di Alessandro Iovinelli
L’appello lanciato da “Le Monde” il 19 novembre e ripreso da “Micromega” ci ricorda un processo che è stato intentato dal senatore Schifani contro Antonio Tabucchi. Per chi non avesse seguito la vicenda, volesse essere aggiornato in merito e magari desiderasse sottoscrivere il documento, consiglio di cliccare qui.
Come si vede dal testo dell’appello e dalla ricostruzione dei fatti, Tabucchi non ha scritto un pamphlet come L’affaire Moro di Leonardo Sciascia o un libro denuncia come Giovanni Leone. La carriera di un presidente di Camilla Cederna, ma è stato autore di un articolo apparso su “L’Unità” il 20 maggio 2008: “I fatti e i veleni”. Fra l’altro, si trattava di un commento in merito a una polemica tra Marco Travaglio e Giuseppe D’Avanzo, nella quale egli si schierava a favore del primo, riprendendone perciò talune affermazioni. Basta leggere l’articolo e si capisce il senso del suo discorso.
È stato osservato su “L’Espresso” che i concetti formulati da Tabucchi non erano affatto inediti, vale a dire non costituivano in alcun modo particolari rivelazioni in merito alla biografia dell’attuale presidente del Senato, limitandosi a ritornare su certi momenti del suo passato di cui altri avevano già scritto e documentato – e senza essere querelati.
Ci sarebbe da sorridere di tutta la vicenda, se pensiamo che a Tabucchi sarebbe successo proprio quello che lui temeva accadesse a Travaglio, difendendone la libertà di opinione. Tabucchi riferiva un episodio della vita del grande poeta russo Mendel’stam, perseguitato dallo stalinismo, il quale un giorno fu accusato da un funzionario di polizia durante l’ennesimo interrogatorio «di aver scritto una frase (o un verso) sovversivi. Mandel’stam risponde che non l’ha mai scritto. La replica del poliziotto: “Anche se non l’hai mai scritto era quello che volevi far pensare al popolo”». In un regime basta il sospetto che qualcuno possa pronunciare una frase indesiderata perché sia condannato. Questo voleva dire Tabucchi a proposito di Travaglio. Di qui l’apparente tragicomicità della querela: Tabucchi è accusato di aver interpretato le parole di Travaglio affinché così volev[a] far pensare al popolo.
Purtroppo non c’è niente da ridere. Come mostrano di capire tutti coloro che osservano le vicende italiane dall’esterno. Cito a questo proposito un analogo appello di 15 scrittori danesi, seguito a distanza di qualche giorno, in cui si afferma: «L’azione legale e l’esorbitante richiesta economica appaiono esclusivamente come un’intimidazione verso la formazione di una libera opinione pubblica».
La parola chiave è intimidazione. Perché di questo si tratta, né più né meno. Il caso Tabucchi è la spia, l’ennesimo segnale di una situazione sempre più grave, sempre più inquietante, che tocca la sfera della libertà di pensiero e di parola.
Il fatto mi consente di tornare sulla questione degli intellettuali alla quale avevo dedicato il precedente post – recensendo l’ultimo libro di Asor Rosa. Lì si trattava del silenzio degli intellettuali come reazione al tramonto della loro funzione sociale, nonché del loro status di maître à penser. Senza togliere alcunché alla fondatezza della diagnosi in termini di storia della cultura, verrebbe a questo punto da porsi un’altra domanda: e se il loro silenzio fosse anche (dico: anche) il segno dei tempi in cui viviamo? O in altri termini: la risposta alla paura?
Certo, non a tutti viene chiesto un risarcimento danni di oltre un milione di euro, ma i mezzi adottati dalla strategia dell’intimidazione sono – da sempre – vari e diversi: il ricatto e la minaccia, la lusinga e la bocciatura, la discriminazione o l’emarginazione. O detto più semplicemente: non poter più fare quel che si è capaci di fare – scrivere, suonare, cantare, recitare, progettare, studiare …
Di casi gravi come quello di Tabucchi non ce ne sono molti, è vero. Ma a ciascuno il suo – potrebbe essere il motto dei tempi attuali. È anche vero che in tanti sono quelli che non abbassano la testa e che, proprio come Tabucchi, preferiscono rischiare di tasca propria per esercitare la propria responsabilità di mostrare – per riprendere una metafora cui l’autore è affezionato – le macchie sulla camicia, cioè dire chiaro e tondo quali sono i problemi più rilevanti della nostra epoca. Ma il coraggio – come ripeteva Don Abbondio – chi non ce l’ha non se lo può dare.



















