Aboliamo la bocciatura

di Marco Campione

Per commentare un’affermazione che faccio spesso sul fatto che il presunto “lassismo” della scuola italiana sia solo una leggenda, un lettore del blog mi ha segnalato questo articolo comparso su La Repubblica dell’ 8 dicembre u.s. che sottolinea l’ignoranza degli studenti universitari italiani e ricorda che “il venti per cento dei laureati italiani rischia l’analfabetismo funzionale, cioè la perdita degli strumenti minimi per interpretare e scrivere un testo anche semplice” e conclude – giustamente allarmato – con questa considerazione:

E non è affatto vero che “val più la pratica della grammatica”. Altrimenti non sarebbe possibile che 45 laureati su cento ignorino qual è (scritto senza l’apostrofo) il passato remoto del verbo cuocere.


Il tema dunque è serio. Ma, prima di dare una risposta per quanto a me possibile seria, una (purtroppo lunga) digressione sull’articolo dovete concedermela. L’articolo andrebbe chiosato tutto, ma mi limito a sottolineare che è un mix di ovvietà, luoghi comuni e affermazioni condivisibili buttate lì come cose marginali. Penso ad esempio a frasi come:

Forse in Italia manca un vero sistema di educazione per adulti, non siamo più capaci di aggiornarci, allenando cervello e conoscenza come se fossero muscoli.

Forse? Ma questo (assieme a quello – però assai più indagato – della scuola secondaria di primo grado) è il uno dei principali punti di crisi del sistema formativo del nostro paese! E tu lo lasci cadere lì così? Senza approfondire? Evidentemente l’autore del pezzo non ha trovato nessun Preside di Facoltà interessato a parlarne (avete notato? Crosetti intervista solo gente che come minimo è Preside di Facoltà…).

Per quanto riguarda i luoghi comuni e le ovvietà, l’elenco sarebbe lunghissimo. Secondo l’autore e i suoi intervistati, infatti, l’analfabetismo degli studenti italiani sarebbe colpa (vado in ordine sparso): degli sms, della “faciloneria portata da internet”, dei romanzi contemporanei ”pieni di parolacce”, dei test d’ammissione “fatti con le crocette”, dei giornali, della scuola ma anche della famiglia, del fatto che si leggono poco “autori esemplari per pulizia dello stile e chiarezza”, ma è anche una fesseria “credere che la grammatica s’impari leggendo”…

La vera chicca però è la seguente:

Le relazioni degli studenti procedono con “Powerpoint”, un altro strumento che riduce la dialettica a riassunto di qualche schema, sillabando quattro parole.

Questo è un tema che ogni tanto ritorna. Ho già detto qui perché penso che gli studenti debbano al contrario utilizzare (e fin dalla scuola di base) gli strumenti informatici. Aggiungo solo che probabilmente andrebbe aggiunto al lungo elenco di cause fatto sopra un altro punto: il fatto che la cosiddetta elite intellettuale (giornalisti e docenti universitari su tutti) del nostro Paese non riesce a fare i conti con la modernità e dunque parla (scrive) e insegna come se nulla fosse cambiato da quando a scuola (o all’Università) ci andavano loro.

E così veniamo finalmente al motivo per il quale Francesco mi ha segnalato il pezzo di Crosetti: la presunta contraddizione tra alcune mie affermazioni – come quelle ricordate in principio – e i contenuti dell’articolo. O meglio, tra quelle affermazioni e l’unico dato di fatto in esso contenuto: l’ignoranza – banalizzo – degli studenti universitari italiani.

La prima risposta l’ho data nei commenti: non c’è contraddizione tra l’affermare che la scuola italiana – anche qui banalizzo – non funziona (io stesso lo dico spesso) e sostenere che in Italia si boccia e anche parecchio. Peraltro, mi spiace, ma su questo c’è poco da dibattere: che in Italia si boccia (e parecchio) lo dicono i dati e non io; così come sono i dati a dirci dei problemi della scuola italiana.

La seconda riguarda le Università e in parte l’ho già data. Aggiungo una considerazione sulla scarsa qualità – denunciata da molti – delle Tesi di Laurea. Il problema non è di oggi: ricordo infatti una cosa che ci disse il mio professore di Lettere del Liceo l’ultimo giorno di scuola. “Salvo casi rari, il tema di Maturità (si chiamava così, allora) sarà l’ultima cosa che scriverete prima della Tesi”. E così effettivamente è stato per tutti quelli che ci sono arrivati alla Tesi di Laurea. Forse l’Università dovrebbe prestare maggiore attenzione all’esercizio dei propri studenti nella parola scritta piuttosto che lamentarsi in modo sterile.

