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Quando fai domanda per un Erasmus in una città fondamentale come Praga, non puoi non pensare alle occasioni che potrebbero capitarti. Avevo considerato tutto: concerti, elezioni politiche, partite di Europa League; ma da bravo studente di Lettere avevo dimenticato di fare una semplice somma matematica. Il mio soggiorno a Praga avrebbe coinciso con il ventesimo anniversario della Rivoluzione di Velluto, iniziata il 17 novembre 1989.
Ogni paese dell’Est Europa quest’anno ha festeggiato il crollo dei propri regimi comunisti, e la Repubblica Ceca non è stata da meno. Negli ambienti universitari c’è chi dice che ormai si tratta di ricorrenze poco sentite, ma ai miei occhi appaiono più vive delle nostre, forse perché le ho vissute in un ambiente universitario, ma a me piacerebbe credere che sia così per la notevole vicinanza storica e un po’ anche per il senso di responsabilità di chi (foto Andrea Privitera) ha subito quei regimi.
Martedì 17 novembre, giorno festivo, ci sarà una parata proprio lungo l’esatto percorso che gli studenti seguirono vent’anni fa cercando inutilmente di raggiungere Piazza Venceslao. Io e Anamaria, una mia amica rumena che studia Scienze Politiche, decidiamo di partecipare alla parata. La manifestazione inizierà alle 3 ad Albertova.
Mentre il tram ci conduce dal nostro dormitorio al luogo dell’appuntamento, discutiamo del crollo del regime in Romania, l’unica rivoluzione sanguinosa tra quelle del 1989. Lei mi dice che Ceaucescu e la moglie vennero giustiziati il 25 dicembre; io penso a Scrooge e Marley in Canto di Natale di Dickens, solo che il primo ebbe la fortuna di redimersi e si salvò.
Parliamo anche di contestazioni studentesche: lei dice che la nostra generazione è troppo noiosa, troppo apatica per iniziare una rivoluzione. Sarà, ma io mi chiedo quale rivoluzione sia necessaria oggi in Europa, e penso che una coscienza civile oggi la si possa maturare anche stando in casa, leggendo e scrivendo blog e tweet.
Nel ‘89 però, in Cecoslovacchia, per ottenere alcune libertà fondamentali, bisognava recarsi ad Albertova, una strada chiusa ai lati da splendidi edifici universitari. Nell’89, per ottenere alcune libertà, bisognava scandire slogan, marciare per una giornata intera e temere di essere picchiati, arrestati o uccisi.

Nell’Albertova in cui io e Ana giungiamo l’atmosfera è goliardica ma rilassata. L’impatto è straniante per un ragazzo che ha conosciuto le manifestazioni in piazza in Italia, all’epoca della Riforma Moratti e della Guerra in Iraq. Niente pugni chiusi, niente cori familiari; le uniche falci e martelli visibili sono barrate da due linee di spray oppure ostentate in un carro allegorico raffigurante un diavolo. Al di là di questo, nessun evidente simbolo di partito, ma molte bandiere della Repubblica Ceca, una statunitense e due dell’Unione Europea, cosa che mi fa molto piacere. Ci sono tanti ventenni, e tanta gente di mezza età; chissà quanti di loro hanno partecipato alla vera marcia di protesta. Dal cielo cade qualche goccia d’acqua; ho la tentazione di esclamare la scontatissima “piove, governo ladro!” ma meglio se faccio silenzio, tanto qui nessuno mi capirebbe.