Basta che ci mettiamo d’accordo, effettivamente “i concetti formulati da Tabucchi non erano affatto inediti”, se questo basta a scontargli il pronunciamento, che basti, e firmiamo.
Ma questo non offuschi il resto, ché Tabucchi aveva torto marcio.
forse è colpa mia, ma ho qualche difficoltà con le asserzioni apodittiche. Che cosa significa che “Tabucchi aveva torto marcio”? ho letto un post e le argomentazioni che esso porta. Se qualcun altro la pensa diversamente mi fa molto piacere saperlo, se non altro perchè mi consente di informarmi meglio, ma vorrei anche sapere perchè.
Quanta retorica!
Perché, ho fatto male a non specificarlo, Travaglio stava eccome dando del mafioso a Schifani, come dice D’Avanzo.
Tabucchi dice di no, e per questo – ingiustamente – si è preso il provvedimento. Ma l’ipocrisia del sottendere, senza dire, per poi negare di aver detto, non l’ho mai sopportata.
è questo significa avere torto marcio?
C’è negli interventi di Giovanni Farina qualcosa che mi sfugge. Nel primo dice che Tabucchi ha torto marcio. Al che gli si chiede di spiegarsi meglio e chiarire il perché – visto che ogni affermazione, quanto più è perentoria, tanto più dovrebbe essere dimostrata. Allora nel suo secondo intervento lui adduce come prova a favore del suo ragionamento l’ipocrisia di Tabucchi, il quale avrebbe lasciato intendere il suo pensiero su Schifani senza dirlo apertamente – che è proprio l’argomento del poliziotto di Stalin secondo l’aneddoto sulla vita di Mendel’stam. Dunque il presidente del Senato lo avrebbe querelato per ragioni per così dire stilistiche? Ora è vero che la rete – quale sistema lingiuistico – ha questo come dato “a priori”, cioè i locutori spesso manifestano il loro pensiero senza alcun rispetto per la logica. Ciò accade in base al principio dell’irresponsabilità dell’atto comunicativo, il quale – avvenendo in assenza degli interlocutori – autorizza chi scrive a spararla il più possibile grossa e senza badare alla coerenza del discorso. Però, visto che l’autore del commento, ha firmato anche un post su questo blog, ci si permetterebbe di raccomandargli in futuro un maggiore controllo dell’organizzazione del proprio pensiero. E visto che ci siamo, per cortesia: lasciamo stare la tirata contro la retorica, sulla quale, caro Giovanni, non hai molto da insegnare: il tuo post sul crocefisso raccoglie tutti i luoghi comuni del laicismo più becero – per la cui cui espressione puoi vantare qui e altrove tutti i diritti, nessuno lo contesta. Ma senza farci la lezione antiretorica. Grazie.
Beh, direi proprio di sì.
Riepilogando: Travaglio dice che Schifani ha frequentato dei mafiosi. D’Avanzo gli spiega che questo, da sé, non costituisce una cosa grave, tantopiù che Schifani non era a conoscenza di tale mafiosità, al tempo dell’accaduto: aggiunge inoltre, D’Avanzo, che adottando lo stesso criterio – questo sì – da polizia politica, anche lo stesso Travaglio ha frequentato dei mafiosi.
Travaglio allora ritratta, e dice che quella frase lui non l’ha mai detta.
Ovviamente chiunque non abbia un pregiudizio enorme può rendersene conto qui:
http://www.youtube.com/watch?v=TH3ov-Mu8MY&feature=video_response
Il messaggio che Travaglio ha fatto passare, e voluto far passare è che Schifani sia un mafioso. Del resto non c’è ragione di ripetere, in tv, in prima serata delle carte di una sentenza, già conosciuta da anni, e per il quale Schifani non è stato ritenuto in nulla colpevole o connivente.
Poi Tabucchi arriva e dice che però, no, Travaglio non aveva detto precisamente che Schifani era un mafioso. Una di quelle giustificazioni da azzeccagarbugli che, personalmente, non sopporto proprio. Non ha detto, precisamente, quella frase, seppure il concetto era quello.
Il solito metodo. Per citare Francesco C, un’incriminazione “frutto di un linguaggio ambiguo, talmente nascosto dietro formule allusive da rendere complicata persino una replica fattuale, perché poco si può replicare al tono inquisitorio che sostituisce la presunzione d’innocenza con la presunzione di colpevolezza fin dal primo sospetto.”
Difendere questo metodo, attaccandosi al cavillo che Travaglio non abbia detto la precisa esatta formula di cui viene accusato, ecco, sì, questo io lo chiamo avere torto marcio.
Non noti che l’aberrazione di quel sistema era l’essenza stessa dei reati d’opinione. L’idea stessa che esistano concetti sovversivi e da punire con la morte.