La terza, fedele al motto a me assai caro “se non porti almeno una soluzione, anche tu fai parte del problema“, è proprio una proposta di soluzione. E nasce da una constatazione che io dò per scontata, ma che i commenti di Francesco mi dicono che forse scontata non è: a bocciare (e parecchio) è la scuola superiore (in particolare l’istruzione tecnica e professionale, in particolare nei primi due anni con una ripresa significativa nel quarto); a promuovere con tassi superiori al 90% è invece la scuola secondaria di primo grado, nonché quella di secondo grado nell’anno conclusivo.

Non sembri una provocazione, ma la soluzione a questo problema (che esiste!) a mio avviso (e non solo mio: ad esempio l’ho trovata anche in questo libro) è quella di abolire la bocciatura. La proposta è la seguente: diamo le basi nei primi anni e negli anni successivi (poniamo dalla secondaria di primo grado) aboliamo la bocciatura e introduciamo le classi di livello.

Faccio un esempio per spiegare cosa intendo. Tu alla fine dell’anno non sei bocciato o promosso, ma ti viene detto se puoi accedere al livello successivo per ogni materia: nel tuo secondo anno di scuola frequenterai quindi Italiano e Matematica secondo anno, ma anche nuovamente Storia e Fisica primo anno, dove non hai raggiunto un livello sufficiente a frequentare il corso successivo. Poniamo ora che nel tuo secondo anno tu venga “promosso” in tutto: il terzo anno frequenterai Italiano e Matematica terzo anno e Storia e Fisica secondo anno. E così via fino all’Esame di Stato dal quale si uscirà con alcune capacità e competenze (Matematica Sesto Livello, Italiano Quinto Livello…) certificate nel portfolio personale del singolo studente. Starà poi alle aziende valutare il tuo portfolio, ovvero starà poi alle singole Università prevedere che se non sai il passato remoto del verbo cuocere non potrai iscriverti da loro.

Ma siamo sicuri che – prendendo per veri i dati dell’articolo – le Università italiane accetteranno di rinunciare al 45% dei loro iscritti?iMille.org – Direttore Raoul Minetti

12 Commenti

  1. g

    comunque il vero verbo difficile al passato remoto non è cucinare, ma scuocere!
    ;-)

  2. Marco Campione

    scucii?

  3. bianca orlando

    caro marco, il problema è che gli alunni arrivano alla scuola secondaria di I grado già senza basi: non conoscono l’ortografia, né le coniugazioni verbali, né le tabelline. e le scuole elementari sono quelle dove (per legge) non si boccia praticamente nessuno.

    le classi di livello sono a mio parere una proposta sensata, anche se pongono alcuni problemi (l’integrazione degli alunni con handicap), ma non credo ci sia la volontà di realizzare un cambiamento di tale portata.

  4. Leoperutz

    Le classi di livello proposte da Marco sono molto interessanti ma anche la problematica palesata da Bianca e’ realistica: un tale sistema infatti potrebbe indurre una selezione di carattere sociale per la quale alcuni ragazzi “svantaggiati” avrebbero minore possibilita’ di raggiungere, allo sbarramento dell’esame di stato, la stessa qualifica degli altri. Al difetto del sistema pero’ si potrebbe porre rimedio ricorrendo a quella che e’ una prassi in parecchi paesi europei: i corsi o i percorsi di qualifica post diploma che consentono di colmare certe gap specifiche e danno titolo per accedere a corsi universitari. In sostanza la scuola come processo di formazione prolungata sino all’eta adulta, che non si conclude con il diploma di scuola secondaria ma si protrae per alcuni anni ancora per dare la possibilita’ di “correggere” esperienze e “aggiustare” il tiro. Per progettare e sostenere questo sistema pero’ occorre non solo la volonta’ ma anche la capacita’ di vedere che tipo di cambiamento esso induce sugli altri sistemi. Un sistema a classi di livello con post-formazione ad esempio richiede, a mio avviso, un impegno a livello di welfare per sostenere finanziariamente quegli studenti che vogliono migliorare la propria qualifica. Inoltre deve prevedere dei meccanismi in grado di compensare in qualche modo la tendenza che il privato mostra sempre ad assumere dei “giovanissimi da inserire in un proprio percorso di formazione” piuttosto che dei “giovani” che un certo percorso lo hanno intrapreso e sostenuto a proprie spese.
    Saluti

