di Bianca Orlando

(foto zellaby)
Talvolta, parlare di insegnamento della storia è come percorrere un sentiero accidentato, cosparso dei sassi e delle buche di termini quali revisionismo storico, uso politico della storia, indottrinamento, libertà d’insegnamento et similia, termini spesso usati a sproposito; è come inerpicarsi tra gli speroni della polemica tra filoantichisti e filocontemporaneisti, tra più Novecento, o morte! contro senza i Greci non si va da nessuna parte. Non è di questo che mi vorrei occupare, ma di ciò che, nel chiuso delle aule, nel silenzio dei mezzi di comunicazione, nell’indifferenza di politici e ministri, sta probabilmente generando una delle più grandi catastrofi culturali dell’Italia repubblicana, di cui al momento nessuno pare rendersi conto, ma che è forse paragonabile alla mutazione antropologica di pasoliniana memoria.
Mi spiego: qualunque cittadino italiano maggiorenne ha affrontato per ben due volte, nel corso della scuola dell’obbligo, tutto l’arco di tempo che va dalla Preistoria ai giorni nostri, prima alla scuola elementare (oggi primaria), poi alla scuola media (oggi secondaria di I grado). Non mi soffermerò qui su ciò che è piuttosto ovvio: da una parte, che gli stessi argomenti, ripetuti ad anni di distanza, ad età differenti, vengono assimilati meglio e possono essere sviscerati con maggiore complessità e arricchiti di particolari e di significati; dall’altra, che spesso i tempi ridotti e talvolta l’impreparazione dei docenti portavano a sintetizzare o addirittura a trascurare gli eventi più recenti, quelli successivi al secondo conflitto mondiale. Comunque sia, un undicenne nato, poniamo, nel 1989, dovrebbe aver varcato la soglia della scuola media avendo almeno una vaga idea di chi fossero Carlo Magno e Cavour, sapendo che la scoperta dell’America doveva per forza precedere la Prima Guerra Mondiale, riuscendo a distinguere a grandi linee l’Impero Romano dall’Impero Asburgico. Stesso discorso si può fare per la geografia: il nostro undicenne, al termine della quinta elementare, aveva osservato sul planisfero, per un certo numero di volte, il Po, la Calabria, la Francia, i monti Urali, il Giappone, il Mississippi e le Ande. Naturalmente, tutto questo sarebbe stato ripreso, ripassato, approfondito, sistematizzato nel corso dei tre anni successivi, fino a portare l’alunno a sostenere l’esame di licenza media, diciamo nel 2003, con una conoscenza almeno accettabile del mondo come è oggi e dei grandi cambiamenti che si sono susseguiti nella storia, magari nel tentativo di riuscire a collegare tra loro alcuni tra i fatti e le realtà incontrati durante il suo percorso di studio.
Dal 2003, invece, la situazione è cambiata: la Legge 53, meglio nota come Riforma Moratti, ha rivoluzionato la scansione dei contenuti delle discipline storico-geografiche, diluendoli lungo tutto l’arco del primo ciclo di istruzione: niente più ripetizioni con successivi approfondimenti, ma un continuum che va dalla Preistoria all’Impero Romano (in terza, quarta e quinta della scuola primaria), proseguendo con il Medioevo fino ai giorni nostri (nel triennio della secondaria di I grado); che inizia con lo studio della regione di appartenenza e si allarga prima all’Italia (scuola primaria), poi all’Europa e ai Paesi extraeuropei (scuola secondaria di I grado).
Il mutamento è stato graduale, vista anche l’iniziale contrarietà di molti docenti; poi, complici anche le case editrici che non hanno più ristampato i volumi con le vecchie scansioni, negli ultimi tre/quattro anni, si è definitivamente affermato. Da un paio d’anni, quindi, entrano nella scuola secondaria ragazzini che non hanno mai sentito parlare, se non per sentito dire o per puro caso, di Rivoluzione Francese, di Rinascimento, di Himalaya o di Corrente del Golfo: per loro, Giulio Cesare e Hitler potrebbero essere stati compagni di banco; questi studenti non hanno idea di dove si trovino Mumbai né Rio de Janeiro, non sospettano minimamente del processo che ha portato all’unificazione italiana, né sanno perché al mondo ci siano climi diversi. Aggiungete a tutto ciò che, mentre la generazione precedente aveva, per così dire, “un pezzo di storia in casa”, poiché i genitori o i nonni avevano vissuto personalmente l’esperienza della guerra, e riusciva ancora a valutare la diversa distanza tra Roma e Parigi o tra Roma e Pechino, gli undicenni di oggi non hanno più la possibilità di vivere l’esperienza storico-geografica neppure nella sfera familiare: i nonni sono nati dopo la guerra, la rapidità dei mezzi di comunicazione e di trasporto distorce la percezione delle distanze. Insomma, questi ragazzi, a undici anni, non sanno più collocare luoghi, persone, eventi nello spazio e nel tempo.
