A Natale siamo tutti più barbari

di Elena Tebano

Nel 1936, quando ancora l’asticella si superava come un ostacolo, Gretel Bergman fece il record tedesco di salto in alto: un metro e 60 cm. Era di gran lunga la saltatrice migliore della Germania. Un giorno prima della cerimonia di apertura, però, le comunicarono che non avrebbe partecipato alle Olimpiadi di Berlino. Era ebrea e nello Stato Nazionalsocialista gli ebrei non potevano gareggiare.

Settantatré anni dopo, ad Anguillara, in Italia, è Radwan a non poter gareggiare. Radwan è un bambino che gioca a calcio. Non è ebreo e a escluderlo non sono leggi razziali, ma un’apparente condizione burocratica (laziale): la sua “colpa” è essere figlio di un immigrato che aspetta il rinnovo del permesso di soggiorno. Lo scrive su Repubblica del 24 dicembre Vladimiro Polchi, per ricordarci che questo Natale siamo tutti più barbari. La questione è in campo da un po’, ne ha parlato anche La Stampa:

“Il Consiglio Federale della Figc” spiega il quotidiano torinese “ha specificato che per il tesseramento di calciatori extra-comunitari in ambito dilettantistico per la stagione 2009-2010, d’ora in poi sarà necessario presentare (oltre alla documentazione già prevista) il permesso di soggiorno con scadenza 31/1/2010”.

Già la dicitura è folle: i permessi di soggiono non scadono con l’anno, ma in base alla data in cui sono stati emessi. In più, a causa di questa direttiva, la Figc del Lazio ha deciso di non ammettere ufficialmente nelle squadre i minori in attesa di permesso di soggiorno. Solo l’anno scorso 13mila bimbi “stranieri” hanno iniziato a giocare a calcio in Italia. A occhio, saranno oltre un migliaio i bambini cresciuti nel nostro Paese, ma con i documenti di un altro Stato, che ogni anno si iscrivono nelle squadre giovanili in Lazio.

A questi bimbi oggi neghiamo il diritto di giocare. Che è come dire la condizione di bambini.

Ecco infatti cosa recita l’articolo 31 della Convenzione sui diritti dell’infazia (che ha anche valore costituzionale):

“Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica. Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali”.

C’è qualcosa di perfidamente ironico nel parlare di integrazione a ogni pie’ sospinto, ma poi impedire di giocare a calcio ai bimbi che di quell’integrazione dovrebbero essere i primi portatori: se abbiamo un fattore di identità nazionale è proprio la spropositata passione degli italiani per il pallone. Ma le “violazioni” non finiscono qui: c’è anche la Carta Europea dello Sport, firmata a Rodi nel maggio 1992, che stabilisce all’articolo 4 la non discriminazione sportiva, ovvero:

“L’accesso agli impianti o alle attività sportive sarà garantito senza alcuna distinzione di sesso, razza, colore, lingua, religione, opinioni politiche o qualsiasi altra opinione, origine nazionale o sociale, appartenenza ad una minoranza nazionale, ricchezza, nascita o qualsiasi altro status.”

Oltretutto la decisione della Figc del Lazio è un errore grossolano (lo spiega anche Polchi su Repubblica): il cedolino che certifica la richiesta di rinnovo equivale a un permesso di soggiorno temporaneo. Allo stesso tempo rivela quello che ormai abbiamo iniziato a considerare normale: che alcuni bambini abbiano meno diritti degli altri in base a una condizione burocratica. Che ci siano persone di serie B. Per gli stranieri, oggi in Italia, è così.

Nel 1951 Hannah Arendt – ebrea tedesca sopravvissuta al nazismo, forse la più grande pensatrice politica del secolo scorso – scrisse Le origini del totalitarismo, in cui analizzava quello nazista e quello sovietico. Ecco come descrive i presupposti sociali e politici su cui poi si svilupparono gli stati totalitari (perdonatemi la lunga citazione).

“Molto peggiore del danno causato ai diritti sovrani in materia di nazionalità ed espulsione fu quello dell’illegalità introdotta nella vita interna dei vari paesi, quando un numero crescente di residenti dovette vivere al di fuori dell’ordinamento giuridico statale. L’apolide, privo del diritto alla residenza, e del diritto al lavoro, era continuamente costretto a violare la legge. Era passibile di pene detentive senza aver commesso alcun delitto. Nel suo caso, l’intera gerarchia di valori propria dei paesi civili era capovolta. Poiché era un’anomalia non contemplata dalla legge, egli poteva normalizzarsi soltanto commettendo un’infrazione alla norma che fosse contemplata, cioè un delitto.

Per stabilire se qualcuno è stato spinto ai margini dell’ordinamento giuridico, basta chiedersi se giuridicamente sarebbe avvantaggiato dall’aver commesso un reato comune. Se un piccolo furto con scasso migliora la sua posizione legale, almeno temporaneamente, si può star sicuri che egli è stato privato dei diritti umani. Perché allora un reato diventa il modo migliore per riacquistare una specie di eguaglianza umana, sia pure come eccezione riconosciuta alla norma”.

Oggi gli immigrati prigionieri nei Centri di identificazione ed espulsione non hanno diritto alle visite dei loro parenti, come invece avviene per le persone incriminate di reati. Né sanno quando finirà la loro detenzione, come invece avviene per i detenuti comuni. Oggi un bimbo che abita nel Lazio non può giocare nel campionato di calcio, se aspetta il rinnovo del permesso di soggiorno. Potrebbe se fosse rinchiuso in riformatorio.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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