  5. Alessandro Iovinelli

    L’articolo cui si fa riferimento spero che fosse soltanto una provocazione per aprire il dibattito. Perché se preso alla lettera non è una cosa seria, a meno che non si voglia riesumare lo sciagurato slogan del 27 politico che tanto ha danneggiato il movimento degli studenti nel 68 e negli anni seguenti. Contesto poi il cliché autodenigratorio della scuola pubblica italiana – chi parla così non conosce la situazione all’estero e parla per luoghi comuni e in base all’atavico costume nazzionale di rappresentarsi peggio di quel che si è. In realtà, la scuola italiana è effettivamente sotto attacco da diversi anni e se – bene o male – ha resistito fino ad oggi è innanzi tutto per merito degli insegnanti che vi lavorano e vi si impegnano. Quanto al sistema universitario, bisogna riconoscere che le varie riforme intraprese non hanno funzionato – quella della Gelmini rischia di essere il classico colpo di grazia. Se l’abbandono degli studenti resta un fenomeno persistente, non è perché sono ignoranti e analfabeti, ma perché – tra le tante cose – il sistema universitario appare bloccato sia per chi vuole restarci, sia per chi spera di trovare un’occupazione nel mercato del lavoro in virtù degli studi effettuati. Se si cominciasse ad affrontare il problema con un’analisi reale della situazione reale – e con specifici interventi – sarebbe già un primo passo in avanti. Per favore, lasciamo perdere le chiacchiere ad effetto o semmai riconduciamole al loro naturale contesto:il bar, la fila alle poste, lo scompartimento nel vagone ferroviario.

  6. Quoto Leo, incluse le virgole.

    @Alessandro: purtroppo l’articolo è l’ultimo di una lunga serie ed è paradigmatico di come sia fuori dal mondo quella che nel mio pezzo ho definito elite intellettuale (giornalisti e baroni in testa).
    Quanto al presunto “cliché autodenigratorio” non ho capito se il riferimento è a me o a Crosetti, ma comunque permettimi una precisazione. Il ragionamento che tu fai è solo metà del ragionamento che a mio avviso va fatto: hai ragione nel sostenere che la scuola è “sotto attacco” (userei una terminologia diversa, ma non voglio sottilizzare) ma è anche vero che la scuola italiana non funziona più (da tempo) come dovrebbe (in termini di apprendimento, in termini di fattore di mobilità sociale, in termini di successo formativo per tutti e per ciascuno).

    Correre ai ripari con le opportune riforme è interesse prioritario di chi ha a cuore la scuola pubblica (per ragioni se vuoi anche di “autotutela”), ma soprattutto di chi ha a cuore il futuro dei nostri figli.

  7. Alessandro Iovinelli

    In effetti, la mia polemica era con Crosetti.E con quanti – di tanto in tanto – se ne escono con un pezzo a effetto. Che molto spesso non è nemmeno originale. Crosetti non sa probabilmente che il suo sistema è già in atto negli USA. Circa ai suoi effetti devastanti, più di tanti discorsi sarebbe da riprodurre qui un racconto di Woody Allen, nel quale due genitori si disperano perché il loro figlio non è stato ammesso a un asilo di élite e dunque il suo destino scolastico (e sociale) è già segnato. Se tutti sono promossi, ma divisi in classi di serie A, B, C, ecc. ciò significa poi alla fine organizzare un sistema di studi per pochi eletti. Un po’ come se le banche aprissero i conti correnti per chi ha già un capitale (che poi non è tanto diverso dalla realtà – anche questo è vero: ma questa non è la nostra idea di una società giusta, o no?). Ripeto: non è solo la scuola italiana ad avere problemi. Nella mia vita ho avuto modo di conoscere da vicino altri sistemi scolastici (Francia, USA, ecc.) e posso assicurarvi che i problemi ci sono pure lì e altrove. Che cosa significa? Forse è l’idea di scuola così come è stata elaborata a partire dal XIX secolo che non funziona più. Dunque io non nego l’esistenza del problema, ma mi permetto di suonare la campana in favore di una riflessione seria, cioè fondata su la disamina seria dei problemi. Dunque, niente polemica, ma solo un invito a non autocompiangersi e autocriticarsi, ma a fare proposte e poi provare a metterle in pratica già nel proprio piccolo.

  8. mi scuso per il dialogo a due, ma proprio non ho capito: quale sarebbe secondo te il sistema proposto da Crosetti? A me non sembra faccia proposte.

    Se il riferimento è invece alle classi di livello: quella è la mia (e non solo mia) di proposta. E in quel caso devo essermi spiegato male perché non ci sono classi di serie A o B, ma classi di livello (a meno che tu non pensi che la prima media sia la serie C, la seconda la serie B e la terza la serie A…).
    L’unica (e non piccola) differenza con il sistema attuale è che se oggi vieni bocciato, ripeti tutto (anche una materia dove magari avevi 7), mentre con le classi di livello “ripeti” solo le materie dove non hai raggiunto una conoscenza/competenza che ti consente di passare al livello successivo.