Immaginate anche solo la difficoltà didattica di chiarire il processo di riunificazione delle Germanie (argomento di geografia del secondo anno di secondaria) ad un ragazzino che non sa nemmeno che esse sono state divise, o di spiegare l’età delle scoperte geografiche a chi non sa individuare oceani e continenti sul planisfero; anche leggere un racconto o un brano di un romanzo per ragazzi ambientato in epoche passate non è più scontato; si generano veri paradossi come la commemorazione della Giornata della Memoria o del Ricordo in classi in cui la maggior parte degli alunni ritiene che la Shoà sia avvenuta cinquecento anni fa e che le Foibe siano in Russia. Questo significa, per gli insegnanti, dover colmare continuamente lacune enormi, non poter contare su una solida base di prerequisiti condivisi (prendendo atto, così, del fatto che certe conoscenze siano patrimonio solo di pochi, cresciuti in circostante più favorevoli e stimolanti), essere costretti a ridurre sempre più la complessità degli argomenti affrontati, a semplificare fino a rendere indistinguibili le differenze tra i fenomeni. Significa anche che espressioni come hai fatto proprio la scoperta dell’America! oppure questo giardino sembra la foresta amazzonica sono poco più di modi di dire di cui si intuisce appena il significato, ormai completamente slegato dalla realtà che l’ha originato. Ma, soprattutto, significa che questi ragazzi, a undici anni, nel momento più delicato della loro crescita, nel momento in cui devono cominciare a costruirsi un’identità, spesso confrontandola con quella dei compagni “venuti da lontano”, non sanno collocare sé stessi nello spazio e nel tempo, o dare un nome ai luoghi che abitano (la toponomastica stradale è, per i più, assolutamente casuale e senza senso), o associare un’epoca a ciò che li circonda (chiese, palazzi, piazze…), o attribuire una spiegazione a tradizioni e ricorrenze (chiedete a uno studente di prima media perché il 25 aprile non si va a scuola). Non sanno, insomma, dire chi sono e perché sono così. E questa, senza scomodare poeti e filosofi e pedagogisti, è senza dubbio una ferita, individuale e collettiva, a cui non sarà facile porre rimedio.



















Bello e tremendo articolo….
Il mio secondo figlio, che ha finito l’anno scorso la scuola media, ha scampato per miracolo questo scempio.
Quello che è più disperante, è che non si capisce davvero per quale motivo, sulla base di quale logica si siano inventati questa modifica della scansione dell’insegnamento della storia. L’hanno fatto per dire “noi facciamo grandi riforme, mica come quegli incapaci del Centro sinistra”, e poi chissene degli effetti. Oppure l’hanno fatto con vero dolo, per creare una generazione di senza memoria? Oppure…
Articolo interessante, proverei però a ribaltare il ragionamento per fare un passo avanti. Ho scritto da me cosa intendo perchè non stava in un commento.
Francamente non ho capito. In pratica, l’autore compara la metodologia dell’apprendimento precedente la riforma Moratti con quella posteriore. Nella prima, si avevano numerose ripetizioni nel corso del diversi cicli scolastici. Nella seconda, tali ripetizioni sono state abolite e si e’ passati ad un apprendimento “continuo” nel corso dei diversi istituti scolastici.
Se non capisco male, l’autore sostiene che procedimento adottato dalla riforma Moratti sarebbe da buttare proprio perche’ non ripete e rivista le nozioni, che invece vengono assimilate in diversi tempi. Forse citare alcuni articoli in cui si esamina il problema di assimilazione della conoscenza in ambito scolatisco aiuterebbe ad uscire dalle prese di posizone basate su pareri personali.
@Antonio: mi sembra che in se la cosa non sia difficile da dimostrare: l’età che va dai 6 anni al 14 anni è un’età di rapidissimo cambiamento. Se insegni la storia romana a 6 e arrivi alla storia contemporanea a 14, di storia romana non saprai nulla perché ovviamente a 6 anni hanno dovuto insegnartela ad un livello di approfondimento “elementare”. E quindi alle medie ti “mancano le basi” e non riesci a collegare le cose. In pratica, c’è il problema di rendere compatibili i tempi di apprendimento di molte nozioni (la storia è lunga e complessa) con i tempi di cambiamento cognitivo del bambino che diventa ragazzo. Il modo di risolvere questi due “calendari” pre riforma Moratti non credo fosse affatto perfetto (un ciclo di 5 seguito da un ciclo di 3), ma quello attuale mi sembra ancora peggio (un ciclo di 8).
