di Gabriele Boccaccini

(casilino 900 @ Mauro_Massimiliano)
Occorre uscire dalla contrapposizione di chi sulla questione della cittadinanza agli immigrati si appella ai diritti e che invece richiama solo i doveri. Il buon senso vorrebbe che diritti e doveri si bilanciassero e che al riconscimento dei diritti si accompagnasse sempre l’assunzione di doveri. Invece siamo un paese strabico. Da un lato, rendiamo difficile la cittadinanza a chi (straniero?) è nato e cresciuto in Italia, e dall’altro la rendiamo facilissima e banale a chi (italiano?) è nato e cresciuto all’estero da genitori o nonni italiani.
Qui ha ragione Fini quando parla di cittadinanza “attiva.” Occorre in sostanza indicare un percorso attivo di assunzione di doveri da parte del richiedente che sfoci con certezza nel riconoscimento di diritti. Di questo percorso deve far parte l’acquisizione della lingua e cultura italiane (anche in America abbiamo un esame per ottenere la cittadinanza americana, del resto facciamo anche l’esame di guida per ottenere la patente), il lavoro (per gli adulti), la frequenza scolastica (per i minori), il rispetto delle leggi, il voto amministrativo, ecc. Ciò non deve essere concepito come un percorso ad ostacoli creato solo per rendere difficile il conseguimento della cittadinanza ma come un itinerario virtuoso di assunzione di responsabilità al quale si accompagni il riconoscimento pieno di diritti, che non sono solo la cittadinanza ma anche l’accettazione della propria identità (piena libertà di religione e di associazione, istituzione di corsi di doposcuola nella propria lingua made che favoriscano il bilinguismo del quale tanto bisogno ha il nostro paese nell’odierna economia globale, ecc.).
Il discorso della cittadinanza dovrebbe essere ridefinito anche per quanto riguarda gli italiani all’estero, ai quali anche dovrebbero essere richiesti doveri (per esempio, l’obbligo dell’insegnamento della lingua italiana ai propri figli, che altre nazioni richiedono con successo in cambio della cittadinanza, un esame di cultura italiana, ecc.). Altrimenti diventa veramente un discorso razzista, per i quale gli stranieri nati in Italia e “italiani” a tutti gli effetti devono dimostrare di esserlo veramente, mentre ciò non concerne gli “italiani”, nati e cresciuti in un altro paese, molti dei quali non sono mai stati in Italia, non sanno una parola di Italiano, non hanno la più pallida idea della cultura e della storia italiana e per un puro fatto di sangue (talora legato a nonni mai conosciuti) si ritrovano in tasca in regalo passaporto e diritto di voto.
Ma siamo un paese strabico e un po’ masochista che fa spesso il contrario di ciò che servirebbe. Con il buonsenso si introdurrebbero da subito due riforme indispensabili:
(a) obbligo scolastico per i figli degli italiani agli estero. In pratica un monte-ore annuale di lezioni in italiano obbligatorie, da svolgersi anche privatamente (lo fanno già paesi come la Germania con ottimi risultati)…
(b) percorso privilegiato alla cittadinanza per i minori “stranieri” nati o cresciuti in Italia che frequentino o abbiamo frequentato con successo la scuola dell’obbligo, che includa per loro anche il diritto (facoltativo) a corsi di doposcuola per il mantenimento della lingua e cultura del proprio paese di origine…). Del loro bilinguismo (cinese, arabo, spagnolo, ma anche albanese e rumeno) le nostre industrie hanno bisogno e avranno sempre più bisogno per competere a livello globale.
Queste cose il buon senso detterebbe, se solo cominciassimo a usarlo, sgobrando il terreno da paure e pregiudizi.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Le cose semplici sembrano le piú difficili. Il riconoscimento di diritti deve sempre essere accompagnato dall’assunzione di doveri. Certo. Ci vuole tasnto a capirlo: un diritto implica delle responsabilitá non è un regalo a scatola chiusa.
Colpisce poi la disparitá col sistema con cui si riconosce la cittadinanza ai figli di discendenti italiani. Dove sembra quasi si tratti di un regalo a scatola chiusa. L’Italia aveva un debito storico con i propri emigrati e probabilmente cosí voleva essergli riconoscente. Mi pare giusto. E’ giusto nel 2009 mantenere questa forma di riconoscenza nei confornti dei nostri emigrati, ed é giusto mantenre quest’opportunitá, ma apportando peró delle modifiche. Chiedere un sforzo al discendente nell’apprendimento della lingua italiana non mi sembrerebbe chiedere troppo.
Gabriele ha ragione. Un esempio: la stragrande maggioranza dei cittadini italiani residenti in Spagna sono in realtá argentini di origine italiane (nonno o bisnonno) che se sanno una parola della nostra lingua e conoscono il nome del villaggio da dove venivano i suoi avi è già tanto. Il passaporto in molti casi gli è servito a fuggire dalla crisi del 2001. Non dico che sia un male dargli quest’opportuntiá, assoluntamente no, ma modificare la legge con cui si conferisce la nazionalitá italiana ai figli di discendenti appare necessario nel 2009. Di fatto tale modifica potrebbe essere un modo per contribuire alla diffusione della cultura italiana del mondo (corsi di lingua, libri italiani, rafforzamento degli istituti di cultura, ecc.).
Ma questo non è che uno dei tanti casi in cui l’Italia non ha saputo o forse non ha voluto giovarsi del ruolo della propria emigrazione.