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università

Una scelta discutibile

14.11.09 | 1 Comment

di Giulio Vesperini

Mantengo la promessa fatta nel post scritto qualche settimana fa e scrivo qualche informazione e qualche commento sul decreto adottato dal ministro Gelmini a fine settembre, intitolato “Criteri di ripartizione del Fondo di Finanziamento ordinario delle Università per l’anno 2009”. Mi soffermo su una norma contenuta in questo decreto (l’articolo 5) intitolata “interventi per favorire la mobilità del personale docente e ricercatore”.

Di cosa si tratta? Da qualche anno oramai il ministero assume periodicamente l’impegno di partecipare, per una quota molto consistente, al costo del professore e del ricercatore che si trasferisca da una università ad una altra. La ragione è molto semplice: in questo modo, si incentiva in questo modo la mobilità, cercando, per questa via, di porre un rimedio al fenomeno del cd. localismo, ovvero al fatto che un ricercatore o un professore svolgano tutta la loro carriera in una stessa sede.

Ne traggono vantaggi sia le università che i singoli professori o ricercatori interessati al trasferimento. Le università, perché hanno l’opportunità di incrementare il loro organico, e questo è particolarmente importante ora che si esigono i cd. requisiti minimi dei quali ho parlato nel precedente post, senza dover sostenere significativi costi aggiuntivi. I singoli, perché il cofinanziamento ministeriale può consentire loro di trasferirsi più facilmente in sedi più gradite, spesso perché più vicine al luogo di residenza.

Quest’anno, però, il decreto sulla mobilità contiene alcune novità, sulle quali vale la pena brevemente soffermarsi.

Anzitutto, il cofinanziamento ministeriale è alle cd. università virtuose, e cioè quelle nelle quali il rapporto tra assegni fissi e ffo non superi il tetto del 90%, e, al loro interno, alle sole facoltà, che versino in particolari situazioni di difficoltà (e cioè quelle nelle quali il rapporto tra studenti iscritti e docenti di ruolo sia superiore al valore mediano nazionale di tale rapporto delle facoltà dello stesso gruppo).

Poi, l’importo del cofinanziamento varia in ragione della provenienza del professore o del ricercatore che si trasferisce: se questo sta nei ruoli di una altra università “virtuosa”, il cofinanziamento del ministero copre il 70% dei costi; se, invece, viene da una università “non virtuosa” l’importo del cofinanziamento raggiunge il 90% dei costi che l’università di arrivo deve sostenere per quel docente.

La ragione mi pare anche qui evidente: si intende favorire, in una logica di sistema, il riequilibrio finanziario in modo da alleggerire la finanza delle università non virtuose e, ad un tempo, premiare quelle virtuose.

Ma se è chiara la ragione finanziaria, molto più dubbie sono le conseguenze di questo stesso meccanismo sulle ragioni del merito. Faccio un esempio per spiegare meglio cosa intendo: poniamo che una facoltà indica un bando di mobilità per avere un professore di una certa materia e che riceva due domande: una di un professore di una università virtuosa, una di un professore di una università non virtuosa. Secondo le regole che disciplinano l’assunzione di professori, dovrebbe mettere a confronto i curricula e scegliere quello tra i due che ritiene il migliore scientificamente e didatticamente.

Ma nel contesto determinato dal decreto del ministro, molto difficilmente la scelta si svolgerà (solo) in base al criterio del merito: è molto più probabile, invece, che le scelte della facoltà siano determinate dalle esigenze finanziarie. Peraltro, la facoltà neanche potrebbe esternare le ragioni della scelta fatta sulla base di questo criterio, a meno di non correre il rischio di un annullamento della sua delibera da parte del giudice. Quindi, una scelta motivata non dalle qualità dei candidati, ma dalla diversa convenienza finanziaria legata alla chiamata di questo di quello, e comunque non pienamente trasparente.

Ora, non c’è dubbio che l’elemento finanziario sia diventato fondamentale ai fini della valutazione delle università e dei risultati da esse conseguiti; e, allo stesso modo, si può convenire sul fatto che la leva finanziaria possa essere utilizzata opportunamente per premiare i migliori atenei e punire i peggiori.

Ma se gli interessi di tipo finanziario diventano assorbenti e soprattutto se non ci si preoccupa di contemperarli con gli altri interessi che devono informare le scelte dell’università, e innanzitutto con quelli alla qualità del servizio erogato, temo che si corra il rischio di non correggere le disfunzioni, ma di aggiungerne delle nuove.

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