Invece di pubblicare il solito post sentenzioso, il gruppetto iMille-energia ha pensato questa volta, di fronte al rischio di fallimento che si sta profilando a COP15, di mettere in linea un pezzo della nostra riflessione interna, così come si è svolta in mailing list, quindi senza filtri e spesso con poca precisione scientifica e una certa prolissità, togliendo solo le parti puramente “di servizio”, di nessun interesse per un lettore.
Forse tutto il nostro dibattere servirà a poco. Ma noi ci ostiniamo a credere che una nuova politica energetica e climatica sia davvero il punto dal quale dovrebbe partire una nuova credibile politica della sinistra del nuovo millennio.

(foto da BeEcologista.it)
Corrado
Ho un problema che vorrei sottoporvi. Ritengo che noi qui siamo tutti convinti che il cambiamento climatico antropogenico sia una realtà, e siamo pure convinti che siamo vicini al picco del petrolio, e che per di più ci siano in prospettiva significativi problemi di disponibilità di molte risorse, anche minerali. Possiamo avere diverse opinioni circa i dettagli, circa i tempi di certi processi, possiamo essere più o meno catastrofisti o più o meno fiduciosi che tali processi siano tutto sommato ancora governabili e reversibili. Ma nella sostanza concordiamo con l’idea che bisogna pilotare il mondo verso le rinnovabili per due motivi convergenti: il principio di precauzione rispetto al cambiamento climatico, e la necessità di sostituire fonti fossili in via di esaurimento, per poter sostenere una crescita sufficiente a mantenere una società industriale e a distribuire meglio le risorse.
Questo significa che è facile per noi (si fa per dire…) proporre ricette di politica industriale e della ricerca a livello nazionale: sappiamo a grandi linee cosa si dovrebbe fare e sarebbe anche utile occuparsene in modo più dettagliato, individuando risorse e tecnologie e mix necessari e convenienti per l’Italia.
Però, dato che sappiamo che il problema è globale, dovremmo anche avere un’opinione sul da farsi a livello globale. E qui mi sembra che tutti noi – e mi sembra anche il PD, la sinistra europea ecc. – siamo piuttosto confusi e non andiamo alla radice del problema. A livello globale, schematizzando al massimo, si incrociano due problemi: l’imperialismo e il colonialismo percepiti come colpe da scontare per i paesi sviluppati, e come scusa per non fare niente per i paesi emergenti e per quelli poveri; la persistenza e resistenza, anche dopo l’esplosione della crisi finanziaria mondiale, del pensiero unico neoliberista e dell’egoismo breveperiodista del potere economico, che continua a puntare alla crescita economica e finanziaria per le vie più facili e meno sostenibili.
Ma, alla fine, qual’è la soluzione giusta? Si fa presto a fare discorsi generici di solidarietà, a dire che tutti devono fare la loro parte, che i Paesi ricchi devono finanziare generosamente la transizione energetica dei poveri, ecc. Perché in mezzo ci sono i Paesi emergenti che poveri non sono (come ho letto oggi, sarebbe paradossale che gli USA debbano chiedere denaro in prestito alla Cina per finanziare la lotta al cambiamento climatico… in Cina). Perché la crisi finanziaria globale ha già modificato le forze in campo, e non è detto che – letteralmente – ci siano abbastanza risorse per farlo.
Concludo con alcune domande provocatorie e un pò alla rinfusa:
è “giusto” che la popolazione attuale dei Paesi ricchi finanzi la transizione energetica dei Paesi poveri (e/o emergenti) perché le popolazioni passate dei Paesi ricchi si sono fatte governare da colonialisti ed imperialisti?
Se non è giusto, conviene comunque farlo?
Si può fare qualcosa, diverso dai divieti a procreare, per accelerare la transizione demografica nei Paesi poveri, in analogia con quanto è successo da noi? Non è che accelerando tale transizione, per caso, si potrebbero ottenere risultati migliori, dal punto di vista della sostenibilità energetica, rispetto a chissà quante pale eoliche costruite in Danimarca?
Come si fa a far pagare le responsabilità soggettive evidenti di molta della classe dirigente dei Paesi poveri, corrotta e a volte criminale, e contemporaneamente aiutare quei Paesi nella transizione energetica?