Poi, c’è quel che dice Marco e che è un diverso punto di vista, ma a quello rispondo sul suo blog
Concordo pienamente. E’ una tragedia di proporzioni bibliche. Lo dico per esperienza diretta di insegnante universitario in America. Qui la metodologia che ha ispirato la “riforma Moratti” e’ in vigore da decenni e gli effetti – ve lo assicuro – sono catastrofici. Gli studenti hanno perso quelle coordinate spazio-temporali che sono il fondamento della cultura umanistica. Le hanno “sostituite” con categorie “post-moderne” dove l’anacronismo e l’arbitrarieta’ trionfano. E’ la “cultura” del revisionismo e dell’ignoranza di cui in America si alimenta il fondamentalismo religioso e su cui in Italia si fonda il berlusconismo con la perdita della memoria storica e della capacita’ di critica storica. Che tutto questo sia avvenuto tra il silenzio (e talora la complicita’) della sinistra e’ uno scandalo. Fino a pochi anni uno studente universitario italiano che veniva in America dall’Italia passava per essere un genio (solo per il fatto di conoscere le coordinate storico-geografiche), oggi e’ solo un ignorante come tutti gli altri (e che in piu’ non sa neppure parlare l’inglese). Abbiamo buttato alle ortiche quello che faceva diversa (e quindi grande) la nostra cultura per sostituirla con il nulla (o peggio con l’idea che la cultura non serve a nulla, tanto a questo mondo vincono solo i furbi come Berlusconi & Co.). Gli studenti italiani a livello internazionale stanno diventando tra i peggiori del mondo. Cosi’ oggi in America andiamo alla caccia di studenti dalla Germania (ultima roccaforte del metodo storico). Povera Italia! E una bruttissima pagina per la sinistra che si e’ scavata la fossa senza neppure rendersene conto. E’ la prima volta che vedo un articolo che denuncia questa situazione, che si sta purtroppo affermando tra l’indifferenza generale.
@Corrado: le cose non stanno come scrivi tu. La storia antica la insegnano a 9-10 anni (non a 6) e quella contemporanea a 13-14. E la cosa che l’autrice non dice è che comunque oggi l’obbligo è fino a 16 e non più a 14 e che circa il 70% di questi arriverà fino a 18-19. Quindi la storia verrà ripresa comunque un’altra volta. Con la scansione pre-moratti infatti il ciclo lo ripetevi TRE volte e non DUE. Non a caso era l’impostazione ideata quando a 18 anni ci arrivava il 10% della popolazione scolastica e non il 70 come oggi…
Come ho scritto da me, comunque, a mio avviso ad essere sbagliata è proprio l’idea che io debba studiare TUTTA la storia partendo dalla preistoria e arrivando fino ad oggi: molto meglio ragionare per percorsi.
Bene Corrado, un passo avanti. Ma mi piacerebbe capire se quel che dici sono personali opinioni o se sono suffragate da studi acconci. Mi sa aiutare?
Scrive Gabriele: E una bruttissima pagina per la sinistra che si e’ scavata la fossa senza neppure rendersene conto
E ti chiedo: cosa c’entra la sinistra con la Moratti?
[...] « La storia che nessuno racconta [...]
Caro Marco, non mi risulta che la sinistra abbia contestato la Moratti su questo punto. Mi pare del resto che anche tu concordi sul fatto che non si debba insegnare TUTTA la storia, ma che la storia debba essere insegnata “a percorsi”. La verita’ e’ che questo tipo di riforma ha ampi appoggi a sinistra, anzi il revisionismo e la critica del metodo storico sono partiti da intellettuali di sinistra, anche se a trarne vantaggio e’ stata la destra. E’ questo il paradosso che volevo sottolineare. In questo senso la sinistra si e’ scavata la fossa con le proprie mani. Il berlusconismo in Italia si fonda su una cultura dell’ignoranza che – mi dispiace riaffermarlo – e’ il diretto prodotto di un certo revisionismo culturale “di sinistra”. Non a caso quei filosofi e intellettuali “post-moderni” di sinistra che sono stati campioni della critica al metodo storico sono oggi citati e tenuti in grandissimo conto dalla cultura di destra, persino osannati qui in America dalla destra religiosa, dai negatori dell’Olocausto e dai sostenitori del creazionismo.
