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Diritti

Perché attaccano Tabucchi

27.11.09 | 9 Comments

di Alessandro Iovinelli

L’appello lanciato da “Le Monde” il 19 novembre e ripreso da “Micromega” ci ricorda un processo che è stato intentato dal senatore Schifani contro Antonio Tabucchi. Per chi non avesse seguito la vicenda, volesse essere aggiornato in merito e magari desiderasse sottoscrivere il documento, consiglio di cliccare qui.

Come si vede dal testo dell’appello e dalla ricostruzione dei fatti, Tabucchi non ha scritto un pamphlet come L’affaire Moro di Leonardo Sciascia o un libro denuncia come Giovanni Leone. La carriera di un presidente di Camilla Cederna, ma è stato autore di un articolo apparso su “L’Unità” il 20 maggio 2008: “I fatti e i veleni”. Fra l’altro, si trattava di un commento in merito a una polemica tra Marco Travaglio e Giuseppe D’Avanzo, nella quale egli si schierava a favore del primo, riprendendone perciò talune affermazioni. Basta leggere l’articolo e si capisce il senso del suo discorso.

È stato osservato su “L’Espresso” che i concetti formulati da Tabucchi non erano affatto inediti, vale a dire non costituivano in alcun modo particolari rivelazioni in merito alla biografia dell’attuale presidente del Senato, limitandosi a ritornare su certi momenti del suo passato di cui altri avevano già scritto e documentato – e senza essere querelati.
Ci sarebbe da sorridere di tutta la vicenda, se pensiamo che a Tabucchi sarebbe successo proprio quello che lui temeva accadesse a Travaglio, difendendone la libertà di opinione. Tabucchi riferiva un episodio della vita del grande poeta russo Mendel’stam, perseguitato dallo stalinismo, il quale un giorno fu accusato da un funzionario di polizia durante l’ennesimo interrogatorio «di aver scritto una frase (o un verso) sovversivi. Mandel’stam risponde che non l’ha mai scritto. La replica del poliziotto: “Anche se non l’hai mai scritto era quello che volevi far pensare al popolo”». In un regime basta il sospetto che qualcuno possa pronunciare una frase indesiderata perché sia condannato. Questo voleva dire Tabucchi a proposito di Travaglio. Di qui l’apparente tragicomicità della querela: Tabucchi è accusato di aver interpretato le parole di Travaglio affinché così volev[a] far pensare al popolo.

Purtroppo non c’è niente da ridere. Come mostrano di capire tutti coloro che osservano le vicende italiane dall’esterno. Cito a questo proposito un analogo appello di 15 scrittori danesi, seguito a distanza di qualche giorno, in cui si afferma: «L’azione legale e l’esorbitante richiesta economica appaiono esclusivamente come un’intimidazione verso la formazione di una libera opinione pubblica».

La parola chiave è intimidazione. Perché di questo si tratta, né più né meno. Il caso Tabucchi è la spia, l’ennesimo segnale di una situazione sempre più grave, sempre più inquietante, che tocca la sfera della libertà di pensiero e di parola.

Il fatto mi consente di tornare sulla questione degli intellettuali alla quale avevo dedicato il precedente post – recensendo l’ultimo libro di Asor Rosa. Lì si trattava del silenzio degli intellettuali come reazione al tramonto della loro funzione sociale, nonché del loro status di maître à penser. Senza togliere alcunché alla fondatezza della diagnosi in termini di storia della cultura, verrebbe a questo punto da porsi un’altra domanda: e se il loro silenzio fosse anche (dico: anche) il segno dei tempi in cui viviamo? O in altri termini: la risposta alla paura?

Certo, non a tutti viene chiesto un risarcimento danni di oltre un milione di euro, ma i mezzi adottati dalla strategia dell’intimidazione sono – da sempre – vari e diversi: il ricatto e la minaccia, la lusinga e la bocciatura, la discriminazione o l’emarginazione. O detto più semplicemente: non poter più fare quel che si è capaci di fare – scrivere, suonare, cantare, recitare, progettare, studiare …

Di casi gravi come quello di Tabucchi non ce ne sono molti, è vero. Ma a ciascuno il suo – potrebbe essere il motto dei tempi attuali. È anche vero che in tanti sono quelli che non abbassano la testa e che, proprio come Tabucchi, preferiscono rischiare di tasca propria per esercitare la propria responsabilità di mostrare – per riprendere una metafora cui l’autore è affezionato – le macchie sulla camicia, cioè dire chiaro e tondo quali sono i problemi più rilevanti della nostra epoca. Ma il coraggio – come ripeteva Don Abbondio – chi non ce l’ha non se lo può dare.

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