di Elena Tebano

(topo @kiki follettosa)
Capita spesso che in questi giorni i pistoiesi, di fronte alle civette dei giornali, si fermino a mormorare con aria sconvolta: “Mamma mia, com’è possibile”. Il caso delle maestre del nido Cip e Ciop che maltrattavano i loro piccoli “ospiti” (paganti) ha sconvolto la cittadina, famosa in Italia e in Europa proprio per la qualità dei suoi asili e della sua educazione ai bambini . E infatti il sindaco Renzo Berti ha annunciato che il Comune di Pistoia si costituirà parte civile nel processo contro le due donne, perché la vicenda, oltre a danneggiare i suoi cittadini, ha recato danno anche a una delle eccellenze locali.
Intanto i genitori dei piccoli vanno in tv a raccontare le storie dei loro figli angariati. E sul web si moltiplicano gli “appelli” a condannare all’ergastolo o alla pena di morte le due maestre aguzzine, oppure a consegnarle “ai genitori dei piccoli”. Fortunatamente l’Italia è ancora uno Stato di Diritto e secondo il nostro ordinamento le due rischiano da 5 a 15 anni di carcere. La domanda ricorrente è perché abbiano fatto quello che sono accusate (con prove schiaccianti) di aver fatto. La proprietaria, martedì scorso, ha chiesto perdono spiegando di essere “malata”. A me, però, più che perché, interessa come sia stato possibile. L’unico che si è posto una questione simile è Eugenio Tassini sul Corriere Fiorentino:
“C’è anche un po’ di ipocrisia, in questo modo di raccontarci cosa davvero è successo nell’asilo Cip Ciop di Pistoia. [...] Si può però provare (almeno noi, che non siamo i genitori di quei bambini, e che giustamente guardano quel video sbigottiti e travolti dalle emozioni) anche a riflettere su altre informazioni emerse dalle cronache di questi giorni. Che per esempio le insegnanti erano due (anzi una sola, l’altra era una collaboratrice, cioè preparata per cambiare i pannolini o dar la pappa) e i bambini invece ventinove. Il rapporto giusto sarebbe quello di una insegnante ogni nove bambini (e anche così a me sembra una follia)” ricorda Tassini. E poi aggiunge: “Paghiamo meno la persona alla quale li affidiamo (sei euro e cinquanta l’ora) di quella che ci porta giù il cane (a Firenze per esempio servono dieci euro) o che dà lo straccio per terra in casa (da otto a dieci euro l’ora). Nel nostro mondo, a parte le parole, la verità sta sempre in fondo a destra della busta paga”.
Condivido in pieno le parole di Tassini, ma credo che si debba andare ancora un passo oltre. E che soprattutto debba farlo un partito come il Pd. Il nido Cip e Ciop era – è – privato. Da quel che mi risulta la retta dell’asilo era di 320 euro al mese. Poteva anche essere più cara. Il punto è che – per quanto è dato di capire – quel nido era di fatto sottratto al controllo pubblico. Il numero di insegnanti per alunni era insufficiente: una ogni 29 bimbi, più un’inserviente. E qui, immagino, il Comune che ha accreditato la struttura non ha effettuato le necessarie verifiche. In un asilo pubblico – in cui sono gli enti locali a disporre le assunzioni – non sarebbe potuto succedere, pena la chiusura.
Dalle indagini, inoltre, emerge che almeno quattro ex insegnanti del giardino d’infanzia hanno raccontato di aver lasciato l’asilo perché contrarie ai metodi “educativi” usati dalla titolare. Anche qui: se fosse stata una struttura pubblica, la questione sarebbe stata ben diversa. Le direttrici degli asili pubblici hanno un capo a cui devono rispondere – l’assessorato all’educazione e alla formazione locale. Questo tutela anche le insegnanti, che hanno una terza parte a cui rivolgersi in caso di irregolarità. La principale accusata nelle vicende di Pistoia, invece, aveva anche un secondo asilo: quale maestra poteva denunciarla senza temere di bruciarsi ogni possibilità di insegnare anche in quella o in altre strutture private?
Infine la proprietà pubblica degli asili fa sì che il primo obiettivo di chi li dirige non sia aumentare i profitti riducendo al minimo il numero del personale, per esempio, ma la qualità dell’educazione dei bimbi. In questi giorni ho sentito molte reazioni di sdegno e di orrore al caso di Pistoia, ma nessuna riflessione sul valore pubblico dei servizi educativi all’infanzia. Il Pd, dai banchi dell’opposizione, avrebbe potuto chiedere che i tanto promessi aiuti alla famiglia vengano finalmente varati: a cominciare da più soldi per gli asili pubblici. Invece ha perso anche quest’occasione. Forse non è troppo tardi per rimediare.



















