di Mauro Caruso
Quando domenica le immagini della cattura del boss Raccuglia, hanno cominciato a circolare sulle tv nazionali, un brivido ha percorso probabilmente molti Siciliani.
In quel di Calatafimi, piccolo borgo del trapanese, nel regno di Matteo Messina Denaro, le macchine della squadra Catturandi, posteggiate al centro della strada erano circondate da una moltitudine di uomini che applaudivano il lavoro dei Ros, che avevano il coraggio di dare del buffone a quello che era uno dei latitanti più importanti in circolazione, un uomo capace di sciogliere nell’acido un bambino, di compiere delitti efferati.
E poi, ancora, davanti la questura, al suo arrivo a Palermo, le grida hanno continuato incessanti, in un unicum che nella sua mente sarà parso irreale. Decine di giovani erano infatti li pronti ad accoglierlo, dopo un veloce tam tam sulle pagine di facebook pochi minuti dopo l’arrivo dei primi dispacci d’agenzia. Erano li a danzare e a gridare che la Sicilia, quella vera, non è quella della mafia. Ed erano li ad urlare e a festeggiare con loro i poliziotti protagonisti di un lavoro troppo spesso dimenticato, le cui risorse vengono di giorno in giorno erose, attraverso leggi che vogliono limitare gli strumenti d’indagine e provvedimenti che limitano i benefit a cui avrebbero diritto.
Non è questo però il momento delle recriminazioni, ma il momento di festeggiare.
Per comprendere il senso di una tale mobilitazione popolare si dovrebbe tornare indietro di quarant’anni, andare a leggere uno qualsiasi dei racconti di Leonardo Sciascia, e andare a riscoprire il retroterra da cui si è partiti per raggiungere tali obiettivi. Dove prima c’era silenzio, ossequio verso il potente, verso il latifondista, il capomafia, adesso c’è sdegno.
Qualcuno dovrebbe forse prendersi la briga di esaminare più da vicino i passi compiuti su questo percorso che ha condotto ai risultati di oggi, giusto per capire cosa abbia contribuito a cambiare cosi profondamente assunti che sembravano inamovibili.
Un giornalista giornalista, Arnaldo Capezzuto, minacciato più di una volta dalla camorra ebbe modo di dire una volta che a Napoli, come a Palermo, c’è sempre un grande casino fuori dalla caserma dei Carabinieri ogni volta che si arresta un superlatitante, con la differenza che a Palermo fuori ci sono i ragazzi di Addiopizzo, la cosiddetta società civile, mentre a Napoli vi sono le donne di camorra, soltanto per minacciare forze dell’ordine e giornalisti.
Una differenza sostanziale direi, che ancora stenta ad essere conosciuta ai più, su cui poco vengono accesi i riflettori, dai giornali come dai new media o dai guru della blogosfera.
E pensare che anche in queste occasioni ho trovato gente capace di criticare il modo di festeggiare usato da quella folla, troppo vicina ai modi da stadio, secondo questi moderni seguaci di Monsignor della Casa, ho trovato persino chi ha osato criticare il lavoro delle forze dell’ordine usando accostamenti con episodi che nulla hanno a che vedere con lo splendido lavoro fatto da quei ragazzi.
Curioso pensare come si riesca a fare molto gli intransigenti su simili banalità, quando si vede chi è capace di non badare a tali sottili questioni, chi senza alcuna vergogna è capace di provare ad inserire emendamenti all’interno della propria finanziaria per restituire molto del lavoro compiuto in questi anni nelle stesse mani, magari vestite soltanto in modo diverso.
Chi insomma, non ci consente di capire da quale parte penda il nostro Stato, se da una parte lavora per la legalità e dall’altra distrugge in un attimo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Caro Mauro,
hai fotografato con esatezza le cose come davvero stanno. A Palermo il palazzo della Questura è diventato un punto di riferimento dove entusiasmo, commozione, emozione muovono sentimenti forti e grande voglia di costruire un futuro di speranza. A Napoli, invece,le forze dell’ordine devono stare attente specialemnte quando ci sono gli arresti con parenti, amici degli amici e affiliati organizzati nel fare “ammuina”. Aggressioni, spintoni, sputi e bestemmie sono quasi un andazzo fisiologico e purtroppo tollerato per evitare degenerazioni d’ordine pubblico. Uno spettacolo triste e allarmante con i parteopei impegnati a voltare lo sguardo altrove e nei fatti vicini ad una sorta di camorra sostenibile. Comlimenti per il lavoro egregio che fate.
Un abbraccio, Arnaldo Capezzuto