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Istruzione, Vita da Prof.

La storia che nessuno racconta

05.11.09 | 22 Comments

di Bianca Orlando

(foto zellaby)

Talvolta, parlare di insegnamento della storia è come percorrere un sentiero accidentato, cosparso dei sassi e delle buche di termini quali revisionismo storico, uso politico della storia, indottrinamento, libertà d’insegnamento et similia, termini spesso usati a sproposito; è come inerpicarsi tra gli speroni della polemica tra filoantichisti e filocontemporaneisti, tra più Novecento, o morte! contro senza i Greci non si va da nessuna parte. Non è di questo che mi vorrei occupare, ma di ciò che, nel chiuso delle aule, nel silenzio dei mezzi di comunicazione, nell’indifferenza di politici e ministri, sta probabilmente generando una delle più grandi catastrofi culturali dell’Italia repubblicana, di cui al momento nessuno pare rendersi conto, ma che è forse paragonabile alla mutazione antropologica di pasoliniana memoria.

Mi spiego: qualunque cittadino italiano maggiorenne ha affrontato per ben due volte, nel corso della scuola dell’obbligo, tutto l’arco di tempo che va dalla Preistoria ai giorni nostri, prima alla scuola elementare (oggi primaria), poi alla scuola media (oggi secondaria di I grado). Non mi soffermerò qui su ciò che è piuttosto ovvio: da una parte, che gli stessi argomenti, ripetuti ad anni di distanza, ad età differenti, vengono assimilati meglio e possono essere sviscerati con maggiore complessità e arricchiti di particolari e di significati; dall’altra, che spesso i tempi ridotti e talvolta l’impreparazione dei docenti portavano a sintetizzare o addirittura a trascurare gli eventi più recenti, quelli successivi al secondo conflitto mondiale. Comunque sia, un undicenne nato, poniamo, nel 1989, dovrebbe aver varcato la soglia della scuola media avendo almeno una vaga idea di chi fossero Carlo Magno e Cavour, sapendo che la scoperta dell’America doveva per forza precedere la Prima Guerra Mondiale, riuscendo a distinguere a grandi linee l’Impero Romano dall’Impero Asburgico. Stesso discorso si può fare per la geografia: il nostro undicenne, al termine della quinta elementare, aveva osservato sul planisfero, per un certo numero di volte, il Po, la Calabria, la Francia, i monti Urali, il Giappone, il Mississippi e le Ande. Naturalmente, tutto questo sarebbe stato ripreso, ripassato, approfondito, sistematizzato nel corso dei tre anni successivi, fino a portare l’alunno a sostenere l’esame di licenza media, diciamo nel 2003, con una conoscenza almeno accettabile del mondo come è oggi e dei grandi cambiamenti che si sono susseguiti nella storia, magari nel tentativo di riuscire a collegare tra loro alcuni tra i fatti e le realtà incontrati durante il suo percorso di studio.

Dal 2003, invece, la situazione è cambiata: la Legge 53, meglio nota come Riforma Moratti, ha rivoluzionato la scansione dei contenuti delle discipline storico-geografiche, diluendoli lungo tutto l’arco del primo ciclo di istruzione: niente più ripetizioni con successivi approfondimenti, ma un continuum che va dalla Preistoria all’Impero Romano (in terza, quarta e quinta della scuola primaria), proseguendo con il Medioevo fino ai giorni nostri (nel triennio della secondaria di I grado); che inizia con lo studio della regione di appartenenza e si allarga prima all’Italia (scuola primaria), poi all’Europa e ai Paesi extraeuropei (scuola secondaria di I grado).

Il mutamento è stato graduale, vista anche l’iniziale contrarietà di molti docenti; poi, complici anche le case editrici che non hanno più ristampato i volumi con le vecchie scansioni, negli ultimi tre/quattro anni, si è definitivamente affermato. Da un paio d’anni, quindi, entrano nella scuola secondaria ragazzini che non hanno mai sentito parlare, se non per sentito dire o per puro caso, di Rivoluzione Francese, di Rinascimento, di Himalaya o di Corrente del Golfo: per loro, Giulio Cesare e Hitler potrebbero essere stati compagni di banco; questi studenti non hanno idea di dove si trovino Mumbai né Rio de Janeiro, non sospettano minimamente del processo che ha portato all’unificazione italiana, né sanno perché al mondo ci siano climi diversi. Aggiungete a tutto ciò che, mentre la generazione precedente aveva, per così dire, “un pezzo di storia in casa”, poiché i genitori o i nonni avevano vissuto personalmente l’esperienza della guerra, e riusciva ancora a valutare la diversa distanza tra Roma e Parigi o tra Roma e Pechino, gli undicenni di oggi non hanno più la possibilità di vivere l’esperienza storico-geografica neppure nella sfera familiare: i nonni sono nati dopo la guerra, la rapidità dei mezzi di comunicazione e di trasporto distorce la percezione delle distanze. Insomma, questi ragazzi, a undici anni, non sanno più collocare luoghi, persone, eventi nello spazio e nel tempo.

Immaginate anche solo la difficoltà didattica di chiarire il processo di riunificazione delle Germanie (argomento di geografia del secondo anno di secondaria) ad un ragazzino che non sa nemmeno che esse sono state divise, o di spiegare l’età delle scoperte geografiche a chi non sa individuare oceani e continenti sul planisfero; anche leggere un racconto o un brano di un romanzo per ragazzi ambientato in epoche passate non è più scontato; si generano veri paradossi come la commemorazione della Giornata della Memoria o del Ricordo in classi in cui la maggior parte degli alunni ritiene che la Shoà sia avvenuta cinquecento anni fa e che le Foibe siano in Russia. Questo significa, per gli insegnanti, dover colmare continuamente lacune enormi, non poter contare su una solida base di prerequisiti condivisi (prendendo atto, così, del fatto che certe conoscenze siano patrimonio solo di pochi, cresciuti in circostante più favorevoli e stimolanti), essere costretti a ridurre sempre più la complessità degli argomenti affrontati, a semplificare fino a rendere indistinguibili le differenze tra i fenomeni. Significa anche che espressioni come hai fatto proprio la scoperta dell’America! oppure questo giardino sembra la foresta amazzonica sono poco più di modi di dire di cui si intuisce appena il significato, ormai completamente slegato dalla realtà che l’ha originato. Ma, soprattutto, significa che questi ragazzi, a undici anni, nel momento più delicato della loro crescita, nel momento in cui devono cominciare a costruirsi un’identità, spesso confrontandola con quella dei compagni “venuti da lontano”, non sanno collocare sé stessi nello spazio e nel tempo, o dare un nome ai luoghi che abitano (la toponomastica stradale è, per i più, assolutamente casuale e senza senso), o associare un’epoca a ciò che li circonda (chiese, palazzi, piazze…), o attribuire una spiegazione a tradizioni e ricorrenze (chiedete a uno studente di prima media perché il 25 aprile non si va a scuola). Non sanno, insomma, dire chi sono e perché sono così. E questa, senza scomodare poeti e filosofi e pedagogisti, è senza dubbio una ferita, individuale e collettiva, a cui non sarà facile porre rimedio.

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