Di fronte a ciò è pienamente comprensibile che un poeta – di cui non conosco la vicenda – abbia deciso di ritrattare, di fronte alla morte. Ti dico di più: se li aveva scritti davvero, quei “versi sovversivi” (brr), e non fosse stata solamente un’illazione della polizia politica, questo farebbe di lui un personaggio più positivo.
Ahaha, questa è bella. Però non sei in grado di rispondere con un argomento che sia uno, vero?
D’altronde cosa posso aspettarsi da una persona che scrive “laicismo”, come fosse una degenerazione di qualcosa. Anche questo non è stato mai spiegato, cosa ci sia di male nel cosiddetto laicismo.
Oh, bene: questo è parlar chiaro. Ricapitoliamo i fatti secondo la versione che ci hai proposto: c’è una polemica tra Travaglio e D’Avanzo. Nessuno querela nessuno – tanto meno Schifani. Poi interviene Tabucchi in favore di Travaglio. Schifani lo querela perché si sente diffamato. Secondo te, dunque Schifani avrebbe ragione? Non lo dici – né io penso di fartelo dire. Tuttavia tu rimproveri a Tabucchi di essere un ipocrita e più in generale condanni la cultura del sospetto che alimenta voci incontrollate su persone e gruppi politici che non devono certo dimostrare la loro specchiata onestà. Viviamo nel migliore dei mondi, no? Io non lo penso, ma sono contento per te che lo pensi.
Quanto al laicismo, ho usato questo termine perché mi piacciono gli eufemismi e le buone maniere nella comunicazione. Preciso di non essere affatto credente, ma mi sono formato in una scuola dove gli anticlericali e l’irrisione alla tradizione cristiana non ci erano simpatici. L’Occidente così come ce lo vogliamo rappresentare è certamente erede dell’età dei Lumi, o come la chiamava Bobbio, dei diritti. Ma la sua storia comincia prima,o no? E sinceramente tutto si può dire tranne che la croce non ne sia un simbolo forte – identitario. Detto questo, non solo sei liberissimo di non pensare che le cose stiano così, ma come diceva Voltaire: mi batterò, ecc. Mi è sufficiente che tu non dia del retorico a chi difende i diritti di uno scrittore di pensare e pubblicare ciò che ritiene giusto.
Ecco, l’affermazione grassettata è quella a cui riferisco l’aver torto marcio. Se non è stato chiaro dall’inizio, me ne dispiaccio. Quanto alla ragione di Schifani ho detto, fin dall’inizio, che non ero d’accordo con la querela ma – appunto, è quello di cui stiamo parlando – viviamo in un mondo in cui la gente dice una cosa per intenderne sottilmente un’altra. Non è il mio caso.
Ti prego di non misurarmi con metro altrui.
Poi c’è un altro fatto, a lato: che io sono molto meno sensibile alle querele e alle denunce di quanto non si sia generalmente. Io fui contento quando Berlusconi denunciò Repubblica – seppure nei modi, vigliacchi, di Berlusconi – perché ero convinto che Repubblica non avesse nulla di cui rispondere, e sarei stato contento che un giudice sancisse l’innocenza di Repubblica.
Penso che valga lo stesso per Tabucchi, se le sue affermazioni non sono state diffamanti nei confronti di Tabucchi.
A parte che non ho capito quale sia il principio per cui uno che difende i diritti di uno scrittore di pensare e pubblicare ciò che ritiene giusto non possa essere, al tempo stesso, retorico. Ma – ti ho fatto notare più sù – non ho mai negato quel diritto.
In ogni caso quando ho scritto “quanta retorica”, non lo riferivo al tuo post, ma alla prima risposta di Giulio che scriveva “forse è colpa mia, ma ho qualche difficoltà con le asserzioni apodittiche”.
Quel “forse è colpa mia”, in realtà sottendeva un “brutto cretino”, perché – ovviamente – Giulio non pensa che sia colpa sua. Ora Giulio dirà – vedi Ci risiamo! – «ma io non ho detto precisamente che sei un cretino!». Difatti, no. Ma appunto, quanta retorica.
Se avesse scritto semplicemente: “trovo inopportune le affermazioni apodittiche”, avrei risposto che sì, mi scusavo perché non ero stato abbastanza esplicativo.
Embè?
Perché non appendiamo anche il ritratto di Giulio Cesare?
Sì, anche la pizza. Con la salutare eccezione che in nessuna parte, in Occidente, c’è il crocifisso appeso. Solo in Italia. Ne consegue, come dice il mio amico anellide, che l’Italia non sia in Occidente.
Comunque se hai voglia di parlarne, magari è più il caso di scriverne sull’altro post.