Dobbiamo o no prepararci ad accettare una riduzione dei nostri consumi, o dobbiamo continuare a puntare alla soluzione tecnologica alla crisi energetica e climatica? Insomma, c’è qualche elemento di ragionevolezza nella “decrescita felice”?
Il cap and trade non rischia di fornire nuova benzina alla leva finanziaria, che tanti danni ha provocato all’equilibrio economico?
Paolo
Sulla questione demografica vorrei segnalare un grafico, il terzo di questa pagina, che dimostra in maniera equivocabile che se la ricchezza aumenta oltre un certo livello il tasso di fertilita’ delle donne scende sotto il numero magico di 2.1 figli per donna, che garantisce stabilità alla popolazione mondiale. Sul tasso di fertilità se ne sentono dire di cotte e di crude ma questo grafico dimostra che un modo per diminuire la crescita di popolazione mondiale c’è ed è quello di portare la ricchezza di ogni essere umano adulto oltre i circa 10.000 US$/annui. Naturalmente questo può scontrarsi catastroficamente con le politiche ambientali, ma fino ad un certo punto se si adottassero modelli di sviluppo energetico del tipo paventato dal più volte citato lavoro di SciAm. Io non sono in grado di dire cosa questo significherebbe in termini di produzione e sfruttamento delle risorse, ma mi sembra che quel grafico dimostri in maniera inequivocabile – cosa rara in questi frangenti – che la soluzione al problema della sovrappopolazione esiste ed è in qualche modo realizzabile. Il fatto è che quando la ricchezza individuale cresce al di sopra di un certo limite, non conviene più fare un grande numero di figli per aumentare le probabilità che almeno uno di essi sopravviva. Piuttosto conviene generarne uno o due e concentrare tutte le proprie risorse su questi. A pensarci bene è esattamente il ragionamento più o meno inconscio che ho fatto sia io che molti dei miei amici. O no? Poi quando si passa una certa soglia si hanno abbastanza risorse da poter garantire la sopravvivenza e il benessere di un numero di figli crescenti. Quello che io chiamo “effetto Pitt-Jolie” e che nell’articolo di Economist viene esemplificato dal fatto che nei Paesi più ricchi si è notata una crescita improvvisa del tasso di fertilità femminile.
Un altro elemento che mi viene in mente è l’istruzione. E’ vero e verificato che un livello di istruzione elevato per le donne (e anche di rispetto dei loro diritti fondamentali) è la formula magica per la riduzione delle nascite. C’è un area dell’India dove tutte le donne hanno ricevuto un tasso di istruzione medio alto. Ebbene, in quella zona il tasso di fertilità femminile è 1.7, molto meno che in tutto il resto del Paese. Questo quadro è comune a tutto il mondo.
Carlo
Quale è la visione che una forza di governo europea dovrebbe avere del problema? Dopo aver letto la tua mail e quella di Paolo mi è venuto da chiedermi se una parte della soluzione non possa essere legata al trasferimento della produzione di energia pulita ai paesi in via di sviluppo.
Grandi impianti di solare termico nelle aree desertiche del pianeta potrebbero produrre l’energia di cui i paesi sviluppati hanno bisogno e allo stesso tempo contribuire alla riduzione del gap tecnologico.
Questa ridislocazione geografica della produzione energetica potrebbe/dovrebbe contribuire a diminuire il divario economico con le
conseguenze di cui parlava Paolo.
Giorgio
Tre considerazioni brevi
1) hai ancora un pensiero con sfumature colonialiste, e guardi dall’altro in basso i paesi in via di industrializzazione. Ero a Capoverde la settimana scorsa ed il paese è 46mo nell’indice di corruzione mondiale, l’italia è 63ma!
2) una soluzione non esiste! tante problematiche tante sfide, tanti differenti percorsi. Mi sembra finalmente positivo che il mondo si stia interrogando seriamente sulla direzione da prendere. è dal secolo XVIII che ci dicono che l’egoismo personale porta a vantaggi collettivi. Marx ha provato a dire che era una balla ma i suoi seguaci han fatto anche peggio. Da poche decine di anni che noi *ricchi* tocchiamo con mano le esternalitá. Solo da ieri tutto il mondo è connesso in rete.
