente si deve solo all’utilizzo della parola “inciucio” e al fatto che D’Alema ha risposto a una provocazione con un’altra provocazione, dicendo non tanto che non tutti i compromessi sono “inciuci”, bensì che a volte gli “inciuci” servono. Non mi sembra comunque che il senso delle sue parole possa essere frainteso, anche perché lo stesso D’Alema ci è più volte tornato su, in questi giorni, per chi ha voluto leggerne. Mi sembra che spesso e volentieri un certo giornalismo e una certa letteratura si riferiscano con l’orribile parola “inciucio” non tanto a un compromesso al ribasso o inefficace, bensì a un complotto. L’”inciucio” non è incontrarsi a metà strada, bensì fare una di quelle cose all’italiana per cui si litiga in tv e poi la sera si va al ristorante, ci si mette d’accordo e tutto finisce a tarallucci e vino. Ora, se questa è la definizione di “inciucio”, direi che in questa circostanza possiamo sgombrare il nostro dibattito da questa parola radioattiva. D’Alema ha detto che certi compromessi sono utili, e che a certe condizioni un compromesso con Berlusconi potrebbe rivelarsi salvifico per il paese. È legittimo manifestare dissenso, anche profondo e radicale, da questa posizione politica, ma non è legittimo – a meno che non si abbiano delle prove, oltre alla solita sbobba dietrologa e populista – accusare D’Alema di voler fare pappa e ciccia con Berlusconi. La retorica dell’”inciucio”, quella per cui D’Alema e Berlusconi sarebbero da anni amici e fratelli e la Bicamerale è diventata una leggenda metropolitana, è figlia di alcuni dei mali peggiori della società italiana e della sua politica, oltre che della disinformazione: l’idea evocata sopra per cui tanto poi alla fine vanno a cena tutti insieme e si fanno delle gran risate, è tutto un magna magna, sono tutti uguali, a pensar male ci si azzecca e non sono mica nato ieri. Un’idea molto di destra, tra l’altro, che da anni trova cittadinanza a sinistra, con i risultati disastrosi che conosciamo.

Quarto.
C’è dell’ammirevole coraggio nel modo spregiudicato con cui D’Alema affronta di petto il manicheismo vuoto di cui sopra, il populismo di sinistra e il dipietrismo, specie se confrontato a come buona parte del resto della classe politica del Pd sia a questo completamente subalterno per paura o per opportunismo, come nel caso del mai così pessimo Veltroni. Però il problema esiste. Ignorarlo è meglio che esserne schiavi ma non è sufficiente a risolverlo. Oltre allo sberleffo e alla provocazione, da un politico come D’Alema mi aspetterei una soluzione concreta al problema della gigantesca egemonia culturale che quel pensiero che lui avventatamente definisce “azionista”, ma che è più corretto definire semplicemente populista, esercita da diversi anni nella sinistra italiana. Un piano, un’operazione verità, una sfida culturale. D’Alema e i suoi colleghi di partito hanno una grande responsabilità in tutto questo, che è quella di aver spesso cavalcato questi sentimenti – vedi il quinquennio 2001-2006 – per ricompattare la propria base davanti al comune nemico. L’ondata populista del 2007 dovrebbe aver reso chiaro a tutti che non funziona, e che andrebbe spiegato qualcosa a quelli che solidarizzano con Fini quando nel Pdl lo linciano chiamandolo “compagno Fini” e due secondi dopo in modo del tutto speculare linciano D’Alema per essere uscito dai ranghi, ammesso che questo abbia fatto. Non si può continuare ad aggirare questo problema: ho scritto in tempi non sospetti che Bersani, tra mille difetti che mi hanno fatto preferire Marino, era però il candidato più attrezzato ad affontare questa battaglia culturale. Dopo le regionali non si tiri indietro e lo faccia: il tempo c’è e non se ne può fare a meno.