Detta così la capisco meglio. Quanto a quello che penso io, rimando al post che ora è anche su questo blog. Dico qui solo che non vedo alcun nesso tra studiare la Storia per percorsi e criticare il “metodo storico”
Grazie del post interessante, ma onestamente trovo l’opinione espressa discutibile. Molti hanno ricordi di studi raffazzonati condotti a livelli inferiori giusto per dire che si era completato il programma. Con cose studiate di corsa, senza un minimo di approfondimento. E poi una ripetizione inutile a diversi gradi delle stesse cose. Probabilmente si sarebbe potuta scegliere una strategia intermedia, con copertura completa ad ogni stadio ma enfasi su periodi storici che trasla mano a mano che si procede. Aggiungo che non e’ che si deve criticare ogni cosa che fa il governo di centro-destra per partito preso.
@marco: pensavo di risponderti sul tuo blog, lo farò invece qui nel tuo post
@antonio: le mie non sono “opinioni personali”, sono concrete esperienze di insegnante di scuola media.
oggi, ad esempio, ho introdotto il Rinascimnento nella mia seconda: solo 5 su 24 avevano sentito usare questo termine, di questi, 4 non erano in grado di indicarmi il contesto in cui il termine era stato usato, solo una ha detto “mi sembra che c’entrino i quadri, le opere d’arte”. questo significa che il tredicenne medio, se vede alla tv un servizio su una mostra di Leonardo o Michelangelo, non ha la più pallida idea di chi siano.
se lei o qualcun altro conosce non “articoli”, ma concrete esperienze di insegnamento in cui questa nuova scansione si è rivelata fruttuosa, sarei felice di prendere spunto per la mia didattica quotidiana.
Caro Marco, ho letto il tuo blog e sono completamente in disaccordo con te, su tutto ma in particolare quando dici che “il modo “cronologico” di studiare la Storia e’ inutile (forse anche dannoso)”. Purtroppo e’ una cosa che sento ripetere anche da tanti insegnanti di sinistra.
La bonta’ di una riforma si vede dai risultati che produce. Qui in America il sistema che proponi “a percorsi” e’ in vigore da decenni e i risultati sono catastrofici. L’insegnamento dei TUTTA la storia produce nelle menti dei ragazzi un quadro di riferimento spazio-temporale nel quale poter poi collocare la comprensione di tutti gli eventi storici sulla base di due sole domande: Dove? e Quando? Questa capacita’ di contestualizzare ogni evento ed ogni prodotto culturale ci e’ stata da sempre invidiata ed e’ uno dei piu’ grandi contributi che la cultura italiana ha dato al mondo intero a partie dell’Umanesismo e dal Rinascimento che tale cultura hanno inventato.
L’assenza di queste coordinate unitarie produce una conoscenza “a macchia di leopardo” dove gli eventi non sono tra loro collegati e navigano in una completa assenza di punti di riferimento, per cui ogni posizione e ogni opinione alla fine diventano ugualmente legittimi. Al primo anno di universita’ arrivano studenti che in tutta la loro carriera scolastica hanno compiuto due o tre “percorsi” di approfondimento (su Cleopatra, le donne nella guerra civile americana e l’invenzione della bomba atomica e navigano per il resto nel buoi piu’ assoluto…).
Sono fenomeni questi che sono stati studiati e analizzati da decenni da esperti dell’educazione e il paradosso e’ che nel momento in cui ci si interroga qui in America (e altrove) su come “ritornare” al modello unitario e sulla sua superiorita’, in Italia si faccia di tutto per “smimmiottare” gli americani (non sulle cose sulle quali il loro sistema si e’ rivelato superiore) ma su un terreno sul quale hanno miseramente fallito per loro stessa ammissione. L’America ha le Universita’ migliori del momdo ma uno dei peggiori sistemi scolastici primari (specie alle medie e superiori). Cosi’ mentre qui in America si studia il sistema italiano che abbiamo cosi’ allegramente smantellato come un modello di efficacia nell’insegnamento della storia e della cultura, noi qui stiamo a copiare un modello che e’ fallito da decenni.
Concordo con Gabriele in toto. Al di la’ della scelta su come sviluppare il metodo cronologico e unitario non si puo’ abrogarlo alla ricerca della specializzazione su tematiche. Della specializzazione si occupa l’universita’, non la scuola. La scuola ha il compito di dare una visione unitaria, ampia, di formare le persone. Ci pensa l’universita’ ad approfondire le tematiche. Aggiubngo che gia’ molti insegnanti, specie di scuola marxiana, in Italia enfatizzano gli aspetti concettuali, monografici, di approfondimento e meno lo studio degli eventi cronologici (il mio era cosi’ e ne ho un gran ricordo). Quindi la cosa gia’ avviene de facto. Dipende dagli insegnanti ovviamente
“Della specializzazione si occupa l’universita’, non la scuola.”