3) Comunque se c’è una cosa che l’Europa fa, ha sempre fatto, e continua a fare è sostenere politiche di sostenibilitá (pur con le sue contraddizioni), sia dentro che fuori dei suoi confini. Dentro e fuori le Nazioni Unite.
Se l’Unione Europea non esistesse il mondo sarebbe definitivamente fottuto! (scusate il francese)
Gianluca
Come primo punto, non credo nelle possibilità della “Decrescita”. Essa è contraria alla natura umana.
Inoltre il problema non sono tanto i paesi industrializzati (l’Europa sta dimostrando che delle riduzioni anche sostanziali sono possibili, gli USA seguiranno), ma lo sviluppo economico dei paesi emergenti.
Senza pagamenti da parte dei paesi industrializzati (responsabili storici dell’aumento delle emissioni) questi paesi non agiranno. Ed è chiaramente immorale negargli lo sviluppo che noi “ricchi” abbiamo potuto avere.
Quindi se l’obiettivo è ridurre le emissioni del 50% ad orizzonte 2050 (obiettivo dedotto dalla necessità di stabilizzare la concentrazione di CO2), il punto è: come fare per avere l’accordo e l’azione dei paesi emergenti? La risposta (la sola) è attraverso degli aiuti finanziari (e tecnologici).
Ora 2 forme di sostegno finanziario sono possibili:
a/ (come nel caso di Kyoto) finanziamenti privati da parte delle imprese dei paesi Annex 1 per realizzare progetti nei paesi emergenti (progetti che generano certificati che le imprese stesse possono usare a fronte delle loro emissioni nei paesi industrializzati);
b/ trasferimenti finanziari diretti (piu’ adatti ad esempio per opporsi alla deforestazione), ad esempio da Stato a Stato.
Il sistema di Kyoto è “datato”. Mi spiego. Kyoto è figlio degli anni ’90, di un mondo Nord/Sud che non è più quello attuale. Nel protocollo di Kyoto i paesi emergenti hanno l’opzione di accogliere progetti (e quindi finanziamenti dei paesi industrializzati), ma nessun obbligo. E tra i paesi Non-Annex 1 ci sono paesi che oggi si ha difficoltà a considerare oggi come in via di sviluppo. Esempio: Corea del Sud, Cile, Emirati Arabi, Israele, la Cina stessa…
Quindi è improponibile continuare sulle stesse basi per tutti i paesi Non-Annex 1.
Per i “less-developed countries” (Africa Sub-sahariana, Indocina, etc), uno schema tipo Kyoto è possibile. Ma per i paesi emergenti più sviluppati, una formula di impegno (ad esempio basata sull’intensità CO2 invece che sulle emissioni oppure degli schemi settoriali) deve essere trovata.
Ed è su questi punti (finanziamenti privati e pubblici, differenziazione tra i Non Annex 1) che le trattative a Copenhagen sono per ora incerte.
Ed è per questo che nell’introduzione del mio intervento la settimana scorsa ho sottolineato l’importanza “di una dichiarazione politica firmata da tutti i partecipanti che fissi gli obiettivi di riduzione delle emissioni a lungo termine (-50% nel 2050), al fine di fare emergere una visione comune a livello globale”.
Il seguente punto “politico” fondamentale è:
Come permettere uno sviluppo economico internazionale riducendo le emissioni, vale a dire come sviluppare una Low-Carbon Economy (ed Energy in particolare)?
Efficienza e Rinnovabili certo, ma la mia opinione è che non siano sufficienti.
Efficienza certo, ma come detto prima, il problema fondamentale è l’aumento dei consumi nei paesi emergenti, non la riduzione in quelli industrializzati.
Rinnovabili certo. Ma temo che il modello attuale che definirei dello “small is beautiful” (una pala qui, due fotovoltaici li), sia insufficiente oltre che molto oneroso. Sono invece molto a favore dello sviluppo di grandi unità centralizzate laddove vi siano i “giacimenti” disponibili (offshore wind nel Mar del Nord, Biomasse in Scandinavia, idroelettrico nei Balcani, solare termico nel Sahel, etc).
Cosa resta?