Con grande rispetto per l’autrice, trovo questo post molto discutibile. Penso che per una serie di motivi la gestione pubblica dell’istruzione primaria sia da preferire a quella privata, ma non credo proprio che le sevizie e gli abusi siano tra questi motivi. I controlli possono essere esercitati sia su strutture private che su strutture pubbliche e associare subliminalmente la gestione privata a un rischio di abusi e’ operazione molto pericolosa. Se nessuno lo ha fatto – come l’autrice osserva – forse semplicemente e’ un collegamento non molto sensato.
Ciao Raoul, non ho detto che il motivo degli abusi è che l’asilo era privato. Ma che poiché l’articolo era privato, gli abusi sono emersi e sono stati interrotti solo dopo anni. Anche in presenza di insegnanti che se ne erano andate per quel motivo. E questo lo trovo gravissimo. Come trovo gravissimo che nella struttura ci fosse una maestra ogni 29 alunni, senza che sia stata chiusa.
L’accostamento, per altro, non è neppure subliminale, ma esplicito. Quanto al discutibile, mi fa piacere discuterne.
Un saluto,
Elena
ps: L’autrice ha un nome e cognome: pui usarlo.
Cara Elena
Forse quel che anche a me rnede un po’ difficile concoredare con te e’ l’equazione asilo pubblico=piu’ controlli. Dipende: ci sono pessimi asili pubblici, per qualita’del personale, delle strutture, della manutenzione. E buonissimi asili privati. E viceversa. I maggiori controlli sono un problema comune a entrambe le tipologie, visto che alla fine l’organismo che controlla e’sempre il solito, il Comune. Qui la domanda e’molto semplice: come e’potuto accadere che il Comune si sia fatto fregare cosi’ bene? Chi e’ il responsabile dei mancati controlli?
Concordo con Raoul. Non esiste alcun nesso tra l’essere a gestione privata di quell’asilo e ciò che è accaduto. E nemmeno tra i fatti e i tempi in cui sono emersi. Sui tempi basta il caso dei presunti abusi di Rignano Flaminio (asilo non ricordo se statale o comunale) per smentire la tesi.
In particolare tre affermazioni sono a mio parere inesatte:
In un asilo pubblico – in cui sono gli enti locali a disporre le assunzioni – non sarebbe potuto succedere, pena la chiusura
Anche da Cip Ciop sulla carta non poteva succedere pena la chiusura… Il problema è che se non si fanno i controlli non si fanno da nessuna parte.
Le direttrici degli asili pubblici hanno un capo a cui devono rispondere – l’assessorato all’educazione e alla formazione locale
Gli asili convenzionati hanno lo stesso “capo” a cui rispondere e se è per questo rischiano molto di più visto che la direttrice di un asilo statale o comunale scontata la pena manterrebbe il posto di lavoro (mi auguro in un ufficio diverso).
La proprietà pubblica degli asili fa sì che il primo obiettivo di chi li dirige non sia aumentare i profitti riducendo al minimo il numero del personale, per esempio, ma la qualità dell’educazione dei bimbi
Purtroppo non è più così. Penso alla mia città, Milano, dove l’ossessione dell’Assessore è il risparmio. Certo, non lo fa per il “bieco” profitto, ma per esigenze di bilancio, ma sempre il risparmio persegue. E taglia taglia taglia a scapito proprio della qualità dell’educazione dei bimbi.
Ci sono tanti motivi per condividere le conclusioni dell’articolo (più soldi per gli asili pubblici), ma tra questi Pistoia non c’è.
Ciao Marco,
la scuola materna di Rignano Flaminio da quanto mi risulta è pubblica. Il punto è che gli abusi sono ben lontani dall’esser provati. Sembra anzi che i bambini siano stati influenzati dai genitori (legittimamente preoccupati) secondo un processo ben noto in psicologia. Qui trovi qualche aggiornamento sulla vicenda. Su cui, in ogni caso deve far luce un processo. Ti rispondo punto per punto, scusa la lunghezza.
Per quanto riguarda le tre affermazioni in questione, mi spiego meglio:
1. In un asilo privato l’assunzione del personale avviene per chiamata diretta da parte della proprietà, che assume i docenti e il resto dei dipendenti.
In un asilo pubblico si indice invece un concorso con una commissione – in cui di solito c’è anche il sindaco o l’assessore competente – che valuta i titoli e assume le persone indicate in base ai medesimi. Senza i requisiti di legge il personale neppure accede al posto di lavoro. In questo caso non c’è possibilità di impiegare una figura professionale (un’inserviente) al posto di un’altra (una maestra) come invece e successo a Pistoia.
Rimane vero che a Pistoia il comune sembra non aver effettuato i necessari controlli – su questo hai pienamente ragione.
