Nel contesto attuale davvero non si capisce la decisione della Commissione Sanità di fermare di nuovo l’immissione sul mercato della pasticca in oggetto. Per poter declinare un minino di ragionamento e’ importante chiarire il quadro d’insieme.
La legge che disciplina il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza e’ la 194 del 1978. Prima dell’introduzione dell’attuale normativa vigente la pratica dell’aborto era vietata dal codice Rocco. Aborto e contraccezione erano bollati come delitti contro la stirpe. Si stima che all’epoca gli aborti praticati in modo clandestino, con conseguente pericolosità per le donne che vi si sottoponevano (vigeva il reato di aborto), arrivarono alla cifra record di 350.000 all’anno. La legge 194/78, disciplinando la pratica dell’aborto, mette ordine ad un quadro di vera emergenza sociale. La norma stabilisce che la procedura si attivi su richiesta della donna entro i 90 giorni dall’ultima mestruazione, o anche dopo nel caso in cui ci sia pericolo per la salute psicofisica della donna. Inoltre viene istituito presso il Ministro un osservatorio sul fenomeno che presenta una relazione annuale sull’applicazione della legge stessa.
Con la pillola Ru486, la donna può porre termine alla gravidanza entro il secondo mese senza doversi sottoporre a intervento chirurgico. Non si tratta di una pillola del giorno dopo e non ne è previsto l’uso in termini contraccettivi. Si trova in commercio in Francia e negli Stati Uniti mentre in Italia la sperimentazione è partita nel 2005 a Torino. Di fatto si tratta di un presidio medico alternativo alla chirurgia permette di diminuire l’indice di rischio ed i costi associati alla pratica dell’aborto.
Tracciato il quadro di insieme davvero la sensazione è che il blocco attuale sia dovuto al falso moralismo di Lega e PDL che in questo modo cercano di guadagnare un rapporto privilegiato con le gerarchie ecclesiastiche facendosi paladini di un contrasto alla pratica di interruzione volontaria di gravidanza. Parlo di falso moralismo perché se l’obiettivo conclamato fosse quello di limitare il ricorso alla pratica dell’aborto l’indirizzo politico dovrebbe essere altro.
Se al falso moralismo si sostituisse il sano realismo ci si dovrebbe chiedere il perché una donna, dopo una decisione il più delle volte sofferta, ricorrere alla pratica all’interruzione volontaria di gravidanza. Senza entrare nell’analisi del fenomeno delle gravidanze adolescenziali (purtroppo in crescita), che da solo meriterebbe una serio approfondimento dell’argomento, si può tranquillamente affermare che uno dei motivi è nella poca considerazione della maternità nella nostra società.
Nella nostra società infatti la gravidanza è un peso. È calo delle produttività. È cosa da evitare in funzione della carriera. In alcune realtà si arriva perfino a chiedere alle donne una lettera di dimissioni in bianco da usare nel caso in cui rimangano in cinta nel corso del rapporto lavorativo. In altri casi, come ad esempio per i lavoratori atipici, la maternità nemmeno è tutelata. A ciò si deve aggiungere la totale inadeguatezza delle politiche di supporto della famiglie con figli. Basti pensare alla norma che regola l’utilizzo dei congedi dei genitori nella malattia del bambino (massimo 10 giorni all’anno non pagati) o all’elemosina degli assegni famigliari.
L’indirizzo politico di un governo serio che voglia ridurre il ricorso alla pratica dell’aborto quindi deve essere altro. Non si tratta di introdurre ulteriori paletti al ricorso alla pratica dell’aborto, quanto piuttosto di creare le condizioni sociali per cui una donna o una famiglia, anche in situazioni di disagio, possa decidere in tutta tranquillità di portare a termine la gravidanza.
Questo lo si fa investendo nelle politiche per la famiglie, per le giovani coppie e per le ragazze madri. Lo si fa aumentando gli stanziamenti e non tagliandoli come questo governo sta facendo. Lo si fa estendendo i diritti anche a chi oggi non li ha. Lo si fa estendendo la disciplina a supporto della donne in gravidanza ai lavoratori atipici. Lo si fa aumentando le risorse impiegate nei insieme di servizi a supporto di maternità e famiglia.
Ancora una volta PDL e Lega preferiscono la semplicità di uno slogan ad una discussione seria sulla questione! Il rallentare l’introduzione del farmaco sul mercato non si interroga sulle cause del fenomeno ed ha il solo effetto di limitare la libertà individuale di utilizzare un metodo diverso da quello chirurgico nel momento in cui si decide di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. Niente male per un partito che si chiama Partito delle Libertà!


















