di Gianluca Baccarini
Cosa aspettarsi dalla Conferenza di Copenhagen che si sta aprendo?
Trattato: la possibilità di un trattato sembrano completamente sfumate.
Accordo politico: l’obiettivo ragionevole – reso più verosimile dalla decisione di Obama di partecipare alle fasi finali della conferenza – è quello di un accordo politico sottoscritto da tutti i partecipanti che fissi gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra a medio termine (2020 probabilmente). Questo accordo politico dovrà poi essere “tradotto” in un trattato giuridico nel corso del 2010.
Dichiarazione politica: la vera speranza è che – oltre all’accordo politico – si trovi anche il consenso su una dichiarazione politica firmata da tutti i partecipanti che fissi gli obiettivi di riduzione delle emissioni a lungo termine. Definire ad esempio l’obiettivo di una riduzione globale del 50% delle emissioni ad orizzonte 2050, rappresenterebbe un ottimo segnale e farebbe emergere una visione comune a livello globale.
Col fine di aiutare a seguire i dibattiti nei prossimi giorni, abbiamo preparato questo post “informativo” con una slide che riassume le posizioni dai vari partecipanti (posizioni espresse pubblicamente dai governi o frutto di stime degli esperti) e qualche elemento di terminologia per chiarire il significato di espressioni anglosassoni comunemente usate nei dibattiti.

Carbon/Emission Trading: compravendita di diritti di emissione e di certificati di riduzione di emissioni.
Queste modalità sono previste dal Protocollo di Kyoto e lo saranno sicuramente nel prossimo trattato che uscirà dalle negoziazioni in corso.
Gli schemi di Trading (cioè di compravendita) possono avere valenza nazionale, regionale (quale l’EU ETS European Union Emission Trading) o internazionale (scambio di certificati CERs – certificati di riduzione di emissioni – prodotti da progetti CDM Clean Development Mechanisms sviluppati nei paese in via di sviluppo).
Cap & Trade: è il metodo di organizzazione piu` comune per gli Emission Trading Schemes nazionali (esempio: Giappone, progetti USA ed Australia) o regionali (EU). Si tratta di definire dei settori di attività sottoposti allo schema ed attribuire agli attori del settore degli obiettivi massimi di emissione (cioè un “cap”) e dei diritti negoziabili (cioè la possibilità di scambiarli, di fare “trading”). Gli attori che riducono le emissioni oltre gli obiettivi loro assegnati, potranno monetizzare i diritti in eccesso, rivendendoli agli attori in deficit.
Come detto, questo è il sistema in vigore in Europa, per le imprese del settore energetico e dell’industria di base (cementifici, siderurgie, etc.). I diritti di emissione sono detti EUAs, European Unit Allowances. Siamo attualmente nella Fase 2 dell’ EU ETS (2008-2012) e le regole per la Fase 3 (2013-2020) sono già definite, anche nel caso di non esistenza di un accordo post-Kyoto.
Anche negli USA la legislazione attualmente in discussione prevede un Emission Trading Scheme con un sistema di Cap & Trade per le imprese pesanti.
Carbon Tax: per i settori economici decentralizzati (quali il trasposto su strada o l’agricoltura) un sistema di Cap & Trade è di difficile applicazione.
E’ pero’ importante per i governi poter dare un segnale di prezzo agli operatori economici, per spingerli a razionalizzare e ridurre le emissioni.
A questo scopo alcuni Stati hanno quindi messo in opera (esempio la Svezia) o stanno elaborando (esempio la Francia) una Carbon Tax che grava sulle attività economiche che emettono CO2.
Il problema della Carbon Tax è che si applicherebbe soprattutto sul consumo di elettricità e di carburanti, che sono prodotti già fortemente tassati. Politicamente è complesso proporre una nuova tassa sulla benzina, o cambiare di nome alle tasse sui prodotti petroliferi!
International Offset (Compensazioni Internazionali): il concetto è che i paesi industrializzati investano in progetti che riducano le emissioni in Stati in via di sviluppo, potendo poi utilizzare queste riduzioni nel raggiungimento degli obiettivi da essi sottoscritti a livello internazionale.
Meccanismi di questo tipo – che sono chiaramente a beneficio dei paesi in via di sviluppo – esistono nel Protocollo di Kyoto. Si tratta in particolare dei CERs utilizzati soprattutto da attori del settore privato (ad esempio da imprese industriali europee al fine di raggiungere i loro obiettivi di emissione in Europa).
E’ probabile che il nuovo trattato aumenterà le possibilità di investimento diretto da parte dei governi dei paesi industrializzati in progetti localizzati nei paesi in via di sviluppo. Questo tipo di investimento diretto sembra in particolare adatto per l’importantissimo settore delle foreste (REDD – Reducing Emissions from Deforestation and Degradation).
(hanno collaborato Paolo G. Calisse e Corrado Truffi)iMille.org – Direttore Raoul Minetti






