
(foto: raysto)
Popolazione indigena scoperta dall’esploratore Romano Prodi nel 2005.
I “Primaridi” o “Homo Votans”, come li definisce il vocabolario etnografico Ceccanti-Vassallo, discendono dalla specie dei Compagnus Inscriptus, che già abitava in epoche antiche l’Emilia Romagna, l’Umbria e la Toscana. Da lì si sono poi diffusi in tutto lo Stivale.
Creature miti, portate al dialogo, i Primaridi, sono attirati da tutte le forme di democrazia diretta, dalla selezioni del candidato Premier a quelle per l’amministratore di condominio. Perfino in ambito famigliare, i Primaridi praticano elementari ma democratiche forme di votazione per stabilire chi deve portare fuori il cane o nonna dal dottore.
Ma è nei giorni delle cosiddette Primarie, che questo popolo offre il meglio di sé. Trattasi di giganteschi happening collettivi, in cui i Primaridi, abbandonata la tranquillità delle loro dimore, si riversano a milioni in strada, per scegliere il loro capo. Di solito, si assembrano a frotte in circoli, bocciofile e gazebo, ma anche una cabina telefonica in disuso, basta al Primaride pur d’esprimere la sua genuina, debordante, incontinenza elettorale. Caso unico al mondo, infatti, il Primaride è disposto a pagare uno o due euro, pur di esercitare questa sua peculiare attività.
Al termine di questi appuntamenti di festa, il popolo tende compostamente a rientrare nelle proprie abitazioni, fino al successivo appuntamento elettorale. Cosa facciano fra una elezione e l’altra i Primaridi è un mistero che gli antropologi non hanno ancora chiarito. Così, spesso, nascono voci di una presunta estinzione della specie, regolarmente smentite dalle Primarie successive.
La verità è che nel mondo contemporaneo, l’entusiasmo di questo popolo, così fiducioso nelle sue ingenue credenze – quali il rispetto della costituzione, la democrazia partecipata, il confronto delle idee – mette a dura prova il disincanto dei cinici. Perché che piova o tiri vento, che sia il 15 agosto o il 25 dicembre, per quante delusioni i capi gli diano, il Primaride non si arrende mai. Egli torna a votare, perché, come canta il poeta: “libertà è partecipazione”



















Grazie, non conoscevo la canzone…
Divertentissimo, grazie Marco!
Un terzo abbondante del “popolo delle primarie” non va in letargo: tra una elezione e l’ altra lavora e fa politica nei circoli, nelle istituzioni locali, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle universita’. Quelli che pensano invece che la politica sia solo andare a votare una volta ogni tre anni fanno bene ad andare in letargo. Potrebbero anche rimanerci, secondo me.