Infatti. Non posso specializzarmi in matematica se non ho il concetto di unità.
Quanto alla scansione temporale, mi capita di insegnare alle medie. Ho sempre pensato che ripetere due volte (e tre con le superiori) i periodi storici, fosse un o spreco, e che sarebbe stato meglio fare una sola corsa da terza elementare (otto anni, storia antica, non nove o dieci) a terza media.
Di fatto, però, io mi trovo in prima media a cominciare la storia dal medioevo, con alunni che non hanno la più pallida idea della differenza tra evento e periodo, ad esempio. Con alunni che hanno sentito nominare la democrazia ma non ricordano più che cosa essa significhi, e così via.
Non dico che ripetere la storia tre volte sia poi utile, ma nemmeno pensare che civiltà antiche, Grecia e Roma possano essere svolte e capite tra gli otto e i dieci anni mi sembra una gran trovata.
Ma vede, Bianca, fino a prova contraria le sue “concrete esperienze” valgono solo per lei. Confondere esperienze private con disamine globali e’ il classico errore della sinistra ombelicale. E’ lei quella che sostiene una tesi ben precisa, ed e’ lei che deve provare la bonta’ delle sue affermazioni. Francamente mi aspetto che citi studi ben piu’ approfonditi che non l’esperienza personale o di sua cuggina quando sostiene che il modello di apprendimento “continuo” della Moratti e’ deleterio.
Ma vede, Antonio, questa è l’esperienza non solo mia, ma anche di moltissimi colleghi con cui mi confronto. Posto che non sono a conoscenza di studi specifici sulla validità dei due modelli di insegnamento e che non ho capito cosa sia la sinistra ombelicale, credo che voler ragionare solo per modelli generali, senza verificare i casi concreti, senza mettersi per un momento con i piedi nelle scarpe di un professore che ogni giorno entra in classe, significa ragionare in astratto, non vedere i problemi reali e quindi essere incapaci di risolverli.
Poi, ripeto, se lei è a conoscenza di persone che da questo tipo di insegnamento hanno tratto profitto, sarò ben felice di apprendere da loro.
PS – resta il fatto che un dodicenne di dieci anni fa sapeva chi fossero Garibaldi e Mussolini, un dodicenne di oggi no, perché nessuno a scuola gliel’ha ancora spiegato e dovrà aspettare ancora un anno/anno e mezzo prima di saperlo. se non è deleterio questo…
ora non esageriamo Bianca: si parla di obiettivi specifici di apprendimento, apposta. e non a caso sono fissati alla fine del primo ciclo e del secondo ciclo e non anno per anno.
il problema vero è che chi è Garibaldi il ragazzo di oggi non lo sa (statisticamente parlando) nè a 12 nè a 14 anni ed è di questo che dovremmo discutere
giusto, Marco: oggi un 14enne non sa chi sia Garibaldi. è esattamente quello che dico io. se un ragazzino non sa un argomento, è più logico farglielo ripetere una volta sola o due volte (ad età e livelli di approfondimento diversi), per farglielo imparare? mica scemi i latini che dicevano “repetita iuvant”.
Salve a tutti,
(scusate se mi intrometto dal nulla, ma è una discussione troppo interessante per starne fuori).
Secondo me nella vostra valutazione dei vari metodi trascurate l’analisi dei risultati, o meglio vi ponete un orizzonte temporale troppo limitato: non dovete guardare al ragazzino di 12 o 14 anni, ma all’adulto.
E a me sembra evidente che gli adulti di oggi, cioè gente che ha ripetuto la storia tre volte, non sappiano praticamente nulla di Garibaldi, di preistoria, di Bismarck, Shoah etc. se non qualche frammento di puro nozionismo. Chiedete a un adulto la differenza tra risorgimento e rinascimento e vi si accaponerà la pelle per le risposte.
A me pare che questa sia la dimostrazione lampante che il metodo passato, difeso dall’autrice del post, abbia fallito in maniera pressoché totale. Se poi il metodo nuovo sia meglio o peggio non ci sono dati per saperlo, ma a pelle lo vedo con favore, proprio perché mi sembra preferibile far assimilare a fondo pochi concetti base piuttosto che forzarne giù per la gola una gran quantità, in maniera forzatamente più superficiale.