Anamaria vuole avvicinarsi al palco che si trova in fondo alla via. Dopo un po’ di musica, tre voci giovanili a cui non riusciamo a dare un volto arringano la folla in ceco. Il pubblico risponde con frequenti applausi e qualche risata. Ana vorrebbe che dicessero qualcosa anche in inglese, ma forse sarebbe chiedere troppo.
Alle tre e mezza finalmente la marcia ha inizio. Si cammina molto lentamente, dato che Albertova è uno stradone ampia ma comunque troppo stretto per questa folla. Arrivati alla fine della via, Ana decide di comprare del pane e di tornare a casa: non è la sua rivoluzione, dice.
Ha ragione. E, a pensarci bene, se non è stata la rivoluzione di una ragazza nata nella Romania di Ceaucescu, è men che meno stata la rivoluzione di un ragazzo nato nell’Italia di Craxi. Però io decido di restare, almeno come testimone.
Usciti da Albertova, la manifestazione diventa più fluida e incrocia strade e tranvie, opportunamente bloccate dalle forze dell’ordine, le stesse che vent’anni fa avrebbero viceversa ostacolato la marcia.
Non riesco a cogliere tutto quello che sta succedendo: alle volte qualcuno fa tintinnare le proprie chiavi, gesto che si diffonde sempre più a mano a mano che la marcia prosegue. Mi chiedo se si tratti di un vezzo da manifestazione di massa, ma sembra più la rivisitazione di un momento della protesta originale. Anche quando entriamo nel parco di Vyšehrad la gente si ferma all’entrata di una piccola galleria per alcune foto veloci. Tutti momenti percepiti ma non capiti, e mi dispiace di non aver avuto nessun ceco al mio fianco da assillare di domande.
Usciti dal parco, due ragazze reggono un cartellone raffigurante un simbolo della pace e le iniziali della Facoltà di Scienze Umanistiche della Karlova. Prima inneggiano alcune frasi in ceco e poi cantano timidamente We Shall Overcome. Vent’anni prima in questo momento gli studenti, pur a manifestazione ufficialmente conclusa, entrarono nelle vie del centro; e noi entriamo con loro.

Dalle finestre dei palazzi si affacciano molti curiosi; nei bar la gente esce con le proprie birre per assistere alla sfilata di persone e bandiere che nel frattempo si fanno sempre più numerose.
Aumentano anche il numero di cartelli e manifestazioni di protesta nei confronti di Vaclav Klaus, attuale e impopolarissimo Presidente della Repubblica Ceca, uno che per intenderci sarebbe anche disposto a bloccare da solo l’approvazione del Trattato di Lisbona e che non ha troppi problemi a dichiararsi più legato a Vladimir Putin piuttosto che all’Unione Europea.
In diversi momenti il ricordo della Rivoluzione di Velluto -che fu guidata da un Vaclav ben più amato, lo Havel drammaturgo e primo Presidente della Repubblica- si trasforma in una critica nei confronti dell’attuale classe dirigente, cosa che certi Tg serali italiani chiamerebbero “strumentalizzazione”. Chissà se ne avrà parlato in questi termini anche quel giornalista nervoso in procinto di registrare un servizio.
La folla, ormai immensa, inizia a costeggiare la Moldova, ovvero quella che vent’anni fa fu una deviazione alternativa per cercare di raggiungere Piazza Venceslao, la stessa in cui Jan Palach si diede fuoco nel 1969. Gli studenti del ‘89 non arrivarono mai così in fondo quel giorno, ma vennero bloccati a Národní třída, dove le forze dell’ordine li dispersero. Oggi per fortuna non ci attende la polizia, ma un palco speculare a quello visto poche ore prima. Sta per iniziare un grande concerto per ricordare l’inizio della fine del regime.
Alle prime note io però mi rendo conto di essere esausto e affamato, così decido di tornare a casa. Durante il mio viaggio di ritorno mi fermo in una pizzeria da asporto dove il ragazzo al bancone, dopo aver scoperto che sono italiano, mi chiede cosa succederà quando arriverà l’Euro anche in Repubblica Ceca. Sono troppo stanco per dare risposte precise, ma dico che l’Euro è stata una buona scelta e che io sostengo l’Unione Europea. Il ragazzo è d’accordo con me.

Sono un po’ sorpeso nel trovarlo della mia stessa opinione. Ma, da italiano, dovrei anche ben sapere che è iniquo giudicare una nazione dalla propria classe dirigente. Due belle generazioni di cechi oggi hanno sfilato per le vie di Praga, gente responsabile, che vuole contare nel mondo, che considera l’Unione Europea un’opportunità e non un peso.
Non sarà stata la mia rivoluzione, ma in fin dei conti, oggi sono stato più di un testimone: ho partecipato a qualcosa che è anche europeo, e quindi anche mio.
(altre foto qui)



















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