Come bruciare la testimonianza di un pentito

di Tommaso Caldarelli

Quale è la differenza fra Gaspare Spatuzza e Filippo Graviano?
Che il primo si è pentito, il secondo no. Il primo parla – a sentire quel che dice – come conseguenza di un percorso di riflessione religiosa su se stesso che l’ha portato a rinnegare il suo passato. Il secondo parla solo perchè interrogato. Il primo parla per redenzione personale, il secondo non ha nessun interesse a parlare e dire il vero. Se si sostiene che le parole di Spatuzza sono carta straccia – e può essere vero, quelle di Graviano sono da macero.

Spatuzza non è certo un fiorellino di campo, e non è che le sue parole sono vere a prescindere sol perchè si è pentito – perchè, ripeto, è quel che dice lui, che si è pentito. Ma di sicuro Graviano entra nell’aula di tribunale da mafioso, e va trattato per quel che è: un mafioso. “Nei processi di mafia, di solito, non si citano neppure le fonti dei collaboratori, ’se si tratta di affiliati non pentiti’, perchè – dice la giurispudenza – non potrebbero che negare”: così il pezzo di La Licata oggi su La Stampa, molto preciso.

Però se Spatuzza sostiene “che Graviano ha detto”, e Graviano smentisce di aver detto perchè “non conosce”, in ogni caso il discorso si arena.

Non sono uno di quelli che hanno bisogno di sorridere pensando che Dell’Utri e Berlusconi sono mafiosi, e che quindi va tutto bene e il proprio mondo mentale sta in piedi sicuro, perchè sennò non riuscirebbero ad addormentarsi la notte. Sto ai dati.

La realtà è che la Procura di Palermo ci fa una bruttissima figura. Il procuratore generale (è del tutto evidente se si ascoltano i suoi interrogatori) non appare in grado di vincere questa partita. Il giudice lo soccorre spesso, riformula le sue domande, ma non è una cosa che potrà ripetersi all’infinito – perchè la Corte, come è normale, dopo un po’ ti molla. La pubblica accusa si è scavata la fossa con le mani sue, portando a testimoniare in aula un pentito che ha tirato fuori accuse molto grosse ma non circostanziate, racconti per sentito dire non verificabili, andati giù davanti alla parola di un mafioso non pentito che non dice tutto e che, per parlare, forse, aspetta che gli si offra qualcosa in cambio. La Procura ha commesso un errore tattico: ha fatto parlare il ‘quadro intermedio ‘ ben sapendo che ‘il dirigente’ avrebbe, all’occorrenza, negato. E, in questo modo, la testimonianza di Spatuzza, forse preziosa, ora è bruciata. Un comportamento dilettantistico che è un peccato osservare proprio in un aula di tribunale: tu devi essere pronto a provare che le dichiarazioni – se vaghe – del tuo teste chiave sono vere, rilevanti e risolutive. Sennò, è un boomerang.

Speriamo che le testimonianze di questo processo, carta straccia usata male da un punto di vista giuridico (a meno che la Corte decida di tenere Spatuzza e mollare Graviano: ma io dico che è improbabile, siamo in appello e qui si fa sul serio), servano agli storici per ricostruire un quadro più chiaro e più vero dell’Italia fra gli anni ‘70 e ‘80. Perchè c’è una verità storica che corre accanto alla verità giuridica che questo processo produrrà. Ce n’è sempre una, accanto ad ogni processo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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1 Commento

  1. Marco

    Ma solo io mi sono accorto che Spatuzza parla di Giuseppe Graviano e non di Filippo, Giuseppe Graviano si è avvalso della facoltà di non rispondere! Ma di cosa stiamo parlando?

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