CCS – Carbon Capture and Sequestration. Interessante e promettente. Ma attenzione è soprattutto una nuova leva di crescita per le imprese petrolifere. Spendere tanto denaro pubblico in sovvenzioni che andranno a giganti tipo Eni o EON mi mette un po’ in preoccupazione.
Nucleare. Non vedo come si possa evitare. Mi sono già espresso un anno fa su come poterlo fare, cioè attraverso strutture pubbliche. So che il dibattito è spinoso e non è probabilmente il momento di farlo.
Quindi, riassumendo, l’obiettivo puo’ essere raggiunto solo attraverso un’azione congiunta di tutti Paesi e utilizzando tutte le tecniche possibile, efficienza, rinnovabili, nucleare e CCS.
Corrado
Riprendo le fila di questo scambio di opinioni sui “fondamentali” di Copenhagen.
Alcune risposte alle domande che avevo fatto all’inizio sono arrivate. Grazie.
In particolare, Giorgio supera agevolmente la mia doppia domanda sulla giustizia e sull’opportunità del finanziamento dai Paesi ricchi ai poveri, con l’acuta osservazione sull’”egoismo oggettivamente altruista” della vulgata liberista, e sul ruolo inevitabile – e per fortuna – dell’Europa. Concordo. La realtà è che è giusto e inevitabile che l’Europa provi a guidare la danza della transizione energetica. Ma proprio per questo, aggiungo, non si tratta di essere più o meno “colonialisti” a fin di bene, ma di capire a fondo il perché i Paesi poveri e quelli emergenti continuino ad insistere duramente sul rinnovo di Kyoto dopo il 2012. E di vedere cosa fare di conseguenza.
Su questo Gianluca ha astrattamente ragione nella sua disamina sulle possibili politiche che dovrebbero uscire da COP15, perché è chiaro che il nuovo accordo non può basarsi più su soli due gruppi di paesi, ma appunto su tre – sviluppati, emergenti, poveri. Tuttavia, forse il modo per non far fallire la trattativa potrebbe essere comunque accettare di proseguire con i vincoli di Kyoto – che riguardano solo i Paesi sviluppati – perseguendo una strategia di “ampliamento” di tali vincoli e non di loro sostituzione. Proprio per non dare alibi a chi, fra gli emergenti, di fronte alla necessità della crescita, cerca scuse di ogni tipo per evitare di vincolarsi.
Mi piace molto l’idea di Carlo, che peraltro mi sembra coincidente con quanto sembra proporre Steven Chu: concentrare la produzione di rinnovabili nei Paesi poveri, come specifico volano di sviluppo.
Sulla questione demografica, da statistico demografico quale sono, mi permetto di modificare un poco le correlazioni ipotizzate da Paolo sulla scorta dei grafici dell’Economist. Le determinanti della riduzione della fertilità e quindi della convergenza demografica sono fondamentalmente il livello di istruzione degli uomini e delle donne da un lato, e il modello sociale di famiglia con particolare riguardo alla gestione della eredità e al ruolo delle donne, dall’altro. Ovviamente, a sua volta, il livello di istruzione è legato al reddito di un Paese, quindi ai fini del nostro discorso, non cambia molto: è sicuramente vero che l’aumento del reddito può bloccare la crescita della popolazione mondiale (e poi, pian piano perché altrimenti ci troveremmo in un orribile mondo di vecchi brontoloni, ridurla almeno un pò). Si tratta quindi di per se un modo assai semplice di ridurre le emissioni di CO2 (e in generale la pressione antropica sull’ambiente). Quindi, più reddito pro capite – sottolineo pro capite – significa in prospettiva meno CO2.
Sottolineo “pro capite”: è questo l’aspetto del discorso che continua a darmi mal di pancia filosofici. Gianluca dice che non crede alla decrescita perché è contro la natura umana e, giustamente, segnala che il problema è la crescita dei poveri, non la decrescita dei ricchi. Il ché però mi pare che ci dica:
1) che comunque, se forse non è c’è un problema di decrescita “assoluta”, i limiti fisici delle risorse, uniti alla richiesta di crescita dei paesi poveri, richiedono probabilmente un qualche tipo di decrescita localizzata nei paesi ricchi. Qualcosa che somiglia più all’austerità berlingueriana che alla decrescita alla Latouche. Ma comunque una cosa che richiede scelte politiche e di vita non facili.
