Anche se la lettera di Pier Luigi Celli sembra essere stata scritta per me, studente a tre esami dalla laurea e per giunta in Erasmus, mi ci sono voluti alcuni giorni per decidere se dire o no qualcosa a riguardo; un po’ per paura di ripetere le solite banalità, ma soprattutto perché si tratta di un argomento anche personale.
Avessi letto questo appello un anno fa probabilmente l’avrei condiviso senza pormi troppe domande: l’Italia è un paese vecchio, senza troppe opportunità e da cui non mi devo aspettare nulla. Ricevendo oggi l’invito a fuggire definitivamente non sono poi così sicuro di seguirlo. Considererò opportunità future sia all’estero sia in Italia, perché inizio a credere che non siamo poi ridotti così male come crediamo di essere.
Continuiamo a dirci che non siamo un paese normale: pare che chiunque abbia un motivo per pensarlo, dal conflitto d’interessi all’immigrazione clandestina. Ecco, a me l’espressione “l’Italia non è un paese normale” ha davvero stancato. L’Italia è un paese vessato da gravissimi problemi, ma è un paese normale proprio perché siamo a conoscenza di questi problemi -più di quanto possa sembrare- e ne siamo parecchio preoccupati, ciascuno con le proprie priorità.
Difficilmente parlando con un ragazzo europeo della mia età sentirete discorsi molto ottimisti: uno spagnolo vi dirà che il problema delle comunità autonome blocca il resto del dibattito politico; un tedesco vi parlerà del caos di un sistema educativo frammentato a causa del federalismo; un belga si lamenterà dei cattivi rapporti tra la regione fiamminga e quella francofona; e così via. Parlare dei mali del proprio paese è forse la più spontanea delle dichiarazioni di affetto, e noi al nostro paese dimostriamo così tanto affetto che spesso ci dimentichiamo delle cose che funzionano.
Abbiamo il più grave caso di conflitto d’interessi dell’Occidente democratico? Però le nostre istituzioni repubblicane funzionano ancora, riuscendo a bocciare leggi incostituzionali e a frenare i più evidenti abusi di potere dell’esecutivo. La nostra cultura è quella delle veline e dei tronisti? Non solo, visto che il nostro cinema e la nostra letteratura è ancora influente sulla scena internazionale.
Trascorrendo il periodo finora più lungo lontano da casa, scopro di non essere nè nazionalista nè menefreghista: io all’Italia voglio bene come a una mamma, nei suoi immensi pregi e nei suoi drammatici difetti. Non so ancora dove vivrò e lavorerò dopo gli studi, ma mi rendo conto che la retorica del scappo di casa a tutti i costi suona ormai un po’ troppo adolescenziale per uno che si ritrova a due passi dalla vita adulta. A una certa età è il caso di essere più pratici che retorici, ed è proprio la retorica che certe volte ci frena dal rimboccarci le maniche..
iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Sei simpatico Andrea, ma la fai troppo facile. L’Italia e’ una paese con problemi rilevanti
Caro Andrea
Io sono all’estero da 3 anni e mezzo, dove ho traslocato tutta la mia vita. E ti assicuro che quando si emigra veramente ci si rimboccano eccome, le maniche. E’ come dover nascere una seconda volta, dover dimostrare da capo quel che si e’ e quel che si vale, capire una societa’diversa (magari migliore, forse peggiore, comunque diversa), pensare in una lingua diversa, che sara’ quella che i tuoi figli parleranno fra loro e tu non padroneggerai mai abbastanza: e, purtroppo, convivere forever con gli stereotipi che la nostra nazionalita’ evoca in ogni luogo. Certo meglio che rimanere precari o disoccupati nel proprio paese: ma non piu’comodo, te lo assicuro.
Quanto a Celli, mi spiace rovinare la festa, ma e’ una meschina operazione commerciale: egli infatti e’appena uscito in libreria con un saggio, vedi un po’, che si occupa della mediocrita’delle classi dirigenti in Italia. E la sua letterina strappalacrime serviva solo a tirargli la volata (sai com’e', e’ pur sempre Natale).
Sono d’accordo con Andrea. Ho vissuto all’ estero la maggior parte della mia vita adulta, e, aldila’ dei problemi anche peculiari dell’ Italia, parlarne con toni catastrofisti e apocalittici e’ indice di incurabile provincialismo (che e’ frose il peccato piu’ grave delle nostre classi dirigenti, a cominciare da Celli).
Provinciale lo e’ anche questa idea dell’ estero come meta lontana e salvifica. Se Celli non se ne fosse accorto, lo informo che l’ “estero” ha smesso di esistere. Si viaggia da Lisbona a Varsavia senza nemmeno mostrare la carta di identita’, e per un pugliese trasferirsi a Zurigo non e’ molto diverso che traslocare a Milano. Traslocare, non emigrare: quella e’ un altra cosa, e non c’entra proprio niente con l’Erasmus o con un contratto di consulenza triennale a British Telecom.
Boh, qui si rischia di scendere sulle opinioni personali, per me non e’stato “solo” un trasloco. Sara’che l’olandese e’una lingua ostica, e con esso tutto cio’che ne discende… “Venire via da”Italia”, che poi e’in genere venire via dalla propria terra, non e’ facile. Certo se il paragone e’ “Pane e cioccolata” allora va bene, d’accordo con Gianni. Che forse vuol dire qualcos’altro, ovvero che un giretto di qualche anno (come quello che probabilmente Celli jr si fara’,e poi tornera’come tutti i “figli di” ritornano) non e’emigrare, ma, appunto, un giretto…
No, io voglio dire che la vita di una persona che e’ oggi agli inizi della propria carriera si svolge naturalmente su una geografia piu’ vasta. Tutte le lingue straniere sono ostiche, ma tutte si imparano studiandole. Discutere di “andare all’ estero” e’ un errore proprio dal punto di vista tecnico: che estero e’, uno spazio di quattrocento milioni di persone, dove per stabilirsi e lavorare sono necessarie le stesse procedure che servono per trasferirsi da Bologna a Piacenza (e spesso sono sbrigate molto piu’ rapidamente)? E’ un non senso storico. Il piu’ rilevante fatto (appunto) storico degli ultimi cinquant’ anni e’ stato proprio questo: l’ abolizione dell’ estero. Sorprendente che Celli non se ne sia accorto. Se poi uno ha nostalgia dei ziti alle melanzane della mamma, beh, e’ comprensibile, ma sono affari suoi.
Ricerca ed ipocrisia nel sistema Italia: http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/ricerca-ed-ipocrisia-nel-sistema-italia.html
@ Gianni
Certo il “trasloco” e’ molto piu’semplice e quindi il panorama piu’ ampio di quanto non fosse 30 anni fa, quando il caro Celli decise di rimanere in Italia. Pero’, ziti e melanzane a parte, la difficolta’ che si mette in conto cambiando paese non si puo’paragonare a quella che si puo’incontrare a cambiare regione. Ci vogliono anni ad adattarsi, e anche dieci anni a o piu’ (a volte non lo sio diventa mai) a divenatare cittadini a tutti gli effetti. Per dire, io posso votare contro Bossi e la Lega, che in fondo non influiscono granche’ sul mio mondo, e non posso votare contro Geert Wilders che e’ un pericoloanche piu’grave, e le conseguenze di una sua affermazione in Olanda le sentirei eccome. L’Unione e’ben lontana dall’essere quello spazio armonico che dovrebbe essere. Siamo d’accordo che il trasloco Bari-Milano non sia del tutto paragonabile al trasloco Pisa-Rotterdam? E che coloro che emigrano non lasciano solo ziti e melanzane?