    Sul resto concordo: è la scuola come è stata elaborata fino ad oggi che non funziona più: cambiamola. E concordo anche sul dire che non va fatto scimmiottando altri, ma trovando una nostra strada. Però non puoi girarci intorno: l’esperienza personale può portarci a pensare qualunque cosa, ma i DATI (vedi OCSE-PISA, vedi ricerche sulla mobilità sociale come quella di Irene Tinagli, vedi i dati sulla dispersione scolastica) ci dicono che stiamo messi veramente male.

    Infine una notazione personale che – lo so – mi perdonerete: puoi non condividere le mie idee, ma ti assicuro che sono figlie di una riflessione seria e fondata su “un’analisi reale della situazione reale”. Quanto all’applicarle, dovessi diventare ministro dell’istruzione, ti assicuro che ci proverei :-)

  9. Alessandro Iovinelli

    E questo è né più né meno il sistema americano. Io non dico che non funziona, dico solo che è un sistema fortemente selettivo, in base al quale la scuola non fa nulla per migliorare la situazione di partenza, ma registra le differenze iniziali tra i giovani, anzi le cristallizza. Naturalmente, si può pensare che sia meglio procedere così. Il mio personale punto di vista è che superare il modello Otto-Novececentesco non dovrebbe però tradursi nel definitivo abbandono dell’idea che l’istruzione sia uno degli strumenti fondamentali del processo di crescità intellettuale della società nel suo complesso – e non già della selezione delle elite del futuro. Lo dico senza intento polemico, e anzi esprimo il mio personale plauso nei confronti del problema sollevato, anche perché discutendo, si ascoltano cose su cui riflettere e poi provare a definire un orientamento comune. Dunque, grazie di avermene dato modo.

  10. Siamo qui per discutere e dunque anche io ti ringrazio. Ed è senza alcun intento polemico, ma perchè lo consodero IL punto se ti dico che secondo me giri intorno alla metà del problema sollevata da me: il nostro sistema non va.

    Quanto alla conservazione delle disuguaglianze ad esempio (è il tema sollevato da te) noi siamo messi decisamente peggio degli usa. Ovviamente non è tutta colpa della scuola (o merito della scuola usa), ma fatto sta che così è.

    Aggiungo una considerazionei: il combinato di tassi di promozione al 98% alle medie con tassi di bocciatura oltre il 30% nei tecnici non fanno altro che aumentare le diseguaglianze.

    Le classi di livello non sarebbero la panacea di tutti i mali ma per me potrebbero rappresentare un inizio (soprattutto se combinate con le proposte di leo perutz, che tra l’altro a mio avviso ci salvaguarderebbero anche da alcuni rischi che tu paventi)

  11. andros

    Permettetemi un intervento polemico o, se preferite, cattivo. Solamente per abbassare il livello della discussione…
    Avevo già letto l’articolo direttamente sul sito de La Repubblica. Ricordo che una cosa mi aveva colpito in particolar modo. Una delle cause dell’impoverimento della lingua che a mio parere NON vengono elencate sono proprio i mezzi di comunicazione di massa. Ormai da tempo capita spesso che l’italiano usato dai giornalisti faccia aggricciare la pelle. Imprecisioni, strafalcioni ed errori vari sono frequenti sia in televisione che sui giornali; la cosa che lascia perplessi è quanto spesso capiti di trovarsi di fronte a errori evidentemente non dovuti a distrazione.
    Il linguaggio usato è inoltre spesso misero. Non vorrei un linguaggio aulico o pomposo, però allo stesso tempo è provato che un linguaggio povero e sciatto porti ad una povertà di idee e di concetti comunicati

    P.S.: Qualsivoglia parola roboante o inconsueta utilizzata nel post è da intendersi a fini illustrativi e ironici….

  12. Francesco Cerisoli

    My two cents
    Concordo col sistema proposto da Marco. Che estenderei anche all’Universita’, ovvero solo esami scritti, una sessione di esami utile con, concediamocelo, un appello a distanza di un paio di mesi, e alla fine prendi il voto che prendi. I voti d”esame ti danno max 90 punti/110, La laurea ti da 25 punti, e se totalizzi meno di 70 non ti laurei. Cosi’ 1) avrebbe senso il voto di laurea, che oggi non conta quasi nulla perche’ ci si attesta tutti su >100, Glemini inclusa. 2) sarebbe la fine dei fuori corso.
    E la qualita’, chiederete voi? Beh, se si comincia a rendere il sistema meno ipocrita e piu’efficiente, in genere la qualita’ne guadagna…

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