L’inciucio, il compromesso e i conti con il consociativismo

di Marco Campione

La polemichetta invernale scatenata dalle parole di D’Alema sull’inciucio ha suscitato un dibattito nella cosiddetta blogosfera a tratti interessante. Come mi accade sempre più spesso, non intervengo nella polemichetta, ma provo a trarne qualche insegnamento più generale. Potrei citare molti post usciti in questi giorni. Ne linko due: il primo è quello di Francesco Costa, perché è – come di consueto – molto ben scritto e perché evidentemente sto attraversando una fase “costiana” e dunque lo adoro in modo particolare; il secondo è quello di Marco D’Angelo perché è tra quelli meglio argomentati che ho trovato, nonché particolarmente paradigmatico e dunque più adatto a fare considerazioni più generali, che come ho detto è il fine di questo post. Leggeteli (se non lo avete ancora fatto) e poi ripartiamo da lì.

Letti? Bene, proseguiamo. Partirò proprio dalla risposta di Francesco a Marco, dove si ribadisce che “l’utilizzo del termine inciucio è del tutto improprio, e lo stesso D’Alema lo ha fatto in modo esplicitamente provocatorio”. Quanto Francesco – per esercizio retorico, credo – fa finta di non sapere è che per Marco (qui usato – lo ripeto – come typos: leggetevi i commenti da Francesco per avere un’idea del quadro generale) l’assunto di partenza è che “compromesso” e “inciucio” siano la stessa cosa. Ovvero, paradossalmente, Marco dà ragione al D’Alema che afferma che ci sono persone (alcune in buona fede come Marco, altre meno) che considerano “compromesso” (oggi con Berlusconi, l’altro ieri con De Gasperi, ieri con Andreotti o Craxi, domani chissà) un sinonimo di “inciucio”, una cosa sempre e comunque sporca, cattiva, ignobile: tutte categorie, se ci riflettete un attimo, che poco o nulla hanno a che fare con la politica, ma questa è un’altra storia.

Se vogliamo discuterne seriamente e a prescindere dalla polemichetta invernale suddetta, credo che molto dipenda dal fatto che un pezzo di sinistra italiana non ha ancora fatto pienamente i conti con quello che è stato chiamato “consociativismo” e con il giudizio storico che si dovrà dare di quella fase. E se proseguiamo con la generalizzazione, siamo di fronte – a mio modesto parere – all’ennesimo danno fatto dalle modalità sbrigative e prive di qualsiasi revisione critica, frettolose e prive di qualsivoglia fondamento culturale e ideologico, con le quali si è arrivati a archiviare (ma forse il verbo giusto sarebbe liquidare) il PCI e la sua storia.

Allora si preferì non discutere perché era comodo a tutta quella classe dirigente non farlo, ma oggi? Oggi un pezzo di quella classe dirigente è ancora qui, vero, ma gli altri? Noi altri? A proposito di coloro che già c’erano, i perpetui: mi piacerebbe si richiamasse D’Alema a quelle responsabilità, a quei peccati per omissione, più che a quelle improbabili alle quali viene richiamato dalla Bicamerale in poi: ribaltoni, inciuci, crostate o – per chiamarla con il suo vero nome – intelligenza con il nemico, il peggiore dei tradimenti.

Senza scomodare interpretazioni psicanalitiche sul rapporto con la propria storia, D’Alema e gli altri della sua generazione e di quella precedente, che governarono quella transizione, avevano interesse a non fare i conti con il proprio passato, ma ripeto la domanda: e la nostra di generazione? La mia e quella di Marco (siamo quasi coetanei, credo) perché non riesce a fare i conti con quel pezzo di Storia italiana? Cosa ci impedisce di analizzare con più distacco cosa è stato quel periodo, quel modo di fare politica?

Ovviamente il riferimento è solo culturale, visto che allora il PCI agiva in una democrazia bloccata e oggi così (ancora) non è. La cosa che mi preoccupa è che sembra a volte che la si rimpianga quella democrazia bloccata. O meglio: l’immagine distorta che ci è stata tramandata anche a causa delle omissioni di cui sopra. Molti di noi sembrano rimpiangere quell’idea di un PCI altro da tutto, che non si è mai sporcato le mani con “il peggior partito socialista d’Europa” e “quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi” per dirla con un Poeta prematuramente scomparso. Che però scriveva canzoni, non analisi storiche.

Rimpiangono quella alterità o – meglio – l’immagine idealizzata di quella alterità e pretendono che la faccia propria oggi il Pd, quando a ben vedere non apparteneva nemmeno al PCI, se non – come ci ricorda anche Cundari su Il Foglio – nella sua fase terminale (dal fallimento del compromesso storico alla morte di Berlinguer: ma riflettete, parliamo di soli cinque anni). Pretendono dal Pd un atteggiamento da “radicalismo azionista” che in estrema sintesi si riduce alla rinuncia all’assunzione delle proprie responsabilità.

Inizierei a riflettere sul fatto che se i perpetui non li riusciamo a cacciare, se il padre non lo riusciamo ad uccidere, forse è anche perché uccidere il padre implica una assunzione di responsabilità che non è da tutti: significa avere la capacità, la volontà e il coraggio (sì, il coraggio!) di diventare adulti.iMille.org – Direttore Raoul Minetti