Quinto.
Ma la proposta di D’Alema, allora? Da una parte mi trovo d’accordo con quanto ha scritto Corrado Truffi su questo blog: il Pd non ha bisogno di accreditarsi come partito riformista, né con il Pdl né con il paese. E d’altra parte si fa davvero difficoltà a immaginare che dal compromesso con questa maggioranza si possa tirar fuori qualcosa di buono. Il Pd fa bene a dirsi disponibile a confrontarsi in parlamento, com’è giusto e normale che sia, ma mi sembra che abbia ragione Napolitano e che purtroppo non esistano proprio le condizioni politiche perché si possa trovare un accordo dignitoso. Altra cosa sarebbe l’ipotesi di un vero do ut des: chiedere a Berlusconi di abbandonare il tragico ddl sul processo breve in cambio della promessa di un’opposizione più morbida davanti a un “lodo Alfano costituzionalizzato”, che protegga solo lui e le alte cariche dello stato. Prima di gridare il proprio schifatissimo no, infatti, sarebbe utile andare a dare una ripassata alle storie delle persone coinvolte nei processi Eternit, Parmalat, Cirio, Thyssen, per dirne alcuni. Mogli i cui mariti un giorno sono usciti di casa e sono arsi vivi. Nonne che hanno visto i loro fratelli, i loro figli e i loro nipoti ammalarsi di cancro e morire. Famiglie che di punto in bianco hanno perso ogni risparmio e sono finite sul lastrico, strozzate dai debiti, senza la possibilità di dare un futuro dignitoso ai propri figli. Salvare Berlusconi per salvare il loro diritto ad avere giustizia. Sì, è un ricatto sporco e ignobile. Ammesso che questa prospettiva si possa rivelare concreta, però, è bene rendersi conto che rifiutarla significa assumersi il peso e la responsabilità di una posizione estremamente dolorosa e complicata. Non è roba da slogan e battutine indignate.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

Tags:

5 Commenti

  1. Raffaella Petrilli

    Due commenti e un punto in più:
    - E’ davvero tutta una questione di parola sbagliata (v. punto 3)? Attenzione: quando si discute di parole è sempre segno che c’è dietro qualcosa di molto reale. Non ce la caviamo col vocabolario. E se lo diciamo, commettiamo quanto meno un peccato di superficialità.
    - Il manicheismo vuoto che D’Alema affronterebbe con coraggio chi lo ha prodotto? E’ un dato ontologico con cui, ci piaccia o no, dobbiamo fare i conti o un dato storico, con le sue cause, la sua genesi, i suoi protagonisti? Questa confusione è pericolosa, Francesco. Per esempio, induce a vedere la “retorica dell’inciucio” come figlia del “male tipico” italiano (pure questo ontologico?) di fare di tutt’erba un fascio (sono tutti uguali….). Nel mio caso, la mia estrema prudenza nell’accettare la “provocazione” di D’Alema nasce, più prosaicamente e empiricamente, dall’aver assistito/partecipato a 15 anni di vita politica italiana, in cui D’Alema è stato un protagonista, e durante la quale ha espresso, praticato e fatto praticare la via del compromesso coi risultati che sappiamo (il manicheismo dell’attuale condizione pubblica italiana ne è probabilmente un effetto).

    Aggiungo infine, per farla breve, il mio punto in più ai cinque di Francesco: l’inciucio ha un estremo difetto, oltre a altri, consiste infatti nell”andare a vedere’, espressione molto usata dai politici del PD in questi giorni (fateci caso), le carte saldamente in mano all’altro. Insomma, l’argomento su cui si trova il compromesso è stabilito da uno solo e corrrisponde in generale al suo urgente interesse. Perciò, andare a vedere è segno di enorme debolezza. Per questo è brutto, bruttissimo. Forse è una nuova manifetazione della stessa debolezza che ha reso la classe dirigente dell’attuale PD incapace di formulare un progetto culturale validoe alternativo sul serio al “manicheismo” di cui sopra.