2) che, vista l’esperienza recente del sistematico aumento delle diseguaglianze fra e nei Paesi, una credibile politica per combattere il cambiamento climatico è anche – e forse sopratutto – una politica per la redistribuzione del reddito.
3) che nei Paesi sviluppati prevalgono governi di destra – con l’importante eccezione di Obama – non particolarmente sensibili all’idea della redistribuzione del reddito.
Ancora più a fondo, a me che ho una conoscenza della fisica limitata ai ricordi del liceo scientifico, questa faccenda dell’entropia e del secondo principio della termodinamica, e quindi dei limiti fisici delle risorse, continua a porre problemi. Insomma, la decrescita sarà pure impossibile, ma anche la crescita infinita ha qualche problema. Essenzialmente, sono convinto che non bisogna confondere quantità e valore, e quindi sono convinto che ci può essere crescita della ricchezza monetaria e dei redditi senza una pari crescita fisica dei beni consumati (è la storia del passaggio dall’agricoltura all’industria ai servizi, dello sviluppo dell’economia dell’immateriale). Mi convince abbastanza l’idea della doppia freccia del tempo proposta in questo libro. Tuttavia, l’idea stessa del picco del petrolio e dei materiali implica che ci siano limiti invalicabili. In fondo, la terra non è infinita…
Giorgio
Corrado, a proposito di popolazione ed emissioni, leggi qui.
Filippo
Alcune considerazioni fin qui, viste con gli occhi di chi lavora nell’industria:
1) concordo sul fatto che vada superato l’attuale raggruppamento in due blocchi – paesi ricchi, paesi emergenti/poveri. Oramai la suddivisione in tre blocchi è matura: paesi industrializzati, emergenti e poveri. Ognuno con
diritti/doveri diversi. Sviluppo ed emissioni di Cina e India non sono certo paragonabili a quelli del Nepal.
2) molti beni di consumo hanno oggi un bollino “efficienza energetica”, indicante la classe di consumo. Al suo fianco, trovo che un bollino “impatto sulla scarsità dei materiali disponibili” sia cosa intelligente.
3) trovo molto giusto ed interessante, come dice Giorgio, che il problema energetico-ambientale sia visto in modo globale del mondo. è vero, gli sforzi per risolverlo sono ancora disordinati, gli accordi problematici. Tuttavia il problema è conosciuto nei quattro angoli del mondo, senza frontiere, e visto come un impegno sovranazionale. Mi piace pensare di essere di fronte ad un primo passo nel superamento delle socialdemocrazie nazionali, attualmente lo scoglio attuale delle sinistre europee e mondiali. Personalmente credo anche internet sia stato e sarà un giocare non secondario, con buona pace di chi cerca di fermare la marea con muretti-bavaglio.
4) il trasferimento di tecnologie ad alta efficienza è un formidabile volano di benessere sociale, che conviene a tutti. A noi paesi ricchi conviene implementare soluzioni ad alta efficienza per spendere meno e vivere meglio. Ai paesi poveri/emergenti conviene implementare le stesse soluzioni ad alta efficienza per godere di maggior benessere (una casa “vecchia” e mal isolata richiede più combustibile e avrà una temperatura più bassa d’inverno).
Ecco, dal punto di vista industriale l’asino casca purtroppo sul punto 4. Per dirla in modo spiccio, ricerca e sviluppo costano. Assai. Trasferimento tecnologico dei prodotti di punta nei paesi poveri/emergenti non vuol dire solamente inviare i prodotti tecnologicamente avanzati in quei paesi. Vuol dire trasferire il know-how, cioè quel che le aziende custodiscono anche più gelosamente dei soldi – essere detentori del know-how fa sí che oggi si vende un prodotto e domani si sia gli unici che sono in grado di immettere sul mercato la nuova versione). Trasferire di botto il know-how rischia di devastare il sostrato aziendale dei paesi ricchi in pochi anni, con tanti saluti ad aiuti sociali, sanità pubblica e via discorrendo.
Gianluca Baccarini, Carlo Buontempo, Paolo G. Calisse, Giorgio Gualberti, Corrado Truffi, Filippo Zuliani
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




