di Elena Tebano

(la locomotiva @Gianni D.)
Centosessantasette: 1-6-7. Sono gli sgomberi di campi rom e sinti effettuati a Milano dalla giunta Moratti. L’ultimo è stato giovedì 26 novembre: la polizia ha costretto un gruppo di 30 rom romeni ad andarsene da una caserma abbandonata in zona Forlanini (tra la tangenziale e l’areoporto di Linate per intendersi, non certo un paradiso). La maggior parte dei rom veniva dal campo abusivo di via Rubattino, un’altra zona periferica e degradata di Milano, da cui erano stati sgomberati il 19 novembre.
La decisione di chiudere il campo di Rubattino ha suscitato polemiche in città: in via Rubattino abitavano molti bambini, che così hanno dovuto cambiare scuola. I genitori dei loro compagni di classe e le maestre avevano chiesto di non interrompere un percorso di educazione e inserimento dei bimbi, che stava funzionando, ma nessuno ha dato loro ascolto.
A Milano infatti la politica nei confronti dei rom è solo una: sgomberare, sgomberare, sgomberare. Ma come dimostrano il numero degli interventi, 167, e il fatto che le persone si spostano da un’area disastrata e pericolosa all’altra, non è molto efficace. Se ne è accorto anche un consigliere regionale del Pdl, Alessandro Colucci. “Lo sgombero, come si è visto in questi giorni, non può essere una soluzione, è solo una misura parziale: gli zingari, infatti, il giorno dopo si accampano in un’altra area”, ha detto all’indomani della cacciata numero 167. Colucci poi aggiunge: “Il problema dei campi Rom è legato alle aree dismesse e al degrado che viene a formarsi intorno a queste. Uno dei temi da trattare è anche e soprattutto questo: il recupero delle ex aree industriali dimesse, in un’ottica di programmazione territoriale su scala metropolitana”. Delle persone non ci si preoccupa, ma degli interessi immobiliari sì.
Anche alla base dello sgombero drammatico di Ponticelli, nel maggio 2008 a Napoli, c’erano interessi immobiliari molto materiali: un investimento da 67 milioni di euro per il recupero della zona in cui si trovava il campo. Faceva gola alla camorra e purtroppo ha “accecato” anche i locali esponenti del Pd. Lo ha spiegato il corrispondente del Corriere della Sera Marco Imarisio, nei suoi pezzi da Ponticelli e in un libro, “I giorni della vergogna”.
Da pressoché tutti gli altri mezzi di informazione, però, quei fatti sono stati spiegati come la supposta reazione della popolazione, esasperata dai rom, al tentato rapimento di un bimba da parte di una zingara. E dalla finta protesta popolare di Ponticelli si è arrivati all’ordinanza del ministro dell’Interno Roberto Maroni di schedare e prendere le impronte a tutti i rom, su base etnica. La storia è “vecchia”, ma vale la pena di ricordarla, perché esemplifica un modo diffusissimo di trattare la questione rom, e dove questo porta: all’esasperazione dei conflitti sociali.
Adesso facciamo un bel salto e andiamo a Pisa. La città toscana, fermamente governata dal Pd, ha promosso il progetto più avanzato in Italia sul fronte dell’integrazione dei rom (lo definisce così il rapporto della Fundamental Rights Agency dell’Unione Europea). Si chiama “Le Città sottili” e prevede l’inserimento abitativo dei Rom e la chiusura dei cosiddetti “campi nomadi”. Elaborato nel 2002, le Città sottili prendeva atto del fatto che “praticamente tutti i rom che vivono sul territorio pisano” (erano circa 450) “appartengono a gruppi che ormai da decenni non praticano più il nomadismo”.

(Campo nomadi di Coltano)
I Comuni della zona pisana si sono impegnati a trovare alloggio alle famiglie rom presenti nei campi. La Società della Salute, l’ente pubblico incaricato dell’attuazione del programma, ha preso in affitto degli appartamenti e li ha poi subaffittati alle famiglie Rom, che dovevano pagare una parte del canone di affitto in base alle effettive capacità economiche. La restante parte del canone veniva pagata dalle amministrazioni locali. Il programma prevedeva anche una specifica assistenza di operatori specializzati per la ricerca di lavoro: man mano che i rom avessero trovato un impiego, avrebbero pagato quote crescenti di affitto. Altri alloggi “minimi”, invece, sono stati costruiti ex-novo al posto delle baracche del campo nomadi di Coltano (a Sud della città). Il tutto realizzato e deciso insieme a rappresentanti dei rom.
A sette anni di distanza le “case minime” costruite a Coltano stanno per essere consegnate. Ma il Comune di Pisa ha deciso di chiudere il programma delle Città sottili, che oltretutto non è più stato esteso ai rom arrivati a Pisa dopo il 2002. Significa che il Comune non contribuirà più agli affitti e molte famiglie rom si troveranno sotto sfratto. In più la Giunta comunale eletta a inizio 2008 ha adottato una nuova politica di sgomberi. Anche il centrosinistra – che pure sui rom ha espresso le politiche più avanzate in Italia – cambia idea e ricalca le strategie del centrodestra: spostare il problema un po’ più in là, grazie agli sgomberi.

(Case minime di Coltano)
Perché? Sicuramente una politica come quella delle Città sottili richiede soldi. E i comuni, i cui fondi sono stati falcidiati dal governo Berlusconi, ora preferiscono metterli altrove – anche se così si aggravano i problemi. La parola rom, infatti, fa venire l’orticaria al centrosinista, che solo a sentirla teme di perdere voti. E in materia anche il Pd ora preferisce adottare politiche di apparenza. Le politiche dell’apparenza, come le descrive Tommaso Vitale, un sociologo di Milano che si occupa prorio di Rom, seguono questa logica:
Le politiche sociali non portano consenso politico
2. Tenere aperti i problemi, ri mestare nel torbido, permette di ottenere consenso
3. Il consenso si crea attraverso iniziative il cui successo si verifica nel brevissimo periodo, meglio se nel presente, se l’azione ha successo per il semplice fatto di farla e non per le sue conseguenze
4. Il consenso si ottiene attraverso una comunicazione pubblica che giustifica l’azione in base ad una logica manichea
5. Interventi semplici, unici (che riducono la varietà degli strumenti da predisporre) aumentano il consenso
6. Il consenso si ottiene attraverso una presenza del politico nei luoghi del disagio
Altrimenti detto: sgomberi e ronde. Il risultato? Il problema è solo rimandato. E alla lunga, politicamente, fa vincere chi specula sulla paura di una “minaccia” sempre presente: destra e Lega.



















Che dire di più? Che stiamo perdendo, perdendo su tutta la linea. Che l’Italia e l’Europa stanno tornando veloci e diritti al razzismo degli anni ‘20.
Bel pezzo, ma, assieme ai minareti svizzeri, davvero deprimente…
[...] – Rom, se anche il Pd rinuncia alle politiche sociali. L’articolo di Elena Tebano su I Mille [...]