  2. Francesco Cerisoli

    Scusa omonimo Costa ma ripropongo qui il mio punto di vista: la tecnica brigatista del “se non approvate il lod costituzionale bipartisan noi facciamo la legge blocca processi che fa saltare i processi eternit Thyssen Cirio e Parmalat” e’ un ricatto nel migliore stile delle Brigate Rosse. Questi sono irresponsabili che si appellano al senso di responsabilita’ di chi, guarda un po’ al momento responsabilita’ non ne avrebbe alcuna (perche’ sta all’opposizione,e con una minoranza agghiacciante). Se ai tempi delle BR la “linea della fermezza” consiglio’ il sacrificio di Moro col rischio di perdere credibilita’, oggi siamo nella stessa situazione: NON bisogna cedere al ricatto PROPRIO perche’ consegneremmo un salvacondotto senza precedenti nelle mani dell’uomo piu’ pericoloso che abbia governato l’Italia dai tempi di Mussolini.
    Cinicamente, se hanno il coraggio di mandare a puttane processi cosi’ importanti, fra i moltissimi, per salvare le terga del Caro Leader, ebbene che se ne assumano tutte le responsabilita’. Noi voteremo comunque contro, alle leggione e alle leggine.

  3. Ciao Francesco,

    trovo del tutto improprio il paragone con i ricatti dei terroristi, per due ordini di ragioni. La prima ragione è che nel caso delle Brigate rosse la decisione dello stato è cruciale nel loro ottenere o no quello che vogliono; nel caso di Berlusconi no. Il salvacondotto di cui parli se lo può prendere benissimo da solo. Si tratta in questo caso di evitare che prendendosi il salvacondotto generi un’ingiustizia e una sofferenza enormemente più grande a quella che concerne il suo caso personale. La seconda ragione è che una delle più importanti ragioni per non pagare un riscatto ai terroristi è che questi utilizzerebbero certamente quel riscatto per organizzare altre azioni terroristiche. In questo caso non abbiamo niente di tutto questo. Offrendo questa strada a Berlusconi non si aumenta il suo potere: si evita che possa usare il potere che già ha per darsi comunque l’immunità – non gli serve mica il Pd – distruggendo le speranze di giustizia di centinaia di persone.

    A Raffaella rispondo che, come ho scritto nel pezzo, sono assolutamente dell’idea che D’Alema e con lui la classe dirigente del centrosinistra degli ultimi quindici anni ha enorme responsabilità nella formazione di questo clima di continuo sospetto. E dico a entrambi che – forse non sono stato abbastanza chiaro nell’ultima parte del post, ma mi sembra di averlo detto – io non ho un’opinione definita sulla proposta di D’Alema. Non sono “pro-inciucio”, né contro: non lo so. Dico che è una cosa molto più complicata di come sembra, che non può essere liquidata con una frasetta oltranzista e che molte delle motivazioni che vengono addotte per rifiutare sono inconsistenti ove non addirittura false – vedi le leggende metropolitane sulla Bicamerale, che Berlusconi affossò proprio perché tutto avrebbe fatto tranne che salvare Berlusconi.

    Ciao, Francesco.

  4. Raffaella Petrilli

    Proprio perché questione complicata ne stiamo parlando, e non la ridurrei a fatto di parole o di battute mordaci.

    Sulla prima parte della tua risposta osservo che non sarei così sicura che Berlusconi possa prendersi da solo quello che vuole. Un po’ di malumore, mi sembra, gira pure dalle sue parti, e per lui non è così facile ignorarlo. Anche perché gli sarebbe e difficilissimo far accettare a parti del suo pdl, all’opposizione e al Paese intero la messa al macero proprio di quei processi importanti!

    Che il PD corra in suo soccorso mi sembra semplicemente folle.

  5. ho provato a partire da questa “polemica invernale” per azzardare qualche astrazione. Per gli interessati basta seguire il link

Lascia un commento

Subscribe without commenting