Le riforme? Si fanno in Parlamento

L’intervista dell’Unità a Ivan Scalfarotto

Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Partito democratico, interviene nel dibattito sul dialogo e le riforme con un dubbio radicale: «Non capisco davvero – dice – quale sia la novità politica che ha dato la stura a tutta questa discussione. Eravamo rimasti al discorso di Berlusconi a Bonn durante l’assemblea dei popolari europei: un durissimo attacco alle fondamenta stesse della Repubblica. Poi c’è stato il gesto di un folle, un gesto vile e osceno, che però proprio non si capisce come possa spostare i termini del confronto. Allora domando: qual è la novità su cui si fonda questa discussione attorno al dialogo? Cosa trasforma Berlusconi dal tribuno di Bonn al padre della patria col quale fare le riforme di cui il Paese tanto ha bisogno?»

Fatto sta che il tema è all’ordine del giorno. La parte del Pd considerata più “dialogante”, D’Alema tra tutti, fa questa considerazione di buon senso: la sfida va accettata, perché si rischia di dare al Pdl la possibilità di dire: le riforme le avremmo fatte, ma loro non hanno voluto…

«Sì, parole di buon senso per dare sostanza alle quali basterebbe che la maggioranza mettesse il Parlamento nelle condizioni di funzionare, al contrario di quanto il governo ha fatto finora. I problemi del paese sono noti: non c’è solo la giustizia ma c’è, prima ancora, il problema di milioni di giovani precari che non hanno né diritti né dignità. La scuola che langue. La crisi economica, la quarta settimana. Il fatto è che il problema di oggi è un altro. È che il “dialogo” dovrebbe avvenire tra gli stessi gruppi dirigenti che hanno già provato a metterci mano più volte in passato, fallendo. Perché mai l’opinione pubblica dovrebbe crederci ora?». Già. Ma il problema è che Berlusconi le elezioni le ha vinte, e anche di recente… «Non c’è dubbio. Ma il fatto che Berlusconi sia stato eletto non cancella l’anomalia assoluta che egli rappresenta nell’ambito delle grandi democrazie occidentali. Il consenso non è un lavacro che cancella il conflitto d’interessi, le pendenze giudiziarie o gli attacchi agli altri poteri dello Stato».

Quindi lei ritiene che sia del tutto inutile aprire il confronto?

«Al contrario, dico che confrontarsi è la prassi normale di ogni democrazia e che esiste il luogo dove svilupparlo: il Parlamento. E’ là che il “partito dell’amore” potrà dar prova della sua esistenza effettiva. Altro che amore, comunque. Finora è mancato il rispetto: per le istituzioni e anche per le persone, considerato che questo è un Paese nel quale ormai razzismo, sessismo e omofobia la fanno da padroni. E quanto al merito del confronto, Cicchitto è stato chiarissimo: ha sostenuto che le leggi ad personam non sono tali. C’è altro da aggiungere?» Che il confronto deve avvenire nel Parlamento è quanto dicono tutti nel Pd. Davvero è difficile spiegare quale sia il tema del contendere. Si ha l’impressione che esiste una forma di diffidenza, di sospetto… «Guardi che anche le storie politiche e personali hanno un peso. Il problema del Pd è che è un partito nuovo ma con una classe dirigente che è la stessa da vent’anni. Il partito democratico americano, che è il più vecchio partito politico del mondo, è più capace di innovazione del nostro che pure è appena nato. Guardiamo alla riforma sanitaria negli USA e riflettiamo».

Ma il congresso si è appena concluso e il popolo del Pd ha scelto

«Non voglio certo mettere in discussione i risultati del congresso, ci mancherebbe. Ma constato che lo spazio a energie nuove non è stato dato davvero neanche nell’ambito della mozione vincente. Per esempio, in Veneto la candidatura di Laura Puppato, che pure ha sostenuto Bersani, ancora stenta a decollare. Il compito di una classe dirigente sarebbe preparare la propria successione e mi pare che questa non sia una priorità. Inoltre si stanno dando messaggi contraddittori all’elettorato…»”

Parla delle regionali, naturalmente

«Sì. E della Puglia e del Lazio in particolare dove, per non voler usare lo strumento che è nel nostro Dna, cioè le primarie, tutto si è ridotto a una battaglia sulle persone, con in più quest’alleanza ballerina con l’Udc che ci porterà a sostenere tutto in certe regioni e il contrario di tutto in altre. Con buona pace della partecipazione e del contatto coi territori: le ragioni principali per le quali siamo nati come partito. Non può stupire poi la confusione e lo smarrimento dei nostri militanti e dei nostri elettori che non capiscono cosa stiamo facendo».

Lei è vicepresidente in “quota Marino”. Pensate di continuare a esistere come componente anche dopo il congresso?

«Il nostro 15 per cento, raccolto su temi forti e considerati “di nicchia” come i nostri, è stato io credo l’elemento veramente caratterizzante lo scorso congresso. Nel futuro ci saremo, certo. Continuando a portare l’attenzione del partito sulle idee e non sui personalismi, sui grandi temi della contemporaneità e non sul piccolo cabotaggio: i diritti civili, la riforma del mercato del lavoro, il no al nucleare, la rete, l’Europa… Non mi piace parlare di “componente”; preferisco parlare di proposte chiare e coraggiose per i bisogni del paese. Questo è ciò che dovrebbe fare il Pd: leggere la realtà del paese, anche quando non ci piace o addirittura ci sorprende, e fare proposte chiare e radicalmente alternative per governare quella realtà. Visione e leadership, è con questi due elementi che la destra si può finalmente, e in modo non episodico, sconfiggere».iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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