Il nostro prossimo futuro

di Alessandro Iovinelli

Foto per post sul futuro
In Controtempo, l’ultimo racconto del Tempo invecchia in fretta (Feltrinelli, 2009), la nuova (stupenda) raccolta di Tabucchi, il protagonista decide di abbandonare il mondo e assumere il ruolo di guardiano in uno sperduto monastero nell’isola di Creta. La narrazione ha un salto temporale, allorché – alcuni anni dopo – gli appaiono davanti due giovani escursionisti, ai quali rivolge ansioso l’interrogativo: «Cos’è successo dal 2008?»

Il quesito assume un valore drammatico per il lettore che conosce quanto abbia pesato nella scelta compiuta dal personaggio di uscire dalla storia il fatto di aver sfogliato poco prima di quella rottura un libro, nel quale – sotto il titolo Le grandi immagini del nostro tempo – erano raccolte alcune delle foto più drammaticamente celebri del Novecento: da Hiroshima 1945, fino Abu Ghraib 2004, passando per i massacri in Viet Nam, le stragi in Cambogia, il colpo di stato in Cile, ecc. Quasi che solo l’orrore fosse ciò che resta nella storia umana.

Nel racconto di Tabucchi il salto del tempo ci ha spinto nel 2028 – e dunque la visione del futuro sottintende l’angoscia per il semplice sospetto che quel che di terribile si è compiuto in passato debba necessariamente riprodursi in avvenire.

Nel romanzo di Veltroni, Noi (Rizzoli, 2009), l’ultimo dei quattro blocchi narrativi di cui è composto salta il presente ed è ambientato nel 2025.

Il mondo è molto cambiato da quello che abbiamo conosciuto, a cominciare dal clima letteralmente impazzito – a Roma la neve è abituale come pure gli improvvisi sbalzi di temperatura.

È una «società veloce e solitaria» non molto diversa dall’unidimensionalità preconizzata da Marcuse negli anni Sessanta. La durata della vita media si è allungata, molte malattie sono scomparse e si muore solo di vecchiaia. Un’età, questa, che viene negata e respinta, giacché gli ultracinquantenni non hanno più voglia di invecchiare, ma sottopongono i loro corpi alla chirurgia estetica secondo un programma di massa, il “body design”: «Lo stereotipo della bellezza era rispettato e la scienza aveva dischiuso al genere umano la possibilità di essere, all’esterno, impenetrabile dal tempo». Ed è una società laddove le nuove generazioni sono formate da figli unici che si devono confrontare con genitori annoiati dalla loro presenza. Questo è il fenomeno dominante: famiglie divorziate, in cui si susseguono i nuovi partner dei genitori, con i quali i figli, cresciuti da soli, non fanno nemmeno in tempo a familiarizzare perché «arrivano, qualche settimana di smancerie, mettono i piedi sul divano mentre vedono i film su maxischermo e poi se ne vanno a portare il loro spazzolino da denti in un altro appartamento».

Veltroni osserva: «La famiglia era esplosa, la società aveva spostato il suo baricentro esclusivamente lungo le ragioni e i desideri dell’individuo. I rapporti umani erano diventati funzionali solo all’appagamento del singolo. Il bisogno di quell’istante, fosse una settimana o un mese. E gli altri erano puramente strumentali a questo obiettivo. La vita e le relazioni tra le persone si consumavano, non si progettavano, né si costruivano. Le persone si lasciavano e si prendevano con grande facilità, come in una bulimia di affetti. Sembrava come con le porte girevoli di un albergo. La vita di ciascuno era sagomata sui propri desideri, non sulla relazione con il prossimo. Tutto era fatto per soddisfare se stessi, tutto era personalizzato.»

L’orizzonte pubblico della vita quotidiana è andato perduto: tutti gli acquisti si fanno online, perfino quando si tratta di vestiti, perché tanto se ne può fare la prova virtuale senza neppure spostarsi da casa. Intanto il centro di servizi tecnologici assicura – tramite la connessione in rete – «gli odori nelle stanze, i colori delle pareti, la musica in sottofondo, il paesaggio alle finestre». A scuola i piani di studio sono personalizzati, le classi non esistono più e di conseguenza neppure i compagni di classe. Lo stato ha proibito gli eventi pubblici e le manifestazioni di piazza. L’introduzione di cheap sotto pelle garantisce il controllo sui movimenti di ciascuno: «tutto era consentito, tutto era controllato».

«Vivi ora, vivi per te» ripete una canzoncina sullo schermo in continuazione – secondo la formidabile persuasione occulta dei jingle. E l’universo sociale appare «un mondo di persone spiazzate dalla solitudine che parlano solo si sé, per sentirsi vivi». Questa è l’altra faccia dell’individualismo che marcherà il nostro orizzonte sociale da qui a qualche lustro.

Che cosa se ne può dedurre? Limitiamoci, per il momento, a due considerazioni.

La prima riguarda la rappresentazione della società futura. Il Novecento è stato attraversato da utopie negative – dal Nuovo mondo di Huxley a 1984 di Orwell – le quali paventavano l’avvento di regimi totalitari che avrebbero massificato gli individui. La catastrofe tecno-ecologica si era a un certo punto sostituita nel novero delle previsioni futuribili – si pensi a un bestseller come Il medioevo prossimo venturo di Vacca – soprattutto nella versione dell’apocalissi nucleare. Il Ventunesimo secolo presenta un quadro storico profondamente mutato, nel quale il cosiddetto “pensiero unico” ha dettato il calendario dei problemi, delle contraddizioni e delle nostre angosce. Una società formata da individui ridotti a monadi non è necessariamente una società più libera (e migliore).

La seconda osservazione tocca apparentemente il campo letterario come tale, mentre riveste un significato più generale. Smentendo una delle più sciagurate profezie della Neoavanguardia, non solo il romanzo non è morto, ma il paradigma narrativo sembra l’unico codice cui è consentito nel mercato editoriale di formulare una riflessione sulla società contemporanea e le sue prospettive future. Un’opera come il Saggio sulle classi sociali di Sylos Labini oggi non avrebbe alcuna eco e non oltrepasserebbe il circuito degli addetti ai lavori. Per fare arrivare al pubblico il proprio discorso, è necessario servirsi della forma romanzesca – come mostra di aver capito Veltroni, che infatti ha realizzato un libro di grande impatto e di meritato successo di pubblico. Ma non è il solo: si pensi, per esempio al Sillabario dei tempi tristi di Ilvo Diamanti, che sembra il testo narrativo di un grande moralista, piuttosto che di un sociologo. Ebbene, com’è noto, l’esattezza di ogni teoria (di quelle scientifiche non meno di quelle politiche) si misura sulla sua capacità di prevedere (ed interferire) sulla realtà futura. Il viaggio nel tempo non è più appannaggio della Science Fiction, ma è divenuto – per dirla con Tabucchi – «uno di quei salti di tempo che sono possibili soltanto nell’immaginazione». Dunque non è più una modalità per fantasticare su mondi possibili, bensì la maniera privilegiata per rappresentare chi siamo, o meglio: chi stiamo diventando.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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1 Commento

  1. leonardo.63

    la vita è più duratura è vero ,ma è il modo in cui si vive che fa schifo c’è più violenza più invidia non si accettano consigli dai genitori ha questo punto cosa bisognerebbe fare ,quando sono nato io c’erano altri principi , veri forti e leali ascoltavamo i genitori ,la gente anziana si aiutava, anzi posso dirvi anche sul posto di lavoro ci sono diffamazzioni vergogna

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