di Giulio Vesperini
[Inauguración - Fotos para el recuerdo @Daniel Rodriguez Calvo]
Il disegno di legge di riforma in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario approvato dal governo a fine ottobre, e ora in discussione in Parlamento, presenta perlomeno una serie di punti problematici. Provo di seguito ad esporli in modo sommario.
Anzitutto, bisogna tenere presente che ci sono voluti sei mesi perchè il ddl, da tempo annunciato, venisse portato in consiglio dei ministri e fosse approvato: questo fa pensare che nel governo e nella maggioranza l’accordo sulla linea da seguire fosse complicato.
E fa anche supporre che l’iter di approvazione parlamentare sia tutto altro che rapido: del resto chi andasse a leggere l’intervento del relatore di maggioranza Valditara, nella seduta del 9 dicembre 2009 della commissione Istruzione Pubblica e Beni culturali del Senato, non potrebbe che avere conferma che sono ancora molti, e non secondari, i punti di discussione all’interno della maggioranza. Se a questo si aggiunge che, una volta approvato, il disegno normativo deve essere completato, prima, con la revisione degli statuti universitari (per i quali il ddl prevede un tempo di sei mesi), poi, con gli eventuali interventi ministeriali in sostituzione delle università inadempienti, quindi, con i decreti delegati, per i quali il ddl accorda al governo il tempo di un anno, si può immaginare che la realizzazione di questo complesso apparato non potrà giungere a termine prima di un paio di anni.
Secondo. Proprio il doppio piano previsto per l’attuazione del disegno può creare qualche disfunzione: le università sono chiamate a modificare la propria governance, senza ancora sapere quali scelte il governo, nell’esercizio della delega, compirà su una serie di aspetti molto importanti, quali quelli concernenti la contabilità, l’accreditamento, la didattica, la valutazione ecc. Sarebbe più logico, invece, seguire un percorso inverso: e, quindi, prima definire il quadro delle funzioni delle università e delle regole alle quali queste sono sottoposte e, poi, su questa base regolare l’organizzazione di governo degli atenei.
Terzo: Basta scorrere l’indice del ddl per rendersi conto di quanto questo sia ambizioso e tocchi sostanzialmente tutti i profili dell’ordinamento universitario. Potrà la maggioranza governativa reggere l’impatto di una riforma così profonda? Pare perlomeno da dubitarne, meno per la forza dell’opposizione, più per le divisioni della maggioranza stessa e per la sua prevedibile permeabilità alle influenze esterne delle componenti, accademiche e non, in generale poco favorevoli ad interventi riformatori di tale ampiezza.
Quarto. Il ddl contiene norme di tenore molto diverse tra loro. Alcune sono norme-manifesto: lo è sicuramente quella sulle 1500 ore per i professori, che, più, sembrano indulgere alla vulgata dei “professori fannulloni”, alla pari e forse in misura maggiore degli altri dipendenti pubblici, meno indicare un obiettivo complessivo di organizzazione dell’intera vita universitaria, per la cui effettiva realizzazione il governo confidi di impegnare risorse ed intelligenze.
Quinto. Poi sono riproposte norme già esistenti da tempo (più o meno lungo): è da anni che sono stati introdotti meccanismi di valutazione della didattica da parte degli studenti e i risultati di tale valutazione costituiscono uno dei parametri cui il ministero àncora la distribuzione dei fondi alle università; è già da qualche mese che è stata prevista la norma che condiziona gli scatti stipendiali dei professori alla loro produttività negli ultimi due anni accademici (norma anche questa demagogica, non perché il principio non sia giusto, ma perchè non si è “produttivi” semplicemente se si pubblica, ma anche se si pubblicano cose interessanti per la comunità scientifica di appartenenza e in misura corrispondente al tempo avuto a disposizione). Sarebbe utile, all’inverso, asciugare il testo di norme già esistenti e di quelle”manifesto”per concentrare il dibattito sui punti realmente innovativi che si intendono introdurre.
Sesto punto. Altre norme, invece, prefigurano cambiamenti più profondi. Tra queste,: quelle sulla governance; i concorsi, l’ articolazione delle università (non più su facoltà, ma per dipartimenti). Ciascuno di questi temi merita un approfondimento apposito. Mi limito, però, ad alcune brevi considerazioni su quelle in materia di governance. E’opportuno, come il ddl sembra prefiggersi, rivedere la struttura degli organi di governo dell’Università, differenziarne i compiti, snellirne la composizione. E’ altrettanto opportuno, a mio avviso, che negli organi di governo assieme ai rappresentanti delle varie componenti che operano nell’Università (professori, studenti, personale amministrativo) entrino persone scelte per le loro competenze, al di fuori dell’università stessa: il fallimento del principio dell’autogoverno e la sua degenerazione in autoreferenzialità richiede soluzioni adeguate ai nuovi compiti che alle Università sono assegnate e alle aspettative nuove che si ripongono nelle stesse.
Al tempo stesso, però, è necessario che la normativa si preoccupi, più di quanto faccia il ddl del governo, di evitare tre pericoli: il primo è che queste norme rafforzino il potere monocratico dei rettori, laddove un sistema di checks and balances non può che produrre effetti benefici; il secondo pericolo è di (ri)aprire le porte, specie nelle piccole università, agli esponenti politici locali, giustificando con la retorica dell’ “apertura al territorio”, la penetrazione delle istanze politiche nell’università; il terzo ed ultimo pericolo è quello di un centralismo ministeriale, già favorito dalle emergenze finanziarie, e che in questo stesso disegno di legge trova ulteriori manifestazioni sia nella griglia uniforme proposta per università, pur così differenti tra loro, in ragione delle caratteristiche dimensionali, territoriali, scientifiche ecc, sia nelle scelte riguardanti singoli aspetti, quale quello della prevalenza di dirigenti ministeriali nei collegi di revisione dei conti.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Giulio, ottimo post! Dei 3 pericoli che elenchi alla fine, uno e’ molto sensibile per i politici, ovvero l’introduzione di personaggi nominati dagli enti locali nei CdA delle universita’. Uno scambio che, senza andare lontani, la Regione Toscana ha proposto a Siena Firenze e Pisa in cambio di una iniezione di fondi regionali. Questa bomba va disinnescata prima che le pratiche della lottizzazione diventino routine ANCHE nelle Universita’(dove magari ci sono, ma se ne fregano abbastanza del colore politico).