2. Le direttrici di un asilo pubblico sono le responsabili della struttura, ma non coloro che decidono l’assunzione delle docenti. Né tantomeno quelle che possiedono la struttura. Conosco insegnanti di scuole private (superiori, non materne, quindi vale quel che vale) che sono state assunte firmano una lettera di dimissioni in bianco nel caso che rimanessero incinte. Lì è la loro parola contro quelle dei proprietari, senza nessuna tutela terza (se non la magistratura). E se denunci la voce si sparge e nessuno ti assume più in una scuola privata. Di fronte alla penuria di posti nel pubblico è la differenza tra lavorare e non lavorare. La direttrice “pubblica” infine non ha interessi diretti a fare maneggi – e ha uno spazio d’azione più limitato, nel bene o nel male.
3. Il taglia taglia fa sempre male all’educazione. La riduzione degli sprechi no. A Milano (che è anche la mia città) l’assessora all’istruzione ha dovutio rinunciare a molte suoi servizi scolastici – compreso il servizio mensa gratuito o ridotto per certe fasce di popolazione. Però fa ancora il possibile per mettere l’educazione al primo posto. Questo le va riconosciuto – almeno a detta dei dirigenti scolastici con cui ho avuto modo diparlare. E non ha in più l’obbligo di guadagnarci sopra qualcosa – se non essere rieletta. Poi, certo, i fondi alla scuola pubblica mancano. E secondo me vanno chiesti – anche sull’onda del legittimo sdegno per Pistoia.
Un saluto
Rignano l’ho citata solo per la questione “tempi” (vere o false che siano le accuse anche lì si è andati avanti con voci e sussurri per un paio d’anni). Da questo punto di vista l’esito del processo è irrilevante (peraltro sottolineo che ho parlato di “presunti” abusi)
Nel merito, perdonami, ma mi sembra che tu abbia risposto solo al primo dei punti da me sollevati ed evidentemente dissentiamo (ma può capitare
). Vorrei però spiegarti il perché: dissentiamo perché se non ci sono controlli, il fatto che Tizio sia assunto per concorso piuttosto che per chiamata diretta a me non dà nessuna garanzia in più.
L’unica garanzia a monte che pretendo è l’utilizzo di personale qualificato per svolgere quella mansione, ma per questa non ho bisogno che l’asilo sia a gestione pubblica. Trovo indecente che un comune accetti che in un asilo convenzionato l’inserviente faccia l’educatrice visto che la convenzione dovrebbe prevedere l’utilizzo di personale specificatamente formato… E qui si torna al tema dei controlli.
Sul fatto che ridurre sprechi non equivale a fare tagli con me sfondi una porta aperta (e come si dice in questi casi: ho i testimoni
); sul fatto che Moioli stia riducendo sprechi e non la qualità del servizio ho qualche dubbio. Ma andremmo off topic e dunque non approfondisco (non qui almeno).
Capisco le argomentazioni in difesa del “privato”. A rigore,cioè in linea teorica, non dovrebbero esserci differenze qualitative fra un asilo pubblico e uno privato. Ma siamo sicuri che nella realtà concreta controlli qualitativi, meccanismi di assunzione, standard come il rapporto numero bambini/educatrici, incisività del bilancio sulle scelte gestionali, non abbiano maggior probabilità di venir rispettate in una struttura pubblica?
A me sembra palese che qualsiasi struttura privata sia “più forte” in termini di efficienza funzionale e ottimizzazione dei profitti, così come mi sembra palese che il “pubblico”, con tutte le sue contraddizioni, si porti dietro un bagaglio di esperienza e di valori che oppongono una naturale resistenza a certe “derive”.
detto questo 2 provocazioni:
1.Ho visto la parte di video pubblicata da Corriere.it: certamente c’è una componente di violenza e maltrattamenti, ma non stiamo anche un po’ montando il caso? La mestra non è uno stinco di santo, forse però nemmeno una torturatrice..
2. come mamma di una bimba che frequenta un ottimo nido comunale, mi chiedo: ma i genitori si sono svegliati tutti ora? mi spiace ma ritengo che non abbiano posto la dovuta attenzione nell’accompagnare e prelevare i bimbi dal nido, nel chiedere informazioni, nel partecipare o nel pretendere di partecipare attivamente alla vita del nido, nel parlare degli eventuali problemi dei bambini con le educatrici, nell’essere lungamente presenti nella struttura durante il periodo dell’inserimento. I nidi pubblici lavorano moltissimo su questi aspetti, io ho dovuto prendere 15 gg di permessi/ferie per inserire con calma le mie figlie al nido: sono stata educata a guardare, capire, parlare, essere presente…per quello che ne so(confrontando i molti nidi pubblici e privati della mia città) i nidi privati cercano di alleggerire al massimo i genitori da impegni e doveri: per es. chiedere ai genitori di essere presenti per 15 gg alcune ore nella struttura significa diminuire il suo livello di “efficienza”, significa dare un servizio meno completo. Nei nidi pubblici, come cercavo di spiegare prima, ci sono alcuni valori che vengono portati avanti anche a livello di programmazione e di scelte, che è più difficile scardinare in